L’arte sotto l’assedio dei buoni

Stavo ripensando alla figura dell’artista impegnato. Quello che prende posizione senza filtri, che protesta anche quando nessuno gli chiede di farlo, che si sporca le mani con la realtà invece di limitarsi a postare selfie da influencer culturale. Bob Dylan, con le parole che ti si infilano in testa come pioggia sottile ma incessante, i Clash, che sferragliano rabbia e denuncia come un treno in corsa, i Dead Kennedys che ti colpiscono con ironia e veleno insieme, Woody Guthrie che cammina lungo le strade del mondo con la sua chitarra come fosse un megafono ambulante, Henry Rollins che urla l’insofferenza di un’intera generazione, e i Public Enemy che scandiscono verità dure come martellate nella testa. E gli esempi, ovviamente, non finiscono qui: ognuno di loro ricorda che la musica può ancora scuotere e far pensare, senza compromessi.

Oggi, però, le parti sembrano essersi invertite. È il pubblico a dettare l’agenda morale: “Se non ti schieri, ti condanno!”. Non basta più essere un musicista di talento; devi anche certificare la tua appartenenza alla squadra dei buoni, pena il boicottaggio, la shitstorm, la lista di proscrizione virtuale. Immaginatevi Woodstock con Jimi Hendrix sul palco, mentre il pubblico gli grida: “Jimi, esprimi il tuo disappunto contro la guerra, o ti lanciamo rotoli di carta igienica!”—naturalmente, ai tempi non c’erano i social, ma il principio sarebbe stato identico.

E qui sta il paradosso più insidioso: non si tratta nemmeno di impegno o di tensione verso qualcosa di reale. No, si tratta di iscriversi alla curva dei buoni sul social network di turno. E siccome abbiamo il difetto di prendere sul serio le celebrità, finiamo per scegliere la morte metaforica se non la pensano come noi. Una dialettica che non ammette sfumature, che schiaccia ogni spunto di discussione. Vi faccio un esempio personale: Roger Waters e Ted Nugent, due personaggi che potrebbero farvi arricciare il naso, o peggio. Entrambi dicono fiumi di sciocchezze, eppure il primo mi regala “Animals”, il secondo “Cat Scratch Fever”. Amore e arte non dovrebbero essere subordinati all’ortodossia morale del momento, e nemmeno voi dovreste.

Il dibattito, ormai, si svolge tutto nel mainstream. I gironi sottostanti, quei piccoli spazi dove ancora si fa esperienza, si rivolgono a nicchie di intenditori che, purtroppo, non contano nulla nella narrazione dominante. Così finisce che la mancata adesione a uno slogan giusto, o peggio la scelta di non pronunciarlo, diventa motivo di ritorsione pubblica. Vedi Azealia Banks, ridotta a martire digitale per un tweet fuori posto. Vedi Lana Del Rey, sospesa tra accuse di insensibilità e interpretazioni maniacali dei suoi testi. Vedi persino Travis Scott, un artista capace di riempire stadi, ma che ogni gesto viene sezionato come prova di una colpa morale. Non conta più la musica: conta il curriculum morale di un post.

E qui entriamo in un territorio ancora più scivoloso: Gaza. Qui non si tratta di tweet o shitstorm: si tratta di vite che si consumano sotto i bombardamenti, di famiglie che non possono scegliere tra bandiere di buonismo e realtà concreta. Eppure, anche in questo caso, i social impongono il loro copione: se un artista esprime solidarietà o critica, deve stare nel quadro giusto, pena l’indignazione digitale, la “verità morale” certificata dai follower. La tragedia diventa un palcoscenico dove chi grida più forte vince il titolo di virtuoso, mentre chi cerca di ragionare viene schiacciato dal coro dell’indignazione.

Oggi l’arte non può essere libera, deve stare in fila, mostrare il cartellino, chiedere permesso. E mentre ci battiamo a colpi di tweet, nel mondo reale qualcuno muore davvero, e nessun like potrà mai restituire la vita perduta. La musica che dovrebbe scuotere le coscienze diventa sottofondo, accompagnamento di tribunali digitali che non risolvono nulla. In tempi come questi, persino il silenzio dell’artista diventa un crimine agli occhi di chi giudica da lontano.

Ecco perché, nonostante tutto, continuo a infilare un disco dei miei preferiti: so che non condividono sempre la mia idea di mondo, ma almeno, quando le loro note suonano, so che stanno parlando a qualcuno. E in un tempo in cui tutto sembra ridotto a sfilate di moralità social, questo è già un piccolo atto di ribellione.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: stavo ripensando alla figura dell'artista impegnato. Quello che prende una posizione. Che protesta. Che si prende responsabilità per quello che dice. Bob Dylan, i Clash, i Dead Kennedys, Woodie Guthrie, Henry Rollins, i Public Enemy... gli esempi sono molti.

parte 1: oggi mi sembra che le parti si siano invertite. E' il pubblico che chiede, a gran voce, che l'artista si schieri, pena il boicottaggio, la shitstorm sui social, la lista di proscrizione. E' come se il pubblico di Woodstock avesse intimato a Jimi Hendrix di esprimersi negativamente sulla guerra del Vietnam, altrimenti lo avrebbero riempito di rotoli di carta igienica (al tempo mancavano i social).

parte 2: la cosa sembra stupida, ma è peggio. Perché non si tratta di una tensione verso qualcosa se non l'iscrizione alla curva dei buoni sul social. E siccome abbiamo il difetto di credere che le opinioni di una celebrità siano questioni di vita o di morte, scegliamo la morte qualora non la pensino come noi. Una dialettica che uccide qualsiasi spunto dialettico. Vedete, mi piacciono molto Roger Waters e Ted Nugent. Penso anche che entrambi dicano fiumi di scemenze. Questo non mi impedisce di amare "Animals" o "Cat Scratch Fever", e non dovrebbe nemmeno a ciascuno di voi.

parte 3: il dibattito ormai è tutto nel mainstream, perché i gironi sottostanti si rivolgono a nicchie cui si interessano solo pochi intenditori. Così finisce che lo slogan sbagliato, anzi, la mancata volontà di dire quello giusto comporti ritorsioni - vedi il caso di Azealia Banks, per esempio.

parte 4: viceversa vi faccio altri casi.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.


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