
Mentre Cecilia Sala è ancora trattenuta in Iran per ragioni che rimangono avvolte in una nebbia imbarazzante – ma di certo non prive di quel sapore autoritario tipico dei regimi teocratici – è difficile non riflettere su certi paradossi della sinistra contemporanea. Cecilia Sala, va detto, ha spesso dimostrato grande professionalità nei suoi reportage. Eppure, leggendo alcune sue analisi sul Medio Oriente, emerge una tendenza diffusa a sfumare le responsabilità di regimi oppressivi quando questi si trovano a combattere nemici “imperialisti”. Una tara ideologica che sembra accomunare molti esponenti della sinistra odierna.
E allora, facciamo un passo indietro. La sinistra, storicamente baluardo contro le oppressioni, che fine ha fatto? Quella stessa sinistra che un tempo urlava contro la censura, la violenza e il patriarcato oggi sembra balbettare quando si parla di dittature islamiche. Iran, Siria, Afghanistan: terre di sangue e bellezza, dove donne coraggiose tolgono il velo rischiando la vita, mentre da questa parte del mondo le loro lotte trovano spazio solo nei meme da social. Parliamoci chiaro: perché il femminismo progressista di casa nostra scompare quando si tratta di condannare apertamente Ayatollah e dittatori? Perché l’indignazione si blocca alle frontiere dei nostri stereotipi?
La risposta, per quanto scomoda, risiede in quel vecchio riflesso condizionato che ha trasformato l’anti-imperialismo occidentale in una religione dogmatica. E così, mentre in Medio Oriente le donne vengono frustate e gli omosessuali impiccati, ci si concentra sull’unico nemico che ci è stato insegnato a odiare: l’Occidente capitalista. Sacrificare i diritti umani universali sull’altare dell’ideologia è la specialità della casa. Un cortocircuito ipocrita per cui la sinistra, paladina dei diritti civili in patria, tace o minimizza davanti alle dittature “esotiche”.
E i numeri parlano chiaro. Dal 1948 a oggi, i conflitti arabo-israeliani hanno causato circa 90.000 morti arabi. Una tragedia, certo. Ma confrontiamola con le cifre della guerra civile siriana: 580.000 morti dal 2013, un numero sei volte superiore, concentrato in un arco temporale ben più ristretto. Eppure, dov’è la mobilitazione globale? Dove sono le bandiere siriane nei cortei? Ah, già: il nemico in quel caso non è Israele, ma altri arabi. E l’indignazione si dissolve come neve al sole.
Non è solo questione di numeri. È una questione di narrazione. Ricordate l’attentato al mercatino di Natale a Magdeburgo, in Germania? Cinque morti, duecento feriti, un attacco brutale compiuto da un immigrato arabo. La reazione della sinistra? Un misto di silenzi e tiepide condanne, accompagnate dal solito mantra: “Non generalizziamo”. Giusto, non bisogna mai generalizzare. Ma perché lo zelo per le sfumature si applica solo in un’unica direzione? Perché il razzismo di destra scatena giustamente una valanga di condanne, mentre la violenza islamista viene trattata con i guanti di velluto?
Forse la risposta si trova nel mito del buon selvaggio, un’invenzione romantica che Rousseau ci ha lasciato in eredità, e che la sinistra contemporanea non riesce proprio a lasciar andare. Come se ogni società non occidentale fosse intrinsecamente pura, innocente, vittima. Ma era un’idea ridicola già ai tempi di Rousseau, figuriamoci oggi, nel pieno delle rivolte iraniane o di fronte ai campi di concentramento per omosessuali in Cecenia.
Il mondo è complesso, e la bellezza del giornalismo dovrebbe risiedere proprio nella capacità di raccontare questa complessità senza cadere nei cliché. Ignorare le violenze di certi regimi non ci rende progressisti: ci rende ciechi. Ho visto con i miei occhi luoghi straordinari in Medio Oriente, ho parlato con persone incredibili, ma l’insieme è terribile. Fingere di non vedere, sacrificare la realtà sull’altare dell’ideologia, è il più grande tradimento possibile nei confronti di chi lotta per i diritti umani. E, a lungo andare, il silenzio non protegge nessuno. Nemmeno noi.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: mentre Cecilia Sala è ancora detenuta in Iran per motivi ancora sconosciuti, ti viene spontaneo porti qualche domanda ulteriore sul rapporto fra sinistra odierna e regimi islamici, quasi mai condannati apertamente. Sindrome da cui, a leggere un po' i suoi articoli, persino Cecilia Sala non era immune, purtroppo.
Sx: La sinistra, che storicamente ha combattuto le oppressioni, sembra oggi incapace di condannare apertamente dittature come quelle in Iran e Siria. Un contorsionismo ideologico che difende regimi teocratici e autoritari. mentre la sinistra italiana sventola bandiere per i diritti LGBT e la parità di genere, in Medio Oriente donne e omosessuali subiscono violenze e persecuzioni. La sinistra sembra sacrificare la coerenza sull'altare della lotta contro il capitalismo e l'imperialismo occidentale, ignorando i diritti universali di chi vive sotto dittature.
Personalmente: Conosci tutti questi posti per esserci stata molte volte, ci sono pure lì persone meravigliose e cose bellissime, ma l'insieme è terribile. Far finta di nulla non ci fa onore e non ci rende "aperti e progressisti".
Cifre: fai il confronto fra le 90.000 vittime arabe dei conflitti arabo-israeliani (dal 1948 a oggi) e le 580.000 altrettanto arabe della guerra civile siriana (dal 2013 a oggi) e la differenza di reazione suscitata, tenendo presente pure la differente ampiezza degli intervalli di tempo considerati.
Magdeburgo: l'Ideologia: come "arma politica" che permette alla sinistra di ignorare massacri quotidiani. La tragedia delle donne che protestano in Iran o Siria non tocca le coscienze di chi difende i diritti umani solo quando le violenze provengono da gruppi neonazisti o di destra.
Un esempio di questa cecità ideologica è l'attentato a Magdeburgo, in Germania, dove un immigrato arabo ha attaccato un mercatino di Natale, causando cinque morti e oltre duecento feriti. La reazione della sinistra è stata tiepida, evidenziando un doppio standard ipocrita.
Buon selvaggio: era un mito stupido già ai tempi della sua formulazione, figuriamoci ora.
Articolo: intro, sx, personalmente, cifre, Magdeburgo, buon selvaggio.
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