
Quella di Vladimir Putin e della Russia è una storia spesso raccontata come la marcia trionfale di un’ideologia reazionaria, di ritorno all’ordine, alla forza, alla virilità patriarcale. E tutto questo è in parte vero, ma anche profondamente falso. Come spesso accade con le faccende russe, bisogna grattare via la crosta di ghiaccio per scoprire che sotto c’è un magma bollente di surrealismo politico, manipolazione semiotica e postmodernismo da manuale. La Russia non è solo il grande nemico dell’Occidente: è anche la sua caricatura più grottesca, lucida e inquietante. E no, non è colpa di Dugin.
Il fantasma di Surkov
Dugin, per capirsi, è quello con la barba da mago, i riferimenti a Evola, e la passione per l’Impero eurasiatico. Un’icona perfetta per i nostalgici di una Russia imperiale, antiliberale e spiritualista. Però, come spesso accade, il filosofo più appariscente non è quello che tira davvero le fila. Dietro le quinte del putinismo, il vero burattinaio è Vladislav Surkov. Lo si scopre di recente, con tanto di fascicoli, confessioni, e un tocco di tragicommedia: Surkov è infatti ai domiciliari dal 2022 per aver, diciamo così, “alleggerito” i fondi destinati al consolidamento del Donbas. Niente di personale, solo il solito vizietto della cassa facile.
Surkov, ex uomo del teatro d’avanguardia e manager della Yukos, non è un ideologo nel senso classico del termine. È un art director del potere, un curatore di contenuti per un regime che ha capito che l’autorità, oggi, si costruisce non solo con la forza, ma con le narrazioni. E lui, nel suo studio, lo dimostra senza giri di parole: poster di Derrida da una parte, un rapper americano dall’altra. A suo modo, è il perfetto teorico della simulazione postmoderna.
Dugin seduce le anime semplici, Surkov scrive la sceneggiatura
L’ideologia di Dugin affascina chi cerca certezze. Grandi cicli storici, imperi spirituali, guerra eterna contro l’Occidente decadente. Ma è roba da romanzo, da tesi di laurea in filosofia esoterica. Surkov, invece, lavora con la realtà. La prende, la manipola, la mescola con il mito, e poi la restituisce al popolo sotto forma di reality show geopolitico.
È lui che, insieme a Putin, crea una nuova ideologia dopo il collasso sovietico e la sbornia ubriaca del decennio eltsiniano. Il progetto? Prendere pezzi di passato – un po’ di Stalin come eroe militare, la Chiesa ortodossa come garante morale, qualche slogan eurasiatico per darsi un tono – e cucirli insieme con il filo dell’estetica post-sovietica. Il risultato non è un’ideologia coerente, ma un collage di segni. Non importa che siano veri: devono solo essere creduti. È qui che entra in gioco Nietzsche, quello del “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, e magari anche Baudrillard, con le sue simulazioni. Putin come iperrealtà: non uno zar, non un segretario, ma un brand.
Il reality russo e il trionfo della finzione
Surkov lo dice chiaramente in uno dei suoi scritti più famosi: la politica moderna è uno spettacolo permanente. E la Russia di Putin è la sua messa in scena perfetta. La televisione russa costruisce narrazioni, manipola eventi, orchestra opposizioni finte per simulare pluralismo. È un Truman Show geopolitico con budget illimitato e colonna sonora epica.
La disinvoltura con cui la Russia gioca con la realtà – nei media, nella diplomazia, nelle guerre ibride – non è semplicemente una strategia, è la filosofia del regime. Qui non si cerca di convincere con la verità, ma di confondere con le versioni. L’importante è che il pubblico, alla fine, resti spettatore passivo.
E mentre Dugin predica la guerra metafisica contro l’Occidente, Surkov gli monta la scenografia. È una Russia che non ha bisogno di crederci davvero, ha solo bisogno che tu, per un attimo, ci caschi.
Nel grande teatro russo del XXI secolo, tra croci ortodosse e bandiere rosse riesumate, tra sfilate militari e DJ set nazionalisti, c’è una regia invisibile che tiene insieme tutto con la colla del postmodernismo. Surkov è il regista che ha capito che il futuro appartiene non a chi dice la verità, ma a chi la sceneggia meglio.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: Quella di Vladimir Putin e della Russia è dipinta usualmente come ideologia reazionaria - del resto la Russia in generale ha sempre cercato di opporsi, e in generale con successo, alle varie rivoluzioni occidentali (illuminismo, rivoluzione industriale, democrazia liberale).
parte 1: Recentemente, si è scoperto che Vladislav Surkov, e non Aleksandr Dugin, è stato il vero ideologo dietro il Putinismo. Surkov, noto per il suo approccio postmodernista, è ai domiciliari dal 2022 con l'accusa di appropriazione indebita di fondi destinati al consolidamento della regione del Donbas a partire dal 2014.
parte 2: Molti credono che la nuova Russia sia influenzata da Dugin, ma un'analisi più approfondita rivela che Surkov ha avuto un ruolo centrale. Dugin, noto per la sua ideologia eurasiatica e per essere un seguace di Evola, rappresenta una filosofia reazionaria che seduce le anime semplici. Surkov, invece, è di tutt'altra stoffa. Nel suo studio, tiene un poster di Derrida e uno di un rapper americano, dimostrando il suo carattere postmodernista.
parte 3: Dopo il crollo dell'URSS e il caos di Eltsin, Surkov e Putin hanno creato una nuova ideologia per dare ordine al caos. Hanno selezionato elementi eterogenei, come Stalin come condottiero militare, la chiesa ortodossa e alcuni slogan di Dugin, per costruire una nuova falsa identità russa. Questo approccio post-Nietzscheano, dove le idee false devono essere credute vere dal popolo, è alla base del Putinismo.
parte 4: la disinvoltura della Russia nella manipolazione mediatica contemporanea ne é una dimostrazione.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.
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