
È curioso come l’odio sociale abbia cambiato bersaglio nel corso dei decenni. Un tempo, erano i ricchi a essere odiati: quelli che abitavano nei palazzi sfarzosi, che scorrazzavano per le città su auto di lusso mentre la povera gente arrancava nelle fabbriche o nei campi. Oggi, invece, nell’America di Trump e nella vecchia Europa che si rifugia tra Farage e Salvini, l’élite non è più il multimiliardario che evade le tasse o l’industriale che sfrutta i lavoratori. No, l’élite è diventata la tua vicina di casa con la station wagon nuova, quella che riesce a pagare l’università ai figli, quella che ha “fatto carriera” perché, secondo te, ha avuto un colpo di fortuna o qualche spintarella.
Siamo passati dall’odio di classe all’invidia del cortile.
Prendiamo l’America, dove questo fenomeno ha raggiunto il suo apice grottesco. Il bravo cittadino medio è stato convinto, non si sa come, che l’élite non siano Elon Musk, Jeff Bezos o la famiglia Walton (padrona di Walmart), capaci di accumulare ricchezze inimmaginabili e di influenzare intere elezioni con i loro investimenti. No, l’élite è diventata la professoressa universitaria che osa parlare di patriarcato o la coppia lesbica che ha osato fare un figlio tramite fecondazione assistita.
E così la rabbia viene indirizzata verso chi è solo lievemente più benestante, verso chi “ha qualcosa che io non ho” – che sia una carriera accademica, una vita familiare alternativa o, semplicemente, una casa più grande. Questo ribaltamento semantico della parola élite non è casuale, ma è il frutto di una strategia politica ben studiata: se convinci l’operaio di Cleveland che il suo nemico è la manager divorziata che abita dall’altra parte della strada, il miliardario può tranquillamente continuare a tagliarsi le tasse.
La rivincita del miserabile – come la definirebbe qualche pensatore più sagace di me – non si ferma ai confini americani. È una peste che ha contagiato anche l’Europa, e in particolare noi italiani, maestri nel coltivare rancori e trasformarli in voti. Non ci siamo forse accorti che, con ogni governo antisistema, chi gode davvero non è il “popolo” ma quei pochi che dal sistema hanno tratto fortuna? Abbiamo visto come i grillini e i leghisti hanno gridato contro i privilegi della casta per poi creare caste alternative; abbiamo osservato milioni di elettori esultare mentre i diritti venivano ridimensionati, le risorse sottratte e la sanità pubblica smantellata pezzo per pezzo. Ma a chi importa? L’importante è che il vicino di casa, magari un insegnante con un contratto precario, non abbia un euro in più per comprarsi una Panda nuova.
Siamo ormai giunti a un punto in cui la soddisfazione individuale non deriva dal migliorare la propria condizione, ma dal peggiorare quella altrui. È la logica perversa che sta alla base di ogni movimento populista: promettere la punizione di qualcuno – “i privilegiati”, “i professoroni”, “i radical chic” – per far sentire superiore chi oggi si trova, per dirla con crudezza, in fondo alla scala sociale. Peccato che, quando il conto arriva, a pagarlo non saranno i nemici immaginari del popolino, ma proprio quelli che hanno creduto alla truffa.
E così si finisce come negli Stati Uniti, dove le famiglie più povere votano chi vuole smantellare l’assistenza sanitaria, e le classi medie appoggiano chi intende tagliare le tasse ai multimiliardari. Non perché non vedano i risultati delle loro scelte, ma perché il desiderio di rivalsa verso chi “sta un gradino più su” è troppo forte per essere ignorato. In Italia, il meccanismo è identico. Basta un accenno a una presunta “professoressa radical chic” o a un giovane “figlio di papà” con il posto fisso che monta subito il livore: “Ah, quelli sì che sono i privilegiati!”. Poi magari scopri che la stessa professoressa campa con mille euro al mese e il figlio di papà in realtà ha tre lavori precari. Ma ormai l’odio è stato servito, e chi l’ha seminato se ne gode i frutti.
La rivincita del miserabile non porta progresso, non porta giustizia sociale, e non porta neanche una soddisfazione duratura. Porta solo uno sfogo momentaneo, una piccola consolazione velenosa: “Se io sto male, almeno sta male anche lui”. Nel frattempo, i veri potenti continuano a prosperare, al sicuro nei loro paradisi fiscali, mentre noi, qui sotto, continuiamo a guardare con sospetto chi ha solo un po’ più di noi.
Forse è arrivato il momento di ricordarci chi sono davvero le élite. E no, non è la vicina con l’auto migliore, né la professoressa che ha letto due libri in più. L’élite è quella che non si vede, quella che spende milioni per convincerti a odiare il tuo vicino invece che guardare in alto.
(Roberto De Santis)
Prompt:
USA: Uno dei problemi più gravi degli Stati Uniti è che molte persone sono state convinte dai media che le "élite" non siano i multimiliardari e multimilionari a cui Trump intende tagliare le tasse per un totale di circa 5000 miliardi di dollari in quattro anni, ma piuttosto la vicina di casa con un lavoro manageriale, divorziata e con un'auto migliore. Non è considerato élite Elon Musk, che ha speso una piccola parte dei suoi guadagni azionari per influenzare le elezioni, ma la coppia di lesbiche benestanti che hanno avuto una figlia tramite fertilizzazione in vitro. Non è élite la miliardaria Linda McMahon, nominata ministro dell'Istruzione con il compito di chiudere il ministero stesso mentre investe in azioni di scuole private, ma la professoressa universitaria che ha ispirato una giovane a intraprendere la carriera accademica contro il volere del padre. Questa è la mentalità di chi vota per Trump: persone con una visione del mondo così ristretta da credere che le "élite" siano coloro che hanno una vita solo leggermente migliore della loro, e trovano consolazione nel peggiorare la vita altrui per sentirsi superiori.
EU: Questo fenomeno non è limitato agli USA; si osserva anche tra i sostenitori dei movimenti populisti in Italia, come i grillini e i leghisti, e in altri paesi come il Regno Unito con i fan di Farage. Questi movimenti antisistema sono alimentati dalla stessa propaganda internazionale, convincendo gli elettori a sostenere chi si è arricchito grazie al sistema. In realtà, i primi a soffrire saranno coloro che non hanno votato per questi leader; gli altri inizialmente esulteranno, ma poi si renderanno conto della truffa e cercheranno colpe altrove. In Italia, molti elettori sembrano disposti a sacrificare tutto pur di vedere peggiorata la condizione di chi percepiscono come diverso o privilegiato. Questo fenomeno è definito "la rivincita del miserabile".
Articolo: USA, EU, ragiona sul fenomeno.
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