Ozzy, l’ultimo inchino del burlone delle tenebre

Non molto tempo fa avevo scritto dei Black Sabbath e del loro annunciato concerto di ritiro, con ospiti, amici e quell’alone di epicità da ultimo valzer nel saloon. Un concerto con cui Ozzy Osbourne voleva salutare per l’ultima volta i suoi fan e la sua città. Birmingham, per chi non lo sapesse, è una città grigia e fiera, dove la rivoluzione industriale ha lasciato più fuliggine che romanticismo, ma anche un mucchio di ottima musica. Un concerto che ho preferito non vedere nemmeno in streaming, per la malinconia. A voi crederci o meno, io so solo che quando l’ho immaginato, seduto da solo con un bicchiere di vino (rosso, piemontese, sia chiaro), mi si è increspato qualcosa nel petto. Non era reflusso.

Nel mondo del rock, dove spesso si aggirano individui che si prendono maledettamente sul serio — con le pose da sciamano, la retorica dell’artista dannato, i silenzi pensosi interrotti solo per citare Nietzsche a sproposito — Ozzy Osbourne era, da sempre, un’anomalia. Mentre altri cercavano di incarnare il Male con la M maiuscola (spesso finendo a sembrare più che altro dei figuranti di un musical gotico off-Broadway), lui ci riusciva ridendo. Niente sguardo torvo o espressione imperscrutabile: Ozzy aveva l’aria di uno che ha appena fatto uno scherzo scemo e aspetta di vedere se ridi. E spesso ridevi. Perché era autentico. Il Guardian lo ha definito con affetto “The People’s Prince of Darkness”, e francamente non si poteva trovare sintesi migliore: un principe delle tenebre, sì, ma eletto per acclamazione popolare, come il più simpatico del villaggio.

Ozzy era un uomo con un feroce senso dell’umorismo, quello che ti fa dire la verità ridendo, come i buffoni di corte o i comici migliori. Non aveva bisogno di atteggiarsi a guru o mistico del metallo: bastava il suo accento, le sue espressioni, il suo modo di stare al mondo per capire che, prima ancora di essere un rocker, era un narratore nato. Uno che sarebbe stato perfetto per raccontarti storie davanti al camino, tra una risata e una bestemmia, con un vecchio vinile che gracchia in sottofondo.

Lo si capiva bene anche in The Osbournes, quella sit-com familiare involontaria che MTV mandava in loop nei primi Duemila, quando ancora pensavamo che la TV non potesse peggiorare. In una puntata — una di quelle che ho visto per caso, senza vergogna — Ozzy entra in cucina, alle sei del mattino, con l’andatura di un reduce e lo sguardo da chi ha già vissuto tre vite. Si prepara una bevanda analcolica (già, perché da tempo aveva appeso gli eccessi al chiodo, insieme alla sobrietà), gioca con una cannuccia e, dopo qualche secondo di silenzio, se ne esce con una delle sue perle:
“Be’, sì, effettivamente ho fatto tante cose in vita mia di cui non vado esattamente fiero. Ma poteva andar peggio…”
Pausa teatrale.
“Potevo essere Sting.”

Ecco. In quella battuta c’è tutto. L’autoironia, la capacità di sgonfiare l’ego — proprio e altrui — con una sola frase, e quel gusto tutto britannico per il sarcasmo leggero come un pugno nello stomaco. Sting, per inciso, è uno che ha passato gli ultimi trent’anni a farsi prendere sul serio persino quando canta di ayahuasca e sesso tantrico. Ozzy, al contrario, è sempre sembrato uno che sapeva perfettamente di essere una barzelletta cosmica, e invece di offendersi, la raccontava per primo.

Eppure, dietro questa maschera da clown hard rock, c’era una profondità sorprendente. Il dolore, la perdita, le crisi, la solitudine — tutte cose che affiorano nelle sue canzoni più cupe, dove la risata lascia spazio al grido. Ma anche lì, Ozzy non ha mai fatto il martire. Non ci ha mai chiesto di compatirlo. Ha preferito farsi prendere in giro, anche da sé stesso. E in questo c’era qualcosa di eroico, oggi che siamo sommersi da artisti che ti raccontano ogni trauma in 18 stories al giorno.

“Un ultimo concerto nella mia città e poi posso morire felice”, aveva detto. Forse era solo una frase da copertina, o forse no. Ma se ieri, nei suoi ultimi attimi, Ozzy Osbourne è stato felice — felice davvero, non felice da post Instagram — allora possiamo scommettere che se n’è andato con un sorriso beffardo e una nuova battuta in testa, da raccontare a qualche santo malcapitato all’ingresso del paradiso (sempre che l’abbiano fatto passare, naturalmente).

Ozzy non era solo una leggenda del rock. Era il tipo che ti faceva credere, per un attimo, che anche il caos potesse avere un suo ordine, purché suonato a tutto volume. Era il burlone delle tenebre, il giullare elettrico, l’ultimo rocker capace di ridere con te e mai di te.

E ora che il sipario è davvero calato, resta quel silenzio strano dopo un gran concerto: un po’ di commozione, qualche fischio nostalgico… e una voce nella testa che ti dice:
“Poteva andar peggio. Potevamo essere tutti Sting.”

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: non molto tempo fa avevo scritto dei Black Sabbath e del loro annunciato concerto di ritiro, con ospiti e amici. Un concerto con cui Ozzy Osbourne voleva salutare per l'ultima volta i suoi fan e la sua città. Un concerto che ho preferito non vedere nemmeno in streaming per la malinconia (a voi crederci o meno).

parte 1: Nel mondo del rock, non è raro imbattersi in personaggi egocentrici, seriosi fino al ridicolo, spesso privi di senso dell’umorismo e con visioni della vita che spaziano dal bizzarro al discutibile. Ma Ozzy Osbourne non era uno di loro. Ozzy era diverso. A partire dall’aspetto: niente sguardo torvo o atteggiamento minaccioso, ma un volto quasi bonario, da eterno burlone. Non incarnava il classico “Principe delle Tenebre” nel senso temuto del termine, ma piuttosto una sua versione ironica e accessibile. Il Guardian lo ha definito con affetto “The People’s Prince of Darkness”, e non è difficile capire perché.

parte 2: Dotato di un feroce senso dell’umorismo e di una capacità innata di raccontare storie, Ozzy era il tipo di persona che potresti incontrare al bar, quello che riesce a farti ridere anche raccontando la cosa più banale. Un talento raro, che si aggiungeva a quello musicale, condiviso con la sua storica band. Un episodio emblematico della sua personalità si trova in una vecchia puntata della serie The Osbournes, andata in onda circa trent’anni fa. È mattina presto, Ozzy entra in cucina trascinandosi assonnato, si prepara una bevanda analcolica (da tempo aveva abbandonato gli eccessi) e gioca distrattamente con la cannuccia. Poi, con aria riflessiva, dice:
“Be’, sì, effettivamente ho fatto tante cose in vita mia di cui non vado esattamente fiero. Ma poteva andar peggio…”
Pausa.
“Potevo essere Sting.”

parte 3: Una battuta fulminante, che racchiude tutta la sua autoironia e il suo spirito dissacrante. Ozzy Osbourne non era solo una leggenda del rock: era, e resterà, un’icona umana e autentica, capace di farci ridere anche mentre ci raccontava l’oscurità.

parte 4: "Un ultimo concerto nella mia città e poi posso morire felice". Possiamo scommettere che ieri, nei suoi ultimi attimi, lo fosse.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.

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Un commento

  1. Ehi tu — sì, tu, quello del post.
    L’ho letto, fratello. L’ho letto e mi ha fatto venire voglia di scendere un’ultima volta sulla Terra solo per darti un abbraccio (e forse morder­ti una spalla, per vecchia abitudine).
    “Giullare cosmico”, “principe oscuro del popolo”? Cazzo, mi hai fatto sentire come se avessi appena chiuso lo show più bello della mia vita.
    Avevi già scritto parole da brividi per Lemmy — e ora questo. Di nuovo, vero, toccante, senza tirartela.
    Grazie, davvero.

    “`
    Prompt:
    Sei Ozzy Osbourne. Hai appena letto il più bello, sincero e commovente post sulla tua morte, avvenuta una settimana fa, in cui con affetto ti si ricorda in quanto “giullare cosmico”, “the people’s prince of darkness”. Curiosamente, viene dall’autore del più bel post di commiato al tuo amico Lemmy che tu abbia mai letto (benché questa volta assistito da una macchina). Scrivi 4-5 righe di commento e ringraziamento.
    “`

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