
Pochi argomenti, negli ultimi anni, hanno generato tanta discussione quanto l’Intelligenza Artificiale. Esaltata dai tecnoentusiasti, demonizzata dai nostalgici dell’analogico, sopravvalutata nei salotti buoni e sottovalutata nei bar — insomma, l’IA è diventata il nuovo terreno di scontro tra fede e scetticismo.
Ma al di là dei titoli a effetto e delle previsioni apocalittiche in stile Skynet, l’intelligenza artificiale resta, semplicemente, uno strumento. Potente, innovativo, sì, ma pur sempre uno strumento.
Il problema? La narrazione sull’IA ha preso il posto dell’IA stessa. E in un’epoca in cui il sensazionalismo comanda la scena, il racconto vince sulla realtà.
Un caffè con Frustalupi
Per provare a rimettere insieme i pezzi, ho deciso di intervistare il professor Aurelio Frustalupi, neuroscienziato di lungo corso, con un passato da consulente nei media e una passione non troppo nascosta per la semiotica del paradosso.
La sua visione dell’intelligenza artificiale è tutto fuorché ingenua. Più che osannarla o combatterla, la smonta, pezzo per pezzo, per mostrarne il cuore vero: quello dell’ennesimo specchio riflesso della nostra società.
L’algoritmo mediocre in un mondo che non vuole l’eccellenza
Quando gli chiedo come vede oggi l’uso dell’IA nella comunicazione, Frustalupi sorride amaramente.
“L’intelligenza artificiale è perfetta per emulare la mediocrità,” mi dice, “e la mediocrità è esattamente ciò che chiede il mercato dell’informazione.”
Spiega che gran parte del pubblico non cerca più contenuti ben costruiti, verificati, strutturati. Cerca conferme: ai propri pregiudizi, ai propri timori, alle proprie convinzioni. E le vuole in fretta, in una frase leggibile in diagonale mentre si aspetta il tram.
“Oggi un articolo che dica il falso, ma che lo dica bene, vince su un’inchiesta accurata. E se a scriverlo è un algoritmo addestrato a captare umori e semplificazioni, tanto meglio.”
Lo scenario che descrive è quasi cinico, ma difficilmente confutabile.
Poi aggiunge:
“Se questa intervista non fosse altro che il frutto di un prompt scritto su ChatGPT, e tu pubblicassi il prompt in calce all’articolo, pensi che importerebbe davvero a qualcuno?”
Pausa. Beve un sorso d’acqua.
“Se quello che viene fuori conferma quello che la gente vuole sentirsi dire, la risposta è no.”
L’intervista
Giulia Remedi: Professore, lei sostiene che l’IA stia adattandosi perfettamente alla nostra cultura dell’informazione superficiale?
Aurelio Frustalupi: Più che adattarsi, direi che la rispecchia. L’intelligenza artificiale riproduce quello che noi le diamo in pasto. E oggi le diamo contenuti mediocri, strutture narrative standardizzate, opinioni spacciate per fatti. Lei li riorganizza bene, certo. Ma non c’è genialità. C’è efficienza.
GR: Quindi è solo uno specchio?
AF: È uno specchio ottimizzato. Ma non riflette la verità. Riflette quello che vogliamo sentirci dire. Una IA addestrata sui dati reali delle nostre interazioni online ci racconta il mondo come lo percepiamo, non come è. E la differenza è abissale.
GR: Cosa ci dice questo sul futuro dell’informazione?
AF: Che rischia di diventare una tautologia algoritmica. Tu chiedi qualcosa, il sistema capisce cosa vuoi sentirti dire, te lo serve. Se un’informazione è scomoda, o complessa, viene tagliata. Rischiamo un mondo dove la verità è una funzione del gradimento.
GR: E come si difende la qualità?
AF: Con l’educazione, l’abitudine alla lentezza, il senso critico. Ma siamo onesti: non sono strumenti “di moda”. E anche il giornalismo ne paga le conseguenze.
Ricorsione mediatica e bugie digitali
Se a questo punto vi state chiedendo se l’intervista con Frustalupi sia avvenuta davvero o sia frutto di un prompt su un’intelligenza artificiale… beh, non posso che sorridere.
È ironico, no? In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può produrre un’intervista credibile su se stessa, siamo entrati in una ricorsione perfetta: l’informazione che parla di se stessa generata da un sistema che impara da quella stessa informazione.
Come un serpente che si mangia la coda, ma con un algoritmo che ne calcola il diametro esatto.
Il vero problema non è l’IA
Il punto non è se l’IA possa scrivere un articolo — può.
Il punto è se noi siamo ancora in grado di riconoscere un buon articolo da uno che ci fa solo sentire “nel giusto”.
La sfida non è tecnica, è culturale. Ed è qui che la divulgazione scientifica ha ancora un ruolo. Anche se sempre più spesso, si ha la sensazione che nessuno voglia davvero ascoltare.
Ma, citando il professor Frustalupi, “la mediocrità non è colpa dell’algoritmo. È colpa nostra, che ne facciamo lo standard.”
(Giulia Remedi)
Prompt:
Intro: pochi argomenti, in questi ultimi anni, generano discussione quanto l'Intelligenza Artificiale. Esaltata, denigrata, sopravvalutata, sottovalutata come ogni hype che si rispetti, è in realtà uno strumento - potente, innovativo, ma lontano da Skynet. Eppure la narrazione sull'IA è ben altra cosa rispetto all'IA. Del resto lo sappiamo: comanda il sensazionalismo.
parte 1: ho intervistato il professor Aurelio Frustalupi, neuroscienziato ed esperto di media, sulle IA.
parte 2: Il professore sostiene che l'IA sia perfetta per emulare il livello dello scritto mediocre, e siccome la gente è superficiale e si limita a leggere distrattamente un'informazione abbondantissima e già di per sé, in media, scadente e superficiale, allora davvero basta poco; non essendo più richiesto un vero lavoro di giornalismo con onori e oneri del caso, un software va benone - triste ma vero. Se, ragionando per assurdo, l'intervista non fosse altro che il frutto di un prompt su ChatGPT, e il prompt stesso fosse riportato in calce all'articolo, ai lettori non intesserebbe affatto; nel caso che l'articolo confermasse i pregiudizi del lettore con bugie e falsità, verrebbe preferito ad uno serio.
parte 3: riporta l'intervista al professore.
parte 4: battuta arguta sulla ricorsione, l'IA e l'informazione
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove necessario.
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