Addio al Vernacoliere, ultimo grido del riso volgare – e della libertà che non c’è più

E così il Vernacoliere sospende le pubblicazioni dopo novembre.
Una frase che, per chi come me ci è letteralmente cresciuto assieme — in famiglia, tra risate sporche e battute che ti costavano la ramanzina della nonna — suona come la fine di un’epoca. Un fulmine a ciel sereno, sì, ma solo per chi non aveva voglia di guardare il cielo: i segnali c’erano tutti, da tempo. Copie in calo, ironia stanca, la sensazione che l’Italia del “vaffanculo liberatorio” non esistesse più, o che fosse diventata troppo mainstream persino per scandalizzarsi.

Non una tragedia culturale, ma una morte naturale

Non è, come molti hanno già scritto con toni da necrologio, una tragedia culturale. È piuttosto la conclusione fisiologica di un certo tipo di linguaggio, di un umorismo che non rappresentava più la società.
Il Vernacoliere non muore perché censurato, o perché “il politicamente corretto lo ha ucciso” (facile scusa per chi non sa più far ridere). Muore perché è stato superato dal mondo, non dal potere.

La rivista livornese era figlia di un’Italia popolare, dialettale e carnale, un Paese in cui la bestemmia, la parodia e la volgarità erano strumenti di verità, non solo di offesa. Lì dove l’ipocrisia borghese e clericale regnava sovrana, gridare “vaffa” in copertina era un atto di liberazione, una sberla alla morale dominante.
Ma oggi? Oggi non c’è più una morale dominante da abbattere. Tutto è già stato detto, condiviso, memato, distorto, monetizzato.
E il linguaggio che un tempo liberava, oggi suona semplicemente stanco.

Il Vernacoliere non ha smesso di essere scorretto. Ha smesso di essere necessario.

Quando la trasgressione diventa routine

La verità è che la società è cambiata più in fretta del suo linguaggio.
La volgarità, che un tempo aveva un potere sovversivo, oggi è una valuta inflazionata. I social l’hanno resa merce, routine comunicativa, sfogo da commento sotto i post.
La bestemmia, una volta gesto d’insubordinazione, è diventata intercalare.
L’oscenità, che serviva a colpire, ora è puro rumore di fondo.

Il Vernacoliere nasceva in un’epoca in cui il “dire tutto” era un atto politico. Nell’Italia dei tabù cattolici e dei notabili in doppiopetto, il giornale di Mario Cardinali fu una rivoluzione: dialetto, parolacce, vignette iconoclaste, satira popolare e anarchica. Ma oggi viviamo in una società dell’esibizionismo, dove tutti dicono tutto, continuamente, e la vera trasgressione sarebbe tacere.
Ripetendo i suoi stessi schemi, il Vernacoliere è diventato parodia di sé: un giornale che urla, ma nessuno ascolta, perché tutti urlano già.

La satira, per funzionare, ha bisogno di un potere visibile, di un “Altro” da ridicolizzare. Ma nel tempo della trasparenza forzata e della rabbia performativa, il potere si è liquefatto in mille facce, mille post, mille influencer.
Non c’è più un nemico da colpire, perché tutti recitano già la parte del ribelle.

Il riso, che un tempo era gesto collettivo e catartico, si è ridotto a terapia individuale: una risatina amara per sopportare la realtà, non per cambiarla.

Fine di un’epoca (anche personale)

Per me, il Vernacoliere è stato un rito di passaggio. Da ragazzino, lo sfogliavo di nascosto. Da adulto, lo compravo con orgoglio. Negli ultimi anni, confesso, non lo seguivo più con la stessa costanza.
Non perché fossi diventato moralista, ma perché la rivista non riusciva più a stupire. I nuovi autori, per quanto sinceramente devoti, non avevano la potenza linguistica dei giganti del passato. E l’Italia che raccontavano non era più quella di cui ridevo: era solo un’Italia isterica, già satira di sé.

Eppure, anche quando lo trovavo meno pungente, il Vernacoliere restava una certezza. Un simbolo. Un oggetto che rappresentava la possibilità di dire tutto — anche male, anche sporco, anche con eccesso.
Ora che non c’è più, si chiude una finestra sull’anima anarchica del Paese.
E non ne nascerà un’altra, perché quell’anima non esiste più.

Il naufragio nell’oceano dei meme

Il Vernacoliere non è stato sconfitto dal Vaticano, né dal PD, né dai moralisti da talk show.
È stato divorato dai social, annegato in un mare infinito di meme, parodie istantanee, cattiverie gratuite, ironia algoritmica.
Oggi basta una battuta di TikTok per fare il lavoro che una copertina del Vernacoliere faceva in un mese: scandalizzare, far ridere e far parlare — ma senza profondità, senza sudore, senza idea.

I social hanno democratizzato la volgarità, e nel farlo l’hanno sterilizzata.
Il Vernacoliere era un luogo, un linguaggio, una comunità di persone che ridevano insieme del potere. Internet ha reso quel gesto solitario, competitivo, cinico.
E così la rivista è morta come muoiono gli organismi che non trovano più l’ambiente adatto per respirare.

Epilogo – Quando l’Italia sapeva ridere di sé

Forse, in fondo, non è una tragedia ma una lezione.
Il Vernacoliere chiude non perché non serviva più, ma perché ha già fatto tutto quello che poteva.
Ha insegnato a un Paese bigotto a ridere delle sue idiozie.
Ha liberato un linguaggio.
E ha dimostrato che la volgarità può essere, se ben usata, una forma altissima di libertà.

Poi è arrivata un’Italia che non sa più ridere, solo offendere.
Un’Italia che non cerca la catarsi, ma la conferma del proprio rancore.
E il Vernacoliere, davanti a questo, ha semplicemente scelto di tacere.

Chissà, magari tornerà in altra forma. Ma se non lo farà, va bene così:
muore da libero, come è sempre vissuto.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

intro: e così il Vernacoliere sospende le pubblicazioni dopo novembre. Per chi, come me e tutta la mia famiglia, ci è letteralmente cresciuto assieme, la notizia è il classico fulmine a ciel sereno - sebbene i segnali ci fossero tutti, ormai.

parte 1: eppure, scavando un po', non è una tragedia culturale, ma la conclusione naturale dell'estinzione di una forma di umorismo che non rappresentava più la società. Le ragioni sono profonde e non legate solo al ricambio generazionale.

parte 2: La società è cambiata, e la trasgressione (volgarità, bestemmia, parodia) non è più vista come uno strumento di verità, ma è diventata una merce banale e routine comunicativa, resa inefficace dai social media. La rivista era figlia di un'Italia popolare, dialettale e carnale, dove quel linguaggio era una liberazione collettiva. Oggi, ripetendo i suoi stessi schemi, è diventata obsoleta, confondendo la satira con l'insulto automatico. La satira funzionava in un mondo di ipocrisie e poteri visibili da attaccare. Nell'era della trasparenza forzata e dell'esibizionismo, non c'è più un "Altro" contro cui ridere. Il riso non è più un gesto politico o collettivo catartico, ma è diventato una "microterapia privata" per sopportare la realtà, non per trasformarla.

parte 3: col Vernacoliere finisce un'epoca. Personalmente, non lo seguivo più con la costanza di prima, perché i nuovi autori non mi sembravano in gamba come quelli delle generazioni precedenti, ma era sempre un certezza, un simbolo. Che ora non c'è più.

parte 4: Il Vernacoliere è una delle vittime dei social, annegato in un mare di meme, volgarità e cattiveria tendenti a infinito.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante.

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