“Io Capitano”: Propaganda di Lusso Travestita da Cinema

Per natura sono scettico verso le produzioni italiane. Diciamolo chiaramente: nella migliore delle ipotesi si rasenta la mediocrità, nella peggiore si affonda in un moralismo stucchevole condito con il bisogno patologico di “dare il messaggio”. Eppure, alla fine mi sono concesso Io Capitano. Perché? Beh, ormai ne parlano tutti, e Matteo Garrone, bisogna ammetterlo, è un regista con del talento. Se c’è qualcuno che può trasformare un sermone in qualcosa di guardabile, probabilmente è lui.

Il film racconta il viaggio di Seydou e Moussa, due ragazzi senegalesi in fuga dalla miseria e attratti dal miraggio europeo. Un road movie infernale attraverso il Mali, il Niger e la Libia, tra paesaggi magnifici e orrori disumani. Garrone, dal punto di vista tecnico, non sbaglia un colpo. La regia è impeccabile, la fotografia magnifica: ogni inquadratura è un quadro, ogni scena trasuda una poeticità visiva che ti costringe a guardare anche quando vorresti distogliere lo sguardo. I due protagonisti sono bravissimi, veri, e riescono a trasmettere emozioni sincere. Insomma, sul piano estetico e narrativo non c’è nulla da ridire. Garrone è Garrone, e il talento si vede.

Ma poi, ahimè, arriva la rappresentazione. Già dai primi minuti capisci che stai entrando in un territorio ben noto. Gli africani? Ballano, cantano, sorridono. Perché, si sa, hanno “il ritmo nel sangue” e, nonostante la povertà, sono felici dentro. È quasi un invito a lasciarli dove sono, tanto stanno già meglio di noi. Poi entrano in scena i cattivi, e qui il copione si fa ancora più prevedibile. Tutti i mali del mondo? Riconducibili all’Occidente, ovviamente. Imperialista, colonialista e, se non è chiedere troppo, sicuramente ciseteropatriarcale. E così, i nostri eroi si trovano di fronte a una catena infinita di sfruttatori, schiavisti e carnefici, tutti più o meno legati a quel grande Leviatano che è l’Occidente marcio e malvagio.

Alla fine, mentre scorrono i titoli di coda, mi sono trovato a ridere. Non tanto per la storia, che rimane tragica, né per la regia, che rimane magistrale. No, ridevo per la consapevolezza di aver assistito a un’opera di propaganda così tecnicamente impeccabile da sembrare quasi un tributo. L’ultima volta che ho visto un film costruito con questa perizia per veicolare un messaggio, si chiamava Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl. Qui, però, la volontà da esaltare non è quella di un dittatore, ma quella di una narrativa woke che si sforza di dipingere il mondo in bianco e nero: da una parte i puri e i buoni (opportunamente vittimizzati), dall’altra i cattivi assoluti, che hanno ovviamente la pelle chiara e i conti in banca nei paradisi fiscali.

Garrone resta un maestro, ma Io Capitano non è cinema: è un sermone. E non importa quanto belle siano le immagini o quanto talento ci sia dietro la macchina da presa, alla fine l’obiettivo è sempre quello: educare lo spettatore, metterlo di fronte alla sua colpa. Peccato che io, davanti a operazioni così studiate e moralizzanti, più che sentirmi colpevole, mi senta preso in giro.

(Giovanni Sarpi)

PROMPT:

Intro: per tua natura sei scettico nei confronti delle produzioni italiane, quasi sempre mediocri a dir tanto e con la fastidiosa tendenza a moralizzare e dare il messaggio. Tuttavia alla fine hai deciso di guardare "Io Capitano" perché ormai in questi giorni ne hai sentito parlare fin troppo, e comunque Matteo Garrone è un regista di talento.

Il film: racconta il viaggio avventuroso di due giovani senegalesi, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l'Europa e sfuggire alla miseria. Il loro percorso li porta attraverso il Mali, il Niger e la Libia, affrontando numerosi pericoli e difficoltà. Matteo Garrone dimostra ancora una volta la sua maestria nella regia, con una fotografia che cattura in modo potente e suggestivo i paesaggi e le situazioni vissute dai protagonisti. Le immagini sono spesso poetiche e cariche di significato, contribuendo a creare un'atmosfera intensa e coinvolgente. Le performance degli attori, in particolare dei giovani protagonisti, sono toccanti e autentiche, trasmettendo emozioni e rendendo credibili i personaggi.

La rappresentazione: africani che nei momenti belli passano il tempo a ballare perché 'hanno il ritmo nel sangue' e 'perché alla fine non hanno nulla ma sono più felici di noi'. Poi arrivano i cattivi, ovviamente legati più o meno incosapevolmente all'occidente malvagio, imperialista, colonialista e magari pure ciseteropatriarcale e sono cazzi acidi.

Articolo: intro, il film, la rappresentazione, alla fine ti viene da ridere, devi concedere che non vedevo un film unicamente realizzato per fare propaganda così tecnicamente ben fatto da 'Il trionfo della volontà' di Leni Riefenstahl..

Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, scrivi un Articolo; usa un tono divertito, graffiante, deciso, evidenziando in particolare gli aspetti legati alla cultura woke nella vicenda. Non dare titoli ai sottoparagrafi, non evidenziare.


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