Ottavia Piana, l’assicurazione, e un capro espiatorio

Ottavia Piana è una speleologa. Una di quelle persone che scendono nel cuore della terra, là dove la luce non arriva, per esplorare, mappare, e raccogliere dati che noi, abitanti della superficie, probabilmente non apprezziamo abbastanza. Ottavia, in particolare, stava partecipando al Progetto Sebino, un’iniziativa scientifica di grande rilievo che sta svelando il gigantesco sistema di gallerie sotterranee che collega il Lago d’Iseo alla Val Cavallina e al Lago di Endine. Tradotto per i più pratici: questa roba non serve solo agli amanti della conoscenza fine a sé stessa (che già sarebbe sufficiente), ma anche alla gestione e alla sicurezza di un bene essenziale come l’acqua.

Eppure, quando Ottavia è rimasta bloccata in una grotta e ha avuto bisogno di essere soccorsa, cos’è successo? La domanda più gettonata non è stata “Sta bene?” né “Come possiamo evitare che accada di nuovo?”. No. È stata: “Ma chi paga?”.

Ah, dolce Italia, patria dei santi, poeti e… contabili improvvisati.

Assicurazione: una storia che non appassiona i social

Mettiamo subito in chiaro un fatto che era noto fin dall’inizio della vicenda: Ottavia Piana era assicurata. Non perché fosse particolarmente previdente o fortunata, ma perché tutti gli speleologi seri lo sono, punto e basta. Quando partecipano a progetti come quello del Sebino, l’assicurazione copre i costi di eventuali incidenti, inclusi i salvataggi. Quindi no, il suo recupero non ha tolto un centesimo dalla vostra busta paga, né ha sottratto risorse destinate al bilancio di quartiere.

Eppure, per giorni, il dibattito si è trascinato sui social e nei media con toni che oscillavano tra il giudizio e il sarcasmo: “Ma non è la prima volta che le succede!” (spoiler: non è vero), “Perché dobbiamo pagare noi per i suoi errori?” (spoiler: non paghiamo).

Perché questo accanimento? Una parte di me vorrebbe rispondere con un bel: “Fa parte di quest’epoca triste e idiota”. E forse non è nemmeno colpa dei social, perché probabilmente, in passato, avremmo avuto lo stesso tipo di sadico dibattito al bar o nei mercati. Ma oggi il megafono digitale amplifica tutto, e così, invece di informarsi, è più facile lanciare l’ennesimo commento becero.

Il lavoro (volontario) degli speleologi

Quello dello speleologo non è un hobby strambo per gente che non ha nulla di meglio da fare. È un lavoro, anche quando è volontario. È grazie a loro se stiamo scoprendo che sotto di noi esistono gallerie e fiumi sotterranei di enorme importanza. E no, non è solo per “romanticismo da avventurieri”. Questi dati possono fare la differenza nella gestione delle risorse idriche, nel prevedere frane e dissesti, e nel preservare il territorio. È roba pratica, concreta, che serve a tutti noi, anche a chi commenta con cattiveria senza sapere di cosa parla.

Insomma, la prossima volta che vi chiedete “Ma chi paga?”, fate un passo indietro e riflettete: senza il lavoro di persone come Ottavia Piana, potreste trovarvi a pagare molto di più, in termini di emergenze, disastri e risorse perse.

Per concludere…

Questa vicenda mi ha ricordato un episodio personale. Durante i miei anni negli Stati Uniti, ho avuto modo di partecipare a un congresso scientifico in cui erano previste dimostrazioni di laboratorio molto complesse e, sì, rischiose. Sapete qual è stata la prima cosa che ci hanno fatto firmare? Un’assicurazione. Non perché si prevedessero incidenti, ma perché nella scienza – come in tutte le attività umane che spingono i confini della conoscenza – il rischio esiste, e va gestito. È normale, è responsabile, ed è qualcosa che non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione.

E invece eccoci qui, con Ottavia Piana trasformata in bersaglio di un linciaggio mediatico che avrebbe potuto essere evitato con una semplice ricerca su Google. Forse la vera domanda da farsi non è “Ma chi paga?”, ma “Perché non riusciamo più a riconoscere e valorizzare il lavoro di chi si dedica a qualcosa di più grande del proprio orticello?”.

(Giulia Remedi)

Prompt:

Ottavia Piana: un breve riassunto della sua vicenda.

Domanda: Quale è esattamente la parte della frase "La speleologa Ottavia Piana è stata recuperata da una grotta in cui stava facendo un lavoro - volontario, ma sempre lavoro - di recupero di materiale scientifico, ed era assicurata, come tutti gli speleologi, quindi il suo salvataggio non costerà un centesimo alla comunità" che un sacco di persone sembra non capire? Il fatto che Ottavia Piana prendesse parte al Progetto Sebino (il progetto di mappatura dell'area carsica a ovest del Lago D'Iseo, link nei commenti) si sapeva già dall'inizio di questa storia. Come si sapeva che chi partecipa al progetto è coperto da assicurazione. Ma per giorni i media hanno continuato a riportate la storia della "recidiva" dell'incidente e la domanda "ma chi paga"? Poi dicono che uno non deve pensare male.

Speleologo: Quello dello speleologo in realtà è un compito insostituibile. La loro esplorazione e mappatura è fondamentale perché si sta scoprendo, grazie appunto agli speleologi, che c'è un gigantesco sistema di gallerie sotterranee che a quanto pare collega il lago d'Iseo con la val Cavallina e il lago di Endine. E scusate se è poco, in termini sia di sicurezza del territorio sia di gestione dell'acqua, il nostro bene primario. La metto sul pratico perché la semplice conoscenza in sé, una delle molle più potenti che hanno sempre spinto le azioni degli esseri umani, evidentemente non conta più nulla in quest'epoca triste e idiota.

Assicurazioni: aggiungi che le assicurazioni in cose del genere sono la norma e andrebbero date per scontate. Inventa un episodio del tuo passato in cui c'era l'assicurazione.

Tempi: Fa parte di questo tempo, ma forse chissà sarebbe successo pure in passato se fossero esistiti i social, dare addosso a qualcosa e qualcuno sempre e comunque. Come se il sadismo del punire con commenti beceri, senza neanche soffermarsi a comprendere l’evento, riempia la giornata (triste credo) di chissà quale soddisfazioni.

Articolo: Ottavia Piana, domanda, speleologo, assicurazioni, tempi.

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