L’Italia avvelenata: come il populismo ha distrutto la politica (e la decenza)

La guerra in Medio Oriente non è stata solo un conflitto lontano. Ha avvelenato anche il nostro dibattito pubblico, lasciandosi dietro tossine, slogan e una deformazione profonda del modo di fare politica. Ha trasformato il confronto in tifoseria, la riflessione in sospetto, l’analisi in fazione. Ora che le armi (si spera) tacciono, resta la maceria morale e culturale. È il momento di ricostruire. E per farlo, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, senza più indulgere al gioco ipocrita di chi usa le tragedie altrui come carburante per la propria battaglia ideologica.

Il Movimento 5 Stelle, Il Fatto Quotidiano e figure come Travaglio, Di Battista, Conte, Bonelli e Fratoianni hanno fatto da cassa di risonanza a questo veleno. Non lo dico per gusto della polemica: lo dico perché da anni si è sostituita la responsabilità politica con la ricerca compulsiva del nemico, la complessità con il moralismo, la verità con la propaganda. È stata un’operazione culturale prima che politica: costruire consenso attraverso la rabbia, l’indignazione, la narrazione costante del “noi contro loro”. È la stessa logica che ha portato una parte consistente dell’opinione pubblica a credere che basti un post, una diretta, una piazza per demolire strutture democratiche costruite in decenni di storia. Non sto invocando la censura — parola che piace tanto ai libertari a intermittenza — ma permettetemi almeno di desiderare che l’impatto di chi ha ridotto la dialettica pubblica a un talk show tossico venga contenuto. Il loro effetto sulla nostra vita collettiva è stato devastante: ha disabituato le persone al pensiero critico e ha delegittimato qualsiasi forma di autorità, persino quella che si limita a constatare la realtà dei fatti.

Non è la prima volta che l’Italia attraversa una stagione così. La storia ci offre esempi abbondanti. Mani Pulite fu, al di là dei suoi meriti, una rivoluzione giudiziaria intrisa di populismo, che finì per trasformare la giustizia in religione civile e i magistrati in profeti. Poi arrivò il berlusconismo, che fece della televisione il pulpito e del narcisismo la dottrina di Stato. L’antiberlusconismo, come ogni reazione speculare, finì per essergli funzionale: un intero fronte politico trascorse vent’anni gridando al “ritorno del fascismo” invece di costruire una visione alternativa del Paese. Oggi raccogliamo i frutti di quella stagione: un’Italia frammentata, incapace di riconoscere un avversario senza odiarlo, un Paese che vive di complotti, sospetti, rancori e frustrazioni sublimati in battaglie morali. La retorica dell’indignazione permanente è diventata il nostro linguaggio comune. E non ci rendiamo conto che questo veleno corrode prima di tutto chi lo diffonde.

L’esempio più grottesco è arrivato con la denuncia per “complicità in genocidio” contro la Presidente del Consiglio. Una messa in scena giudiziaria senza fondamento, costruita per ottenere titoli e visibilità, non per servire la verità. È il punto di caduta di una politica che ha perso il senso del limite, la misura delle parole, la consapevolezza della responsabilità. Lo dico da persona che non ha mai nascosto la propria distanza da questo governo, né la propria insofferenza verso la sua visione. Ma se arrivo al punto di dover difendere la Presidente del Consiglio da una macchina del fango travestita da giustizia morale, vuol dire che qualcosa si è spezzato nel nostro modo di stare insieme. Non è una questione di schieramento: è una questione di decenza civile. Quando si accetta che la delegittimazione totale diventi arma politica, si apre una voragine che inghiotte tutti.

Una democrazia sana vive di conflitto, ma anche di alternanza e di riconoscimento reciproco. Oggi, invece, siamo prigionieri di una politica assediata, assillata dal bisogno di mostrarsi, non di governare. Intorno a essa si agita un coro di adolescenti in corsa per fare il capoclasse, convinti che basti un tweet, un reel, un urlo per cambiare il mondo. È uno spettacolo indecoroso, il segno di un Paese che ha smarrito la maturità del confronto. Servirebbe un passo indietro, un ritorno al silenzio operoso di chi costruisce invece di distruggere, di chi capisce che la libertà d’espressione non è un lasciapassare per la menzogna, ma una responsabilità verso la verità.

Di fronte al baratro, serve lucidità. È l’unico atto di coraggio rimasto in un’epoca in cui tutti vogliono solo avere ragione.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: La guerra in Medio Oriente non è stata solo un conflitto lontano. Ha avvelenato anche il nostro dibattito pubblico, lasciandosi dietro tossine, slogan e una deformazione profonda del modo di fare politica. Ora che le armi (si spera) tacciono, è il momento di ricostruire. E per farlo, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome.

parte 1: Il Movimento 5 Stelle, Il Fatto Quotidiano e personaggi come Travaglio, Di Battista, Conte, Bonelli e Fratoianni sono stati gli amplificatori di questo veleno: populismo, manipolazione e una delegittimazione sistematica delle istituzioni. Non sto invocando la censura, ma permettetemi almeno il desiderio di ridurre al minimo l’impatto di chi ha trasformato la dialettica democratica in un tribunale morale o in una piazza gridata. Il loro effetto sulla nostra vita pubblica è stato disastroso.

parte 2: Non è la prima volta che l'Italia vive una stagione del genere. Lo abbiamo visto con Mani Pulite, moto in larga parte populista. Lo abbiamo visto con il berlusconismo e la reazione dell'antiberlusconismo, che ha gridato per anni a un "ritorno del fascismo" mai avvenuto. Oggi raccogliamo i frutti avvelenati di quel metodo: l'odio, l'ammucchiata, la convinzione che basti gridare più forte per avere ragione.

parte 3: L'esempio più grottesco è La denuncia per "complicità in genocidio" alla nostra Presidente del Consiglio: una narrazione costruita solo per delegittimare, non per capire. È il sintomo di un paese che ha smarrito il senso del limite. E lo dico io che non sopporto la Presidente del Consiglio né il suo governo: se me la fate difendere, fatevi due domande.

parte 4: Una democrazia sana vive di scontro, ma anche di alternanza e dialogo. Oggi abbiamo una politica assediata e, attorno, un coro di adolescenti in corsa per fare il capoclasse, convinti di poter governare con tweet e indignazione. Uno spettacolo indecoroso che indebolisce tutti. È ora di fare un passo indietro. Di fronte al baratro, serve lucidità.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.

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