Anni di scelte demenziali e il conto finale: la produttività italiana in caduta libera

Ci siamo. Anni e anni di scelte discutibili, quando non apertamente demenziali, stanno finalmente presentando il conto. Certo, non c’era bisogno di essere Nostradamus per prevedere che questo momento sarebbe arrivato. Bastava un minimo di buon senso. Eppure eccoci qui, con l’Istat che certifica l’ennesima crisi di produttività in Italia. Dopotutto, chi l’avrebbe mai detto che chiudere acciaierie e fabbriche di automobili per aprire B&B e tavole calde non sarebbe stato il volano economico che ci si aspettava? Chi mai avrebbe immaginato che sostituire l’industria con il magnifico turismo – spesso considerato il “petrolio italico” – non avrebbe fatto impennare il PIL? Ah, l’imponderabile…

Ma non riduciamo tutto a una battuta, per quanto allettante. Il problema è vasto, strutturale e radicato in scelte strategiche che, nel corso degli ultimi decenni, hanno sistematicamente penalizzato la produttività del paese. Vediamo di fare ordine tra le cause di questo disastro annunciato.

Il paradosso dei finanziamenti e l’idiosincrasia per l’industria

In Italia, il concetto di “strategia industriale” sembra essere un ossimoro. Da un lato, si distribuiscono finanziamenti a pioggia, spesso senza una visione a lungo termine, premiando aziende decotte che non innovano, e dall’altro, si guarda con sospetto qualsiasi proposta di investimento nel settore manifatturiero o tecnologico. Negli anni abbiamo assistito a scene grottesche: multinazionali pronte a investire in Italia respinte al mittente da comitati locali “no-tutto”, che preferiscono preservare l’integrità paesaggistica di un capannone abbandonato piuttosto che accogliere impianti moderni e posti di lavoro.

Il digitale e l’informatica, pilastri dell’economia moderna, vengono tollerati più che promossi. Nella migliore delle ipotesi, sono visti come “mali necessari”. Nella peggiore, come strumenti del “grande complotto delle multinazionali”. Nel frattempo, Paesi come Germania e Francia investono miliardi in intelligenza artificiale, robotica e sostenibilità industriale, lasciandoci indietro.

Non solo. La narrativa dominante, alimentata da un punto di vista ideologico ostile all’industria, ha relegato ricerca e sviluppo a un ruolo marginale. L’idea stessa di fabbrica è stata demonizzata, considerata sinonimo di inquinamento e sfruttamento, mentre il turismo è stato eletto a settore salvifico, ignorando che questo, da solo, non può sostenere un’economia complessa come quella italiana. Il risultato? Siamo scesi sempre più in basso nelle classifiche globali di produttività, competitività e attrattività per gli investitori stranieri.

Politiche miopi e la cultura del “no”

Parliamo delle forze politiche. In Italia, il successo elettorale sembra essere direttamente proporzionale alla capacità di dire “no”. No alla TAV, no alle trivelle, no ai rigassificatori, no alle infrastrutture, no al progresso tecnologico. Un no che diventa bandiera, identità, e che puntualmente blocca qualsiasi tentativo di modernizzazione del paese. Chiunque provi a proporre soluzioni pragmatiche si trova schiacciato tra il populismo e una burocrazia mastodontica, che con le sue procedure kafkiane riesce a trasformare anche il più semplice degli iter amministrativi in una via crucis.

E poi c’è la giustizia. La lentezza cronica del sistema giudiziario italiano è uno dei principali deterrenti per gli investitori stranieri. Nessuno vuole fare affari in un paese dove una causa commerciale può trascinarsi per anni, senza garanzie di una soluzione tempestiva. Questo, unito a una tassazione elevata e poco trasparente, crea un cocktail micidiale per chiunque voglia scommettere sull’Italia.

L’ossessione umanistica e il disallineamento con il mercato

E qui arriviamo a un altro punto dolente: la formazione. In Italia, l’università continua a sfornare laureati in discipline umanistiche in misura sproporzionata rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Certo, nulla contro le lettere classiche o la storia dell’arte – discipline nobili e fondamentali per il nostro patrimonio culturale – ma è evidente che un paese che punta al rilancio economico ha bisogno di ingegneri, scienziati, tecnici. Invece, i corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) continuano a essere sottovalutati, con conseguenze drammatiche per la competitività industriale.

La mentalità che considera il lavoro manuale o tecnico come “inferiore” ha portato a una grave carenza di competenze chiave nei settori strategici. E intanto, le aziende italiane cercano disperatamente figure professionali che non riescono a trovare, costrette a spostare la produzione altrove o a ridurre le attività.

E ora, cosa fare?

La soluzione, per quanto complessa, è chiara: serve un cambio di paradigma. L’Italia deve ritrovare il coraggio di investire nell’industria, nella ricerca e nello sviluppo, e deve farlo con una visione chiara e a lungo termine. Bisogna ridurre la burocrazia, accelerare la giustizia e incentivare le aziende a innovare, premiando chi investe nel futuro piuttosto che chi si accontenta di sopravvivere.

E sul fronte educativo, è necessario riallineare l’offerta formativa alle esigenze del mercato, senza demonizzare le discipline umanistiche ma riconoscendo la necessità di una maggiore attenzione alle competenze tecniche e scientifiche.

Se non agiamo ora, rischiamo di condannare il paese a un declino irreversibile. E come ci insegna la storia, una volta perso il treno dello sviluppo, recuperare terreno è molto più difficile. I numeri, in fondo, raccontano una storia. Sta a noi decidere se vogliamo che sia una storia di declino o di rinascita.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: anni e anni di scelte demenziali alla fine presentano il contro. Non che ci volesse Nostradamus, a prevedere esattamente quello che sta succedendo.

Istat: Istat certifica la crisi della produttività in Italia. Eri convinta che, chiudendo acciaierie e fabbriche di automobili e aprendo tavole calde e b&b, sostituendo il magnifico turismo (petrolio italico) alla vile industria, fosse destinata a impennarsi. Ma vedi tu, ma chi se lo poteva immaginare...

Articolo: intro, Istat; aggiungi considerazioni che coinvolgono errori nei finanziamenti, il punto di vista ideologicamente contrario all'industria, alla ricerca e allo sviluppo, il digitale e l'informatica visti nel migliore delle ipotesi come mali necessari, le forze politiche no-tutto che elettoralmente funzionano, una burocrazia mastodontica e una giustizia lentissima che scoraggiano investimenti stranieri, e la prevalenza dei corsi di laurea umanistici.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento