Femminicidio e altri racconti per l’uso elettorale della paura

Disclaimer per i diversamente intelligenti: uccidere è un crimine. Non solo non lo difendo, ma lo considero una delle cose più schifose e irreparabili che un essere umano possa fare. L’omicidio di una donna perché donna è un abisso di violenza, miseria e fallimento sociale che dovrebbe indignarci senza tentennamenti. Detto questo, chi risponderà con un “eh ma allora per te il femminicidio è una sciocchezza” può serenamente tornare a cercare conforto spirituale nei commenti di Facebook sotto gli editoriali di Selvaggia Lucarelli. Qui si prova a ragionare.

Il caso di Martina: tragedia, punto

Il femminicidio della quattordicenne Martina Carbonara, uccisa dall’ex fidanzato, è un orrore indicibile. Non ha giustificazioni né scusanti. È una tragedia che richiede giustizia, non slogan. Ma come sempre accade con i grandi dolori pubblici, anche questo è diventato benzina politica, combustibile ideologico, colonna sonora per le solite indignazioni preconfezionate.

Quello che non torna (ma non si può dire)

È da anni che osservo con un misto di sconcerto e curiosità accademica l’evoluzione del “femminicidio” da termine giuridico (che nemmeno esisteva in Italia fino a pochi anni fa) a passepartout culturale. Quasi un feticcio. Un concetto potentissimo, perché tocca le viscere e mobilita il consenso. Però, se guardiamo i numeri senza lenti ideologiche, scopriamo una verità sorprendente: il femminicidio è statisticamente marginale rispetto ad altre forme di morte violenta. Cioè, fortunatamente, in Italia non è un’epidemia. E anzi, rispetto agli omicidi totali, quelli contro le donne restano relativamente stabili, pur in un contesto generale di forte calo.

Ora, se i numeri non sono esplosivi, perché la narrazione sì?

Il paradosso dei numeri e delle risorse

Dal 2000 al 2018, in Italia sono state uccise oltre 3.000 donne. Una cifra agghiacciante, ma che diventa più chiara se distribuita: sono circa 166 all’anno. Nel 2023, nei primi sei mesi, 60 vittime: 80% in ambito affettivo-familiare. Non un massacro quotidiano, ma nemmeno una rarità. Una costante, preoccupante e strutturale, che non cala nonostante milioni e milioni di euro investiti in campagne, spot, numeri verdi, case rifugio, progetti educativi, corsi per la “decostruzione del maschio tossico”, e chi più ne ha più ne metta.

Dal 2019 al 2022, i femminicidi sono aumentati, passando da 112 a 125 (+12%). Ma attenzione: nello stesso periodo, gli omicidi totali sono diminuiti. Quindi è vero che il femminicidio resiste. Ma questo non ci racconta che le donne sono sempre più in pericolo. Ci dice, semmai, che gli uomini si ammazzano meno tra loro, mentre quelli che uccidono le donne sono rimasti lì, impassibili davanti a decenni di sensibilizzazione.

Il femminicidio come clava elettorale

Ora arriva la parte antipatica, quella che ti fa perdere followers su Instagram e ti rende persona non gradita nei panel di sinistra benpensante. Il femminicidio, per come viene narrato e usato, è un prodotto di marketing politico perfetto.
Perché?

Semplice: riguarda metà dell’elettorato. È trasversale. Si insinua nella mente con la forza della paura più potente: quella che potrebbe capitare a me. Se ti convinco che uscire da sola può essere letale, che ogni uomo è un potenziale killer, che il patriarcato è il tuo vero aguzzino, io ti ho in pugno. Politicamente. Culturalmente. Moralmente.

Il femminicidio è la bandiera più facile da sventolare, perché anche quando i numeri non salgono, le storie fanno il resto. Funziona così: più una cosa è rara, più fa notizia. E quando fa notizia, diventa priorità. Invece che lavorare su cause profonde (modelli educativi, dinamiche familiari, fragilità emotive, contesti socioeconomici), ci limitiamo a gridare “mai più” ogni tre giorni, salvo poi dimenticarcene appena cambia il ciclo di notizie.

E intanto il clima si radicalizza. L’odio verso il “maschio” prende piede. E quando un’ideologia basa il proprio consenso sull’identificazione di un nemico, beh, la storia ci insegna che finisce malissimo.

L’aggravante che aggrava il dibattito

Nel 2024 è stata introdotta l’aggravante specifica per “femminicidio”. La formula è: “omicidio commesso in danno della donna in quanto tale”. Una norma simbolica, certo, ma anche pericolosa. Perché introduce una disparità palese: come se uccidere una donna fosse più grave che uccidere un uomo.

E qui, da donna, permettetemi una riflessione personale: non voglio leggi speciali per proteggere il mio genere. Voglio leggi giuste. Uguaglianza non è fare distinzioni in nome della protezione. È garantire che, se mi succede qualcosa, la legge punisca chi mi fa del male in modo equo, senza stabilire una gerarchia della sofferenza basata sul sesso della vittima.

Perché, diciamolo: il punto è chi uccide, non chi viene ucciso. E se mi ammazza il partner perché sono una donna, la sua colpa non è maggiore di quella di chi uccide il collega per gelosia, o l’amico per debiti.

Meno culto della vittima, più lavoro sporco

Il femminicidio va combattuto, certo. Ma non trasformato in feticcio ideologico. Il rischio è che diventi un totem sacro utile solo a colpire l’avversario politico, a zittire le voci scomode e a rafforzare narrazioni binarie che non aiutano nessuno.

Serve meno retorica e più realtà. Meno storytelling e più studio. Meno “uomini cattivi” e più indagini serie sui meccanismi che generano il disastro. Perché una società che si limita a piangere le vittime senza voler capire i carnefici, è una società che continuerà a piangere.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Disclaimer per i diversamente intelligenti: uccidere è un crimine e qui nessuno sta sminuendo il fatto che sia qualcosa di terrificante e che debba essere punito legalmente con la massima severità, quindi no, le contestazioni 'eh ma tu pensi che il femminicidio sia una stronzata' non meriteranno una risposta, poiché non perdo un secondo de mio tempo, quando il sistema nazionale di istruzione pubblica ne ha evidentemente perso molto di più rispetto a chi mi risponderà così.

parte 0: il tema del femminicidio torna prepotentemente di attualità con la tragica vicenda di Martina Carbonara, 14 anni, uccisa dall'ex fidanzato.

parte 1: Quello che mi ha sempre affascinato è il ruolo propagandistico del femminicidio, un qualcosa di statisticamente irrilevante e che, fortunatamente, continua a presentare numeri sempre più bassi, per quanto con un trend di calo inferiore alle altre forme di omicidio - cosa che fa pensare semmai ad un problema strutturale.

parte 2: Negli ultimi dieci anni, il numero di femminicidi in Italia è rimasto sostanzialmente stabile, nonostante l'aumento delle risorse economiche destinate alla prevenzione. Dal 2013 ad oggi, il fenomeno non ha mostrato una significativa diminuzione. Dal 2000 al 2018, più di 3000 donne sono state vittime di femminicidio in Italia. Nel 2023, nei primi sei mesi, 60 donne sono state uccise, di cui l'80% in ambito affettivo-familiare. Nel 2019, le vittime di femminicidio erano 112, mentre nel 2022 sono salite a 125, con un aumento del 12%. Nel 50% dei casi, l'aggressore è il partner o l'ex partner della vittima, e nel 92% dei casi l'omicida è un uomo. Secondo l'Istat, gli omicidi di donne sono rimasti stabili nel tempo, mentre quelli degli uomini sono diminuiti significativamente. Inoltre, più di otto donne su dieci conoscevano il loro assassino.

parte 3: Cosa rende il femminicidio, 'forte' per fare politica, prendere voti e consensi ? Semplice: la platea. È qualcosa che possono subire circa il 50% delle persone. E quindi, una grossa platea con una percentuale irrisoria è politicamente molto più forte di una piccola platea con una percentuale enorme, soprattutto quando parte della manipolazione di chi sfrutta questa cosa è 'attente, se non fate come diciamo noi è praticamente certo che vi succederà'. Aggiungo una cosa: è un qualcosa che sfrutta l'odio verso una categoria per compattare, in questo caso verso il 50% della popolazione, e funziona proprio perché è un meccanismo rodato.

parte 4: aggiungi considerazioni sull'aggravante femminicidio recentemente introdotta.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario. aggiungi il tuo punto di vista come donna.

Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un articolo come se fossi lei. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.


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