
Un autogrill vicino Milano, una nave in Grecia, un volo Vueling a Parigi. Non è l’inizio di una barzelletta né l’itinerario di una vacanza. È la geografia grottesca dell’antisemitismo 3.0 — quello che si maschera da coscienza civile, ma ha l’alito rancido della persecuzione. Una famiglia aggredita in quanto ebrea, turisti bloccati “per sicurezza”, ragazzi discriminati sull’aereo “perché troppo rumorosi”. Tre episodi in tre Paesi diversi, a distanza di pochi giorni. Ma con lo stesso sottotesto, chiarissimo: ebrei. E quindi sospetti, e quindi punibili. Anche se a Gaza non ci sono mai stati. Anche se Netanyahu non li conosce. Anche se stanno solo mangiando un panino al tonno.
“Ma non è razzismo, è militanza!”
Certo. Come no. Del resto, anche nel ’38 si parlava di “difesa della razza”. Oggi invece si dice: “Non ce l’ho con gli ebrei, ma…” – e qui, potete inserire qualunque variante: “ma non possono pretendere di essere immuni dalle critiche”, “ma guarda cosa fa Israele”, “ma è legittimo boicottarli”. Basta un “ma” per sdoganare l’infamia. Perché l’idea che dietro ogni ebreo ci sia un colono, un soldato, uno stratega del Mossad, è dura a morire. Un’idea che puzza di secoli. Di pogrom, di falsi protocolli, di stanze con la doccia e il forno.
Ecco cosa c’è dietro il volto moderno dell’odio: l’eterno sospetto. La convinzione che un’identità religiosa ed etnica sia un segnale di colpevolezza. Un po’ come dire che tutti i cristiani debbano rispondere dei roghi della Santa Inquisizione. Oppure che ogni musulmano vada interrogato su cosa ne pensi di Al-Qaeda. Ma, strano, questo non lo fa nessuno.
L’indignazione in saldo
Questi gesti non hanno nulla a che fare con la solidarietà. Non proteggono Gaza, non restituiscono dignità ai morti, non sfidano i governi. Sono solo l’ennesima occasione per sfogare un odio che covava da tempo. Un’occasione spacciata per militanza, ma che ha il volto livido del pregiudizio. E il corpo ferito di chi si trova insultato o umiliato per il solo fatto di avere un cognome, un accento, una kippah.
Chi aggredisce una famiglia in autogrill non è un attivista. È un miserabile. Chi nega a dei ragazzi il diritto di salire su un volo per “non creare tensioni” non sta cercando la pace. Sta legittimando l’apartheid. Morale, certo — ché quella geopolitica è roba da altri.
La differenza che (non) vogliono capire
Criticare Israele è legittimo. E lo dice una che ha passato gli ultimi vent’anni a raccontare le contraddizioni di quella terra, i crimini dei governi, le ferite dei popoli. Ma un conto è denunciare un’occupazione, un altro è punire chi ne condivide solo l’origine. È come scambiare il pacifista con il terrorista perché hanno lo stesso passaporto.
Non è difficile da capire, se lo si vuole. Ma evidentemente, a molti piace di più la scorciatoia. È più semplice sfogarsi con una studentessa ebrea che affrontare la complessità di un conflitto. Più appagante accanirsi su una famiglia all’autogrill che aprire un libro di storia.
Non è una “fase”
L’antisemitismo non è mai andato via. Ha solo cambiato lessico. Ha tolto la svastica e messo la kefiah (indossata male, peraltro). Ha sostituito il Mein Kampf con i thread su X. Ma l’anima è la stessa: l’idea che ci sia un gruppo umano colpevole per natura, per nascita, per stirpe. Che non può essere difeso, non può essere ascoltato, non può nemmeno essere lasciato in pace.
E no, non si può restare equidistanti. Non è una questione di “opinioni”. Non esiste contesto internazionale che giustifichi la gogna pubblica di un ragazzo perché è ebreo. Nessuna guerra al mondo — neppure la più ingiusta — può trasformare l’identità in un capo d’accusa.
Sappiatelo, state perdendo
Ogni volta che accade una discriminazione del genere, vincono i fanatici. Quelli veri. I carnefici. Quelli che non vedono l’ora di dimostrare che i “democratici” sono ipocriti, che gli “umanitari” odiano a corrente alternata. Ogni volta che un innocente viene isolato, punito, insultato, un regime autoritario può stappare una bottiglia. Perché i paladini della giustizia selettiva fanno più danni di mille missili.
E perdono tutti. Perdono i valori che diciamo di difendere. Perdono la convivenza, il rispetto, la possibilità di discutere senza infangare. Perde anche la causa palestinese, quando viene sequestrata da chi non distingue più tra lotta e linciaggio.
Siamo al bivio. Possiamo continuare a far finta che “non sia antisemitismo, ma…”, oppure possiamo chiamare le cose col loro nome. Io, nel dubbio, preferisco essere chiara:
questo è antisemitismo. Nudo. Vigliacco. Viscido.
E se qualcuno non lo vuole vedere, forse è perché gli piace.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: Gli episodi recenti – l’aggressione a una famiglia ebrea in un autogrill vicino Milano, il blocco di turisti ebrei su un traghetto in Grecia, la discriminazione di giovani ebrei su un volo Vueling a Parigi – non sono casi isolati. Sono il segnale di un antisemitismo che riaffiora con forza, sempre meno mascherato, sempre più accettato.
parte 1: Non si tratta di atti politici, né di gesti di solidarietà verso la causa palestinese. È odio puro. È discriminazione su base religiosa ed etnica. È l’idea, mai del tutto scomparsa, che un ebreo – in quanto tale – debba essere ritenuto responsabile delle azioni del governo israeliano. Un’idea pericolosa, che affonda le sue radici nei secoli più bui della storia europea: dai pogrom alle leggi razziali, fino ai campi di sterminio.
parte 2: Oggi, questo odio si traveste da indignazione morale, da militanza umanitaria, da senso di giustizia. Ma è un travestimento fragile, patetico e pericoloso. Chi aggredisce una famiglia ebrea non sta difendendo i civili di Gaza. Chi discrimina dei ragazzi su un aereo non sta protestando contro l’occupazione della Cisgiordania. Sta solo proiettando un odio antico su corpi innocenti. E questo non è solo inaccettabile: è indegno.
parte 3: Criticare Israele è legittimo. Denunciare le atrocità della guerra a Gaza è doveroso. Ma trasformare la critica a uno Stato nella persecuzione di un popolo è un errore gravissimo. Chi confonde le due cose – consapevolmente o meno – ha già oltrepassato il confine tra impegno politico e fanatismo.
parte 4: L’antisemitismo oggi si manifesta con nuovi linguaggi, nuove giustificazioni, ma la radice è sempre la stessa. E davanti a tutto questo, non si può restare equidistanti. Non esiste contesto geopolitico che possa spiegare – o peggio, giustificare – l’umiliazione di chi viene insultato, isolato, minacciato solo per la propria identità.
parte 5: ogni volta che questo accade, vincono i carnefici. Anche quelli che si vorrebbero combattere. E perdono tutti.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove necessario.
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