25 aprile: la festa che non è (più) per tutti

È incredibile come il 25 aprile — la Festa della Liberazione, già bella fin dalla sua stessa denominazione — debba essere oggi il teatro di ripicche, veleni, beghe da sottoscala. Una data che dovrebbe evocare la luce dopo il buio, il coraggio dopo il servilismo, la dignità dopo la dittatura, ridotta a palcoscenico per sfide di quartiere e revisionismi d’accatto.
Ma non dovremmo stupircene. Anzi, se vogliamo proprio dirla tutta, è il contrario a essere sorprendente: che qualcuno pensi ancora che debba essere una festa per tutti.

Pensiamoci seriamente, per una volta. È davvero plausibile aspettarsi che chi simpatizza per il fascismo, chi lo assolve, chi ne strizza l’occhio nei talk show e nei tweet, celebri sinceramente la Resistenza? Che ne onori i morti, ne riconosca il valore, ne condivida l’eredità morale solo perché ha giurato sulla Costituzione? Non è una questione di forma: è sostanza, profonda, ineludibile.
La Resistenza non fu un pranzo di gala, fu una guerra civile — sì, civile, smettiamola con le ipocrisie — tra chi scelse l’Italia democratica e chi restò fedele all’Italia del manganello, dei roghi di libri e delle leggi razziali.
E allora basta con questa grottesca pretesa d’inclusività. Il 25 aprile non deve essere una festa per tutti. Deve essere una festa di parte, della parte giusta della Storia. Un momento esclusivo, prezioso, conquistato col sangue di uomini e donne che hanno detto no. È un’offesa confondere amici e nemici in questa commemorazione. È uno schiaffo a chi ha perso la vita immaginando un futuro che, per quanto imperfetto, non prevedeva ministri che balbettano sulla parola “antifascismo” o presidenti del Senato che rievocano “italiani brava gente”.

Ma perché siamo arrivati a questo punto? Forse perché, a differenza della Germania, l’Italia non ha mai avuto un vero “Processo di Norimberga”.
Abbiamo avuto qualche epurazione formale, qualche ministro allontanato e poi subito reintegrato, qualche carta bollata. Poi via, tutto sommerso sotto il tappeto della retorica del “volemose bene”. Il fascismo ridotto a una carnevalata di ometti in camicia nera, fez in testa, gagliardetto al collo. Un pittoresco folclore di cartapesta. Amici scomodi di Hitler, certo, ma roba da libro di storia, una macchietta superata.
E così, mentre in Germania la memoria della Shoah e del nazismo è un’educazione civile obbligatoria e viva, in Italia si è preferito raccontarsi una favoletta autoassolutoria. “Non sapevamo”, “non eravamo d’accordo”, “abbiamo fatto anche cose buone”. La narrazione dell’italiano fascista per convenienza, non per convinzione. Come se bastasse questo a mondarci da ogni colpa.

Oggi, che il mondo occidentale intero si sposta — per stanchezza, paura, calcolo — verso l’autoritarismo, la questione esplode di nuovo in faccia. Con un governo che, nel migliore dei casi, strizza l’occhio al neofascismo e, nel peggiore, ne eredita direttamente il DNA culturale, la Festa della Liberazione torna a essere scomoda. Perché chi ci governa non sa più cosa farsene. Non la può cancellare, ma la svuota, la rende un cerimoniale spento, un momento di “riconciliazione nazionale”.
Riconciliazione con chi? Con chi spara ai partigiani dalle pagine dei libri e dai profili social? Con chi trasforma i repubblichini in “ragazzi in buona fede”? No, grazie.

Potrei — e qualche anno fa l’avrei fatto — prendermela con noi insegnanti. Potrei dire che non siamo riusciti a trasmettere quei valori, che abbiamo fallito nel dare senso alla memoria. Ma oggi non lo credo più. Perché ogni insegnamento, per quanto appassionato, per quanto rigoroso, resta un seme. E sta a chi lo riceve decidere se farlo crescere o lasciarlo marcire.
Non sono le scuole ad aver fallito: è la società, è la politica, è la cultura pubblica a essere marcia. È un sistema che accetta l’equivalenza tra verità e menzogna, tra liberatori e oppressori, tra memoria e propaganda. È un sistema in cui si ha paura di dire: il fascismo è il male. Senza “ma”, senza “però”.

Il 25 aprile, oggi, è una cartina al tornasole. Rivela chi siamo diventati. E ci dice, senza mezzi termini, che se vogliamo continuare a onorare davvero questa data, dobbiamo accettare che non sia — e non sarà mai più — una festa condivisa.
Deve restare, ostinatamente, la festa di chi sa da che parte stare. Anche quando la piazza si svuota, anche quando i microfoni balbettano, anche quando la Storia torna ad avere paura della sua stessa voce.

(Roberto De Santis)

Prompt:

Intro: è incredibile come il 25 Aprile, Festa della Liberazione, bella fin dalla denominazione, debba ormai essere un teatro di squallide ripicche e beghe. O almeno, questo il pensiero "di pancia": come si potrebbe mai non condividere, vero? Eppure è evidente che ormai non è affatto così, ancor più di questi tempi.

parte 1: pensiamoci bene. E' assurdo aspettarsi che chi simpatizza per il fascismo celebri la Resistenza e la Liberazione solo perché ha giurato sulla Costituzione. Forse, il 25 aprile non deve essere una festa per tutti, ma un momento esclusivo, prezioso e significativo, conquistato con il sacrificio di uomini e donne. E' un'offesa confondere amici e nemici in questa commemorazione, ricordando che molti hanno dato la vita per questa causa, non per vedere compromessi o lamentele.

parte 2: le cause di questa spaccatura, forse: nessun equivalente italiano del Processo di Norimberga, cui ha fatto seguito un processo di rimozione collettiva, quello per cui il fascismo è fatto da pochi ridicoli ometti col fez e i gagliardetti, amici di Hitler.

parte 3: con un mondo occidentale che, per tanti motivi, si sposta verso l'autoritarismo, e un governo simpatizzante fascista nel migliore dei casi, il problema si acuisce - e si acuirà ulteriormente. Potrei incolpare noi, inteso come noi insegnanti, che non siamo riusciti a trasmettere questi valori? Fino a qualche anno fa avrei detto di sì. Ma la responsabilità finale di cosa fare di un insegnamento resta in mano a chi lo riceve.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3. Approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico.


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