Il prezzo (altissimo) della modernità di facciata

Milano viene spesso descritta come una città in continua trasformazione. “Dinamica”, “internazionale”, “all’avanguardia” sono le parole chiave ricorrenti nei briefing delle agenzie immobiliari e negli speech dei sindaci di turno. Ma forse dovremmo andarci piano con questo entusiasmo di superficie. Dietro i rendering patinati e le skyline da copertina, si cela una realtà molto meno edificante: una città che ha sostituito la sua identità con un brand, e il suo tessuto sociale con un listino prezzi al metro quadro.

Milano per chi?

Nel 1982, da studentessa, prendevo il tram per andare alla Statale. Abitavo in un trilocale in zona Washington, quartiere borghese ma non inaccessibile. Oggi quello stesso appartamento verrebbe affittato a una coppia di expat a cifre che un giovane ricercatore del Politecnico potrebbe solo sognare. Questo è il punto: Milano è diventata inaccessibile.

I prezzi delle case sono esplosi — lo sappiamo — ma ciò che non si dice abbastanza è che questa impennata non è il frutto di una crescita sana, bensì di un mix tossico di speculazione edilizia, concessioni urbanistiche “creative” e investimenti internazionali mossi da logiche puramente speculative. Il centro storico è ormai un parco tematico dell’alta finanza immobiliare: qui si compra per diversificare i portafogli, non per viverci. Le famiglie? Spin­te verso la cintura metropolitana, ammesso che riescano a restare agganciate al sistema con due stipendi. I giovani? Sempre più espulsi, sempre più altrove.

Dovremmo chiederci: Milano cresce, sì. Ma cresce per chi?

Urbanistica o storytelling?

Un tempo, l’urbanistica era l’arte di progettare città per le persone. Oggi è diventata una branca del marketing territoriale. Si parla più di “attrattività” che di vivibilità, più di “concept” che di pianificazione, più di “esperienze immersive” che di trasporti efficienti o coesione sociale.

Piazze che erano punti di aggregazione spontanea sono oggi food court a cielo aperto. I giardini sono “paesaggi verticali” pensati per l’effetto wow più che per essere vissuti. E ogni nuova costruzione viene celebrata come un capolavoro dell’archistar di turno, ma raramente ci si chiede se risponde davvero ai bisogni quotidiani di chi abita la città.

Prendiamo ad esempio CityLife. Un’operazione di facciata riuscitissima, certo: elegante, pulita, “instagrammabile”. Ma anche un enclave per pochi, scollegata da ciò che la circonda. È il simbolo perfetto della Milano di oggi: bellissima da lontano, poco accessibile da vicino.

Una Milano europea? Non proprio

Si ama dire che Milano è l’unica “vera” metropoli italiana. Ma se la confrontiamo con le sue controparti europee — Berlino, Amsterdam, persino Lisbona — emergono le differenze. Nelle grandi capitali europee, nonostante le pressioni immobiliari, esiste ancora una certa tutela della residenzialità, un’attenzione al welfare urbano, una volontà di mantenere l’equilibrio tra rendita e vivibilità.

Milano, al contrario, sembra aver ereditato lo spirito peggiore dell’Italia anni ’60-’70: quello dei palazzinari, degli appalti cuciti su misura, delle concessioni amichevoli. Solo che ora il tutto è rivestito da una patina di vetro e acciaio, e veicolato con l’inglesismo giusto — “redevelopment”, “resilience”, “green corridor” — per mascherare dinamiche che in fondo sono sempre le stesse.

Una ferita personale

Da milanese, figlia di milanesi, tutto questo mi addolora. Non perché rimpianga la Milano grigia, frettolosa e austera della mia giovinezza — quella non tornerà, e nemmeno la voglio indietro — ma perché si sta smarrendo l’equilibrio che ha reso questa città così speciale. Il mix di rigore e creatività, di operosità e understatement, di ambizione e concretezza.

Alcuni amici, con un sorriso sornione, mi dicono: “Pure la Nicheli, invecchiando, diventa sentimentale?”. Forse. Ma la verità è che se Milano è oggi un asset appetibile per i fondi internazionali, io dovrei festeggiare. E invece no. Perché la mia visione di sviluppo economico, pur fondata sul mercato, include il concetto — mai abbastanza ribadito — di responsabilità sociale e valore condiviso.

Una città non può essere ridotta a un asset class. O meglio: può esserlo, ma non durerà. Perché quando si svuota di chi la abita davvero, di chi la vive, di chi la ama anche nei suoi difetti, quella città diventa solo un’illusione ben confezionata. Un contenitore senza contenuto. E Milano merita di più.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: Milano viene sempre descritta come una città in continua trasformazione, ma forse bisogna andarci piano col senso positivo. Grattacieli e zone “riqualificate” nascondono una realtà fatta di speculazione edilizia, appalti truccati e concessioni sospette. La città si presenta come moderna e sostenibile, ma dietro la facciata si ripetono dinamiche corrotte e affaristiche tipiche dell’Italia degli anni ’60-’70.

parte 1: Il risultato è una città sempre più inaccessibile: i prezzi delle case sono alle stelle, i giovani se ne vanno, le famiglie faticano e i lavoratori sono spinti in periferie isolate. Il centro è ormai dominio di fondi d’investimento, mentre la casa è diventata un bene di lusso.

parte 2: L’urbanistica è stata sostituita dal marketing: archistar e developer creano spazi “instagrammabili” ma privi di reale vivibilità. Il verde è artificiale, le piazze sono food court, e gli spazi pubblici scompaiono.

parte 3: Milano non è la metropoli europea che vorrebbe sembrare, ma una versione più elegante della solita Italia, dove il profitto immobiliare prevale su ogni altra considerazione sociale o culturale.

parte 4: da milanese figlia di generazioni di milanesi, dico tutto ciò con la morte nel cuore. Non è più la Milano in cui sono cresciuta e che ho sempre amato, pur con tutti i suoi difetti, se non a sprazzi. "Pure la Nicheli invecchiando diventa sentimentale?" dicono scherzosamente ma non troppo alcuni amici: se la città è profittevole per i grandi fondi d'investimento dovrei essere felicissima, giusto?

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.

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