Non è la solita America

E allora no, non è vero che con Trump non è cambiato nulla. Non siamo di fronte alla solita America che, improvvisamente, “toglie la maschera”. Questa lettura è rassicurante, perché semplifica: ci dice che il problema non è il presente, ma una continuità storica immodificabile. Peccato che sia falsa.
Qui non siamo davanti a un sistema che mostra il suo volto più brutale restando, tuttavia, un sistema. Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso: il passaggio dall’ipocrisia regolata all’istinto, dalla mediazione al ricatto, dal potere impersonale alla personalizzazione totale. Dal soft power — che pure sapeva essere feroce — a quello che qualcuno ha definito, senza troppe cautele linguistiche, shit power. Non solo peggio: proprio un’altra categoria.

L’alibi dell’“America è sempre stata così”

Il trucco più pericoloso, oggi, è quello di dire: “ve l’avevo detto, l’America è sempre stata così”. È l’antiamericanismo di comodo, quello che prende due secoli e mezzo di storia e li appiattisce in un’unica caricatura, utile a non doversi più porre domande scomode. Se tutto è uguale, allora nulla è davvero responsabilità di qualcuno. Né ieri, né oggi, né domani.

Ma confondere l’imperialismo americano — con tutte le sue colpe, spesso gravi e documentate — con il trumpismo è un errore che ci disarma. L’imperialismo operava dentro una cornice: alleanze, istituzioni, trattati, una retorica universalista che, pur ipocrita, imponeva dei limiti. Il trumpismo, invece, non si limita a usare quella cornice in modo cinico: la disprezza apertamente.
Dire che è “la stessa cosa” significa assolvere il presente in nome del passato e deresponsabilizzare il futuro. È una scorciatoia intellettuale molto comoda, ma letale.

Il tradimento dell’architettura che aveva costruito

Trump non è semplicemente un presidente più rozzo o più esplicito. Trump tradisce proprio quei principi che, nonostante tutto, l’America aveva contribuito a piantare nel mondo dopo il 1945: il multilateralismo, l’idea che la forza dovesse essere incanalata in regole condivise, che il commercio, la sicurezza e perfino i conflitti avessero bisogno di arbitri e procedure.

Quel sistema non era altruismo. Era interesse ben compreso. Ma funzionava. Ha garantito decenni di pace relativa, crescita, prevedibilità. Trump, invece, sega il ramo su cui è seduto. Tratta alleanze come fastidi, istituzioni come ostacoli, il diritto internazionale come un optional per anime ingenue.
Non costruisce egemonia: la consuma. Non guida: pretende. E chi riduce tutto a “realismo” dimentica che il realismo, senza regole, diventa solo caos ben vestito.

Europei senza padrino, e improvvisamente nudi

E noi europei? Noi che borbottiamo “in fondo a noi conveniva”, come clienti rimasti senza il loro storico protettore. Siamo scoperti, impreparati, divisi. Per anni abbiamo delegato sicurezza, visione, persino una parte della nostra autonomia, convinti che fosse una scelta razionale. Ora scopriamo che era soprattutto una dipendenza.

Il rischio non è solo l’irrilevanza internazionale. È qualcosa di più sottile: la subalternità culturale a questa deriva. La trump-putinizzazione delle democrazie occidentali non passa solo dai leader, ma dal linguaggio, dalla normalizzazione dell’arbitrio, dall’idea che le regole siano per i deboli e il compromesso una forma di tradimento.
Con destre populiste in ascesa e una sinistra che spesso non sa più dire cosa difende oltre a se stessa, la partita è apertissima. E non è detto che la vinceremo per inerzia.

Chiamare le cose con il loro nome

Se non ci accorgiamo che tutto è cambiato, allora siamo parte della deviazione. Chiamare “continuità” quella che è una regressione brutale non è prudenza: è resa intellettuale. Distinguere tra una critica seria all’America di ieri e l’assoluzione del trumpismo di oggi è, ormai, un atto di responsabilità.

Non per salvare un mito — quello americano è già stato ampiamente decostruito — ma per salvare noi stessi. Perché quando il mondo passa dalle regole agli impulsi, chi non pensa viene semplicemente travolto. E questa volta, a differenza del passato, non possiamo permetterci di dire che “non ce ne eravamo accorti”.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: E allora no, non è vero che con Trump non è cambiato nulla. Non è la solita America che toglie la maschera, è una cosa diversa. Prima c’era un sistema, con le sue regole, le sue ipocrisie strutturate, le mediazioni. Ora c’è l’istinto, il ricatto, la personalizzazione totale del potere. Non è solo peggio: è un’altra cosa. È passare dal soft power a quello che qualcuno chiama, senza mezzi termini, shit power.

parte 1: Il trucco più pericoloso è dire “ve l’avevo detto, l’America è sempre stata così”. Questa è l’antiamericanismo di comodo, quello che trumpizza due secoli e passa di storia per assolvere il presente. Se è tutto uguale, allora nulla è mai colpa di nessuno. Ma non è così. Confondere l’imperialismo americano – con tutte le sue colpe – con il trumpismo, è un errore che ci disarma. Assolve il presente in nome del passato e deresponsabilizza il futuro.

parte 2: Perché Trump tradisce proprio i principi che, nonostante tutto, quell’America aveva contribuito a piantare nel mondo: il multilateralismo, quel sistema di regole internazionali che ci ha dato decenni di pace relativa. Lui sega il ramo su cui è seduto.

parte 3: E noi europei? Noi che borbottiamo “a noi conveniva”, siamo come clienti rimasti senza il loro protettore. Rischiamo l’irrilevanza e la subalternità a questa deriva. La domanda vera è: resisteremo alla trump-putinizzazione delle nostre democrazie? Con le destre populiste in ascesa e una sinistra in crisi d’identità, la partita è aperta.

parte 4: Se non ci accorgiamo che tutto è cambiato, allora siamo parte della deviazione. Non chiamiamo continuità quella che è una regressione brutale. Distinguere tra una critica seria e una resa intellettuale è oggi più che mai un atto di responsabilità. Per il nostro futuro.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.

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2 commenti

  1. Maureen Down sul NYTimes ha il coraggio di chiamare Trump “the un-american president”, denunciando la totale discontinuità anche solo con il primo mandato di Trump, che pure era tutto da ridere.

    Applausi.

    Invece il solito redattore un tanto al chilo sul Guardian invece dice che “c’è continuità col passato”, perché “l’ordine si era già sbriciolato con la war on terror” e poi coglie il low-hanging fruit per eccellenza: “il lassismo di Israele ha chiaro una volta per tutte che vale tutto, quindi è colpa di Israele”.

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