Anche a Twin Peaks sembrava non succedesse un cazzo

Ogni volta che leggo un articolo sui delitti della provincia italiana — Garlasco, Erba, Novi Ligure, per citare i greatest hits — mi torna in mente quella frase che il mio caporedattore al giornale locale amava ripetere quando qualcuno si lamentava di stare dietro a sagre, piani regolatori o gare di torte e non a indagini su logge massoniche deviate.

“Ragazzi, anche a Twin Peaks sembrava non succedesse un cazzo.”

Poi è bastata una ragazza morta avvolta nella plastica, e boom: FBI, sogni premonitori, nani che parlano al contrario, e la sensazione che ogni villetta a schiera potesse nascondere il Male con la M maiuscola.

Ecco, questo è esattamente il punto. Perché da qualche tempo, in Italia, c’è una nuova moda mediatica: riaprire i vecchi casi di cronaca nera come fossero cofanetti vintage da cui potrebbe saltar fuori, magicamente, una nuova verità. E non perché la magistratura abbia trovato una nuova prova del DNA o un testimone mai ascoltato. No. Succede perché Le Iene, o un programma simile, ha ricevuto una soffiata, un messaggio Instagram o un pizzino scritto male da un cugino del panettiere della sorella della vittima.

La nuova moda: riesumare il passato con un microfono e un sospetto

Negli ultimi mesi, sembra che tutti i casi di cronaca nera degli ultimi vent’anni siano tornati di moda, come se il 2005 fosse il nuovo 2025. Non passa settimana senza che un programma televisivo — spesso con più grafiche che fonti — rispolveri l’ennesimo mistero italiano. Si torna a parlare del delitto di Garlasco, della strage di Erba, di Novi Ligure. Ma non con un taglio giornalistico serio, documentato, magari frutto di un’inchiesta paziente. No. Lo si fa con l’urgenza e il tono cospirazionista da “ci stanno nascondendo qualcosa”.

L’effetto è quello di un gigantesco true crime all’amatriciana, dove ogni dettaglio viene reinterpretato, ogni gesto sospetto riletto, ogni espressione facciale giudicata con lo sguardo clinico del criminologo da salotto. “Perché rideva durante l’interrogatorio?” “Perché aveva le scarpe pulite?” “Perché ascoltava i Subsonica?”.

Ma soprattutto: perché mai abbiamo pensato che le Iene, un programma che ha sdoganato la disinformazione vestita da denuncia sociale, potessero davvero contribuire alla ricerca della verità?
Attenzione, non si tratta di essere snob. Il giornalismo popolare ha dignità, quando è fatto con rigore. Ma qui siamo in un altro territorio: l’infotainment morboso che tratta un processo come una fiction interattiva in cui il pubblico può votare il colpevole via app.

Esempi di culto: il caso Garlasco e il tribunale parallelo del web

Prendiamo il caso Garlasco, per anni inchiodato al volto di Alberto Stasi, trasformato in tempo reale in meme, mostro o martire a seconda delle correnti. Dopo sentenze, assoluzioni, condanne, DNA e pedali di bicicletta analizzati con la precisione di un laboratorio della NASA, ecco che arriva l’alternativa: la “pista nuova”, la “testimonianza mai considerata”, la “verità che non vogliono farci sapere”.

L’unico problema? È la quattordicesima “verità che non vogliono farci sapere” in vent’anni. E ogni volta, invece di chiarire, si sporca l’acqua. Si alimenta il sospetto diffuso che “nessuno è innocente” e che “la verità vera la sa solo chi non può più parlare”.

In pratica: tutto fa brodo, purché serva a mettere in dubbio.

E in un paese come l’Italia, dove già fatichiamo a fidarci della giustizia ufficiale, l’effetto è devastante. Perché in questo clima, la verità non si cerca: si monta, si smonta, si scrive in sovrimpressione a caratteri cubitali e poi si dimentica al primo cambio di palinsesto.

Il crimine come contenuto: e noi, spettatori seriali

Ci siamo trasformati in un paese che consuma cronaca nera come se fosse Netflix. Solo che non è fiction. I morti, purtroppo, sono veri. I familiari anche. E il circo mediatico non ha alcuna pietà per nessuno: né per chi è stato condannato (e magari ha già pagato), né per chi continua a chiedere giustizia in silenzio.

Ma in fondo il punto è questo: ci piace sentirci piccoli detective da salotto. Interpretare i cold case come fossero puzzle interattivi. Vivere nel sogno di scoprire quel dettaglio sfuggito a tutti, magari solo perché “ci ho pensato stanotte mentre guardavo TikTok”.

È la sindrome da Twin Peaks: anche nei paesini dove non succede mai un cazzo, ci deve essere per forza un mistero, un complotto, una doppia vita, una bugia.
E se non c’è, beh… possiamo sempre inventarcela.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: Ogni volta che leggo di delitti insoluti in provincia (vedi Garlasco, Erba, Novi Ligure), mi viene in mente quello che diceva il mio capo al giornale locale quando qualcuno si lamentava di non essere esattamente a caccia delle registrazioni segrete del Watergate.
"Ragazzi, anche a Twin Peaks sembrava non succedesse un cazzo".

parte 1: la nuova moda: rispolverare i vecchi casi di cronaca nera sulla base di illazioni e sospetti, grazie soprattutto a Le Iene e a tutto quel tipo di "informazione" sempre alla ricerca di qualcosa di nascosto.

Articolo: intro, parte 1. Approfondisci dove necessario, con divagazioni ed esempi.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante.

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