
Se pensavate che la grande guerra europea fosse roba da tank, divisioni e proclami solennemente registrati in mondovisione, benvenuti nel presente: ora la battaglia si gioca anche (e soprattutto) con droni, narrative, conti social e cuori che si guastano prima ancora delle difese antiaeree. L’episodio recentissimo — droni russi che entrano per ore nello spazio aereo polacco e vengono abbattuti da forze NATO — non è un incidente: è una cartina di tornasole. Un test. Un messaggio inviato con mezzi economici ma ad alto rendimento politico.
Non era un errore: i droni in Polonia come sintomo
Quando decine di velivoli senza pilota penetrano per ore la frontiera orientale di un paese membro della NATO, molte ipotesi cadono in fretta: errore tecnico, deviazione meteorologica, attacco dimostrativo. Ma le caratteristiche dell’operazione — diffusione geografica, tempistica collegata a grandi esercitazioni e alla guerra in Ucraina, la probabilità che alcuni droni fossero kamikaze — dicono una cosa sola: si sta sperimentando la coesione occidentale. Si misurano reazioni, tempi di coordinamento, limiti del controllo dell’aviazione civile, frizioni politiche interne. E i risultati non servono solo a Mosca: vengono mandati in visione a chi, in Europa, non è ancora convinto che la stabilità sia una cosa da difendere con serietà.
Le aggressioni non sono più “convenzionali”: è una prova di nervi
La guerra ibrida sfrutta strumenti a basso costo e alta densità informativa: droni, operazioni cibernetiche, campagne mediatiche, complicità di attori locali, sfruttamento di infrastrutture limitrofe. L’obiettivo non è solo vincere battaglie sul campo — è testare, logorare, spaccare la società che sta dall’altra parte. Perché se un alleato dubbioso rallenta la risposta, se i social diventano una fornace di sospetti e se l’elettorato si convince che la guerra costa troppo, il vincitore non deve necessariamente conquistare territorio: basta scalzare la volontà politica.
Il crollo della deterrenza americana (sì, è rilevante)
La credibilità è la moneta più fragile di una alleanza. Quando Washington parla poco chiaro, o quando il presidente degli Stati Uniti mette in dubbio l’impegno automatico verso i partner, l’effetto è quello di uno spettro che vaga: paesi che devono ricalcolare, interlocutori che fanno i conti con nuove probabilità. La retorica anti-alleanze e il trattamento “a corrente alternata” riservato alla NATO hanno lasciato cicatrici: qualcuno oggi valuta il conto politico interno prima ancora di valutare la mappa strategica. Tradotto: la deterrenza non è solo hardware, è fiducia. E la fiducia si perde più facilmente di quanto si ricostruisca.
Paradosso storico: vittoria nella Guerra Fredda, sconfitta a rate dopo 30 anni
È amaro pensare che l’Occidente abbia dedicato decenni a consolidare uno scudo politico-economico — argini istituzionali, integrazione, alleanze — per vederne oggi le fondamenta erose da campagne di corrosione lenta. La vittoria del 1991 non è stata garanzia automatica di un’evoluzione irreversibile: la pace non è uno stato, è un progetto continuo. E quando i guardiani abbandonano la torretta di avvistamento — per distrazione domestica, per scelta politica o per narcisismo mediatico — chi ha pazienza e mezzi alternativi può infilare una crepa dietro l’altra.
La propaganda russa: manuale d’uso (sì, c’è un metodo)
Non è arroganza, è metodo. La macchina mediatica russa ha affinato da anni una serie di strumenti semplici e devastanti: sovrapporre mezze verità a bugie, amplificare ferite storiche, creare “echo chamber” in lingue diverse, coltivare influencer locali e canali che sembrano indipendenti ma riportano a centri coordinati. Poi, la narrativa si costruisce con cura: trovi un tema social-sensibile (immigrazione, energia, corruzione), lo sovraccarichi di emotività, gli applichi una dose industriale di memi e bot, e infine lo versi nel calderone dei media mainstream meno attenti. Il risultato è una frattura di percezione: metà della popolazione vede un problema reale, l’altra metà pensa che sia un complotto. Nel mezzo, la democrazia perde terreno. Rapporti di RAND, dell’EEAS e di centri indipendenti lo documentano senza voli pindarici.
La nuova narrativa: i vicini come “covi nazisti”
La retorica del “nemico storico” è tornata prepotente: Finlandia, Polonia, i Paesi baltici — e in casi specifici persino alcune élite europee — vengono presentati come eredi ideologici del peggio del XX secolo. Questa fabbrica del nemico svolge due funzioni: internamente giustifica la mobilitazione e la soppressione delle libertà, esternamente legittima aggressioni preventive o “operazioni speciali”. Non è un caso che la terminologia pseudo-storica e la rielaborazione della memoria siano state un pilastro della propaganda russa fin dall’invasione del 2014 e poi nel 2022. Gli studi sul terreno lo confermano: si crea un frame che normalizza la guerra come “giusta difesa” o “necessità di purificazione”.
Preparare le menti per la guerra permanente
Se la popolazione interna crede che l’esterno sia “fascista” o “decadente”, diventa più semplice persuaderla che il conflitto sia inevitabile e giusto. Si costruisce così una lunga semi-mobilitazione: economie riorientate, dissenso ridotto, culture isolazioniste. In un regime che controlla l’ecosistema mediatico, la narrazione non è un’aggiunta: è il pretesto per ogni politica successiva. Chi non ha memoria o capacità critica si ritrova in un loop dove la guerra diventa la nuova normalità.
In Italia? Penetrazione, complicità, disattenzioni
Non raccontiamoci favole: l’Italia non è immune, è anzi l’anello debole. Tra media pro-Cremlino che strisciano in certi circuiti, influencer che riproducono messaggi semplificati, e politici o opinionisti che, per opportunismo o ignoranza, amplificano tesi filo-mosca, il sistema infettivo della disinformazione trova terreno fertile. Non è solo colpa di qualcuno: è la combinazione di fragilità istituzionale, appetito mediatico e una comunità politica che a volte preferisce il consenso breve al disegno strategico. Rapporto dopo rapporto (dai think tank europei ai centri di monitoraggio) hanno documentato reti e canali che lavorano con tecniche precise per condizionare l’opinione pubblica italiana.
Il progetto (vero) di disgregazione europea
La strategia è semplice: indebolire le istituzioni europee, finanziare gruppi e media che ne minano la legittimità, e spingere per scelte nazionali che contraddicono l’interesse collettivo. Il guadagno potenziale è enorme: partiti anti-EU al governo, politiche economiche nazionaliste, abbandono della moneta unica, accordi separati con autocrazie disposte a comprare influenza e risorse. Non è fantapolitica: è il percorso che qualcuno ha studiato e qualcun altro ha cominciato a testare nelle urne (o nei sondaggi). L’effetto domino è rapido in una crisi: perdite commerciali, fuga di capitali, caos regolatorio. E il gioco finisce quando si stabiliscono sfere d’influenza su base geografica o energetica. L’UE come istituzione debole non è solo un problema politico: è un problema di sicurezza.
Come la disinformazione vince le elezioni (e perché funziona)
La disinformazione ha tre vantaggi strutturali: semplicità del messaggio, ripetizione ossessiva, e la capacità di creare capri espiatori. Abbinata a crisi economiche o sociali reali — stagnazione, inflazione, immigrazione mal gestita — la narrazione alternativa promette soluzioni facili: “riprendiamoci la sovranità”, “buttiamo fuori Bruxelles”, “facciamo accordi diretti”. Per gli elettori stanchi, la tentazione è forte. E quando una forza politica vince così, la tentazione di consolidare il potere con strumenti legislativi, controllo dell’informazione e ammorbidimento delle procedure democratiche è quasi naturale. Il risultato: una democrazia che si trasforma in una democrazia di controllo, più debole e più preda per attori esterni. Rapporti dell’EEAS e dei centri di ricerca europei mostrano come campagne mirate abbiano effetti misurabili sull’intenzione di voto.
Gli effetti concreti: addio euro? Addio UE? Addio sicurezza comune?
Facciamo un esercizio di realismo: se quanto sopra prende forma in più paesi chiave, l’Europa rischia di frammentarsi su tre grandi piani.
- Economico: uscite dall’euro o ritorni a valute nazionali generano volatilità, svalutazioni competitive, e perdite di scala nelle catene produttive. Investimenti spariscono e i mercati si riorientano verso poli stabili (o verso chi offre credito con condizioni politiche).
- Culturale: ricompare la narrativa del “nostro popolo first”, ritorno alle identità chiuse, revisionismi storici che normalizzano l’autoritarismo.
- Sicurezza: smantellamento di meccanismi comuni — Schengen come mosca bianca — e ritorno a confini forti controllati da accordi bilaterali con grandi potenze: la sovranità nazionale viene venduta come sacrificio necessario per la stabilità.
Uno scenario simile non è una serie televisiva distopica: è la traduzione pratica di scelte politiche fatte in momenti di panico e di corto respiro strategico.
L’Italia in pericolo — e in che modo ci tocca davvero la vita quotidiana
Per un paese con un’economia aperta e una posizione geopolitica strategica come l’Italia, il rischio è duplice: economico e politico. Dipendenze energetiche, investimenti diretti esteri, turismo, catene di fornitura — tutto può essere messo sotto pressione da decisioni estemporanee. In più, la fragilità istituzionale italiana, la presenza di ecosistemi mediatici spesso affamati di screzi e la popolarità di messaggi semplici rendono il paese un terreno ad alto rendimento per campagne di influenza esterne. Tradotto nel quotidiano: prezzi più alti, servizi più scadenti, meno opportunità, meno libertà civili se certi leader nazionali abbracciano facili soluzioni autoritarie.
Sfatiamo un’illusione: “tutto può continuare come prima” è la pessima narrativa consolatoria
Non funziona così. La stagnazione strategica si somma all’avanzare di attori che non condividono i principi europei. L’inerzia diventa una decisione — ma è una decisione che paga chi ha pazienza, mezzi e visione a lungo termine. Ignorare la trasformazione in atto significa concedere alla narrazione avversaria una vittoria a basso costo.
Chiamata all’azione (sì, reale, concreta)
Le democrazie europee affrontano una prova esistenziale — la più seria dal dopoguerra — che non si risolve con dichiarazioni di facciata. Occorre:
- Rafforzare l’UE come potenza politica e — dove serve — anche militare. Non per militarizzare la politica, ma per rendere credibili le alleanze e la deterrenza.
- Difesa integrata: sistemi di difesa aerea coordinati, capacità industriale comune, condivisione di intelligence e interoperabilità reale (non solo formazione di brochure). nato.int
- Contro-disinformazione strutturata: agenzie che non siano semplici fact-checking ma capaci di interventi rapidi su reti sociali, trasparenza sulle reti di finanziamento straniere e sanzioni mirate a chi usa le nostre piattaforme per sabotare la democrazia.
- Educazione civica digitale: formare cittadini che sappiano riconoscere le tecniche di manipolazione, investire nelle scuole e nei media pubblici.
- Resilienza economica: diversificare fonti energetiche, tutelare filiere strategiche, ricostruire strumenti finanziari europei pronti all’uso.
Chi pensa che la democrazia europea sia una gallina dalle uova d’oro che si rigenera da sola, si sveglierà un giorno con il conto salato. La posta in gioco è semplice: se perdiamo, l’Europa non diventa “diversa” — viene rimodellata per servire interessi estranei e illiberali. E allora addio diritti, addio libertà, addio futuro comune.
Un’ultima parola — e non è retorica
Se pensate che tutto questo sia guerra di qualcun altro, vi state sbagliando. La guerra ibrida non ha frontiere nette: entra nelle case, negli algoritmi, nelle aziende, nelle scuole. Per questo la risposta non può essere solo militare — deve essere politica, culturale, economica, educativa. Dura, paziente, organizzata.
E se volete un parere personale, senza schermature diplomatiche: non basta indignarsi su Twitter. Servono scelte, investimenti e, soprattutto, la capacità di guardare oltre il prossimo sondaggio. Perché la storia non farà sconti a chi preferisce la quiete dell’oggi all’impegno del domani.
Io non chiedo eroismi. Chiedo serietà. Ecco perché vi dico: o ci rialziamo insieme, o cederemo pezzi — uno alla volta — fino a non riconoscerci più.
(Se vi sembra eccessivo, ricordatevi dei droni che hanno attraversato la Polonia. Non sono stati un incidente.)
Se volete, la prossima volta parliamo di cosa, in concreto, può fare l’Italia domani mattina: linee d’intervento, priorità di bilancio e politiche culturali che non siano slogan. Ma preparatevi: non sarà comodo, né rapido. Sarà necessario.
(Serena Russo)
Prompt:
L'articolo deve sviluppare i seguenti punti:
Introduzione: Il nuovo volto della guerra ibrida Partire dall'incidente dei droni russi in Polonia come sintomo di una strategia più ampia Spiegare come le aggressioni russe non siano più convenzionali ma testino la coesione occidentale Il crollo della deterrenza americana Analizzare come l'era Trump abbia minato la credibilità USA Descrivere il paradosso storico: la vittoria nella Guerra Fredda auto-infliggersi una sconfitta 30 anni dopo La propaganda russa: manuale d'uso Illustrare la nuova narrativa: Finlandia, Polonia e Paesi Baltici come "covi nazisti" Mostrare come questa retorica prepari la popolazione russa alla guerra permanente Documentare la penetrazione in Italia attraverso media, influencer e politici compiacenti Il progetto di disgregazione europea Spiegare come le forze antieuropee possano vincere elezioni grazie alla disinformazione Analizzare gli effetti concreti: fine dell'euro, ritorno alle valute nazionali, dissoluzione UE Descrivere lo scenario di un'Europa divisa in sfere d'influenza delle autocrazie Il futuro dell'Italia e degli europei Illustrare la posizione di vulnerabilità italiana in questo scenario Spiegare le conseguenze nella vita quotidiana: economica, culturale, di sicurezza Sfatare l'illusione che "tutto possa continuare come prima" Conclusioni: chiamata all'azione Sottolineare che le democrazie europee affrontano la prova esistenziale più grande dal dopoguerra Proporre soluzioni: UE come potenza politica e militare, contrasto al populismo filo-russo Avvertire delle conseguenze concrete di un'eventuale sconfitta
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