
Come ogni autunno, si parla della Legge di Bilancio. Il rituale è sempre lo stesso: annunci, previsioni, bozze fatte filtrare ad arte, interviste rassicuranti. Ma quest’anno, a ben vedere, c’è ben poco da commentare. La manovra non contiene riforme dal lato dell’offerta — concorrenza, mercato del lavoro, tecnologie, formazione — né espansioni di spesa capaci di sostenere davvero i consumi. Il vero obiettivo, l’unico, è rientrare sotto la soglia del 3% di deficit per uscire dalla procedura d’infrazione Ue.
Un obiettivo nobile, senza dubbio, ma non una strategia di crescita. È la differenza tra rifare i conti e rifare il Paese.
Il bivio italiano: aprire i mercati o aprire il portafoglio
Per un Paese come l’Italia, dove la spesa pubblica sfiora ormai il 56% del PIL, i margini per “spingere” con la leva fiscale sono praticamente inesistenti.
Le strade possibili sono solo due, e nessuna delle due è comoda.
La prima è quella che nessuno ama pronunciare a voce alta: aprire i mercati, stimolare la concorrenza, rendere più facile investire, innovare, crescere. È la ricetta classica dell’offerta: più libertà, più produttività, più reddito.
La seconda è quella più politicamente appetibile: spendere di più a deficit, nella speranza che la spesa pubblica generi domanda, che la domanda generi crescita, e che la crescita, prima o poi, ripaghi il debito.
È questa seconda via che viene spesso etichettata come “keynesiana”. Ma è qui che nasce il grande equivoco nazionale. Perché ciò che in Italia chiamiamo “keynesismo” ha con John Maynard Keynes più o meno lo stesso rapporto che un cinepanettone ha con Shakespeare: condividono la lingua, ma non il contenuto.
Tutti citano Keynes. Pochi l’hanno letto.
C’è una leggenda urbana secondo cui Keynes avrebbe sostenuto che lo Stato debba spendere sempre, comunque e a prescindere, per sostenere i consumi.
Peccato che Keynes non abbia mai detto niente del genere.
Per lui, la vera causa delle crisi non era il calo dei consumi, bensì il crollo degli investimenti. La chiamava “caduta dell’efficienza marginale del capitale”: in parole povere, quando gli imprenditori smettono di credere che valga la pena investire, l’economia si ferma.
E allora cosa suggeriva Keynes?
Non di fare deficit per principio, ma di ridurre i tassi d’interesse per rianimare la fiducia e rilanciare gli investimenti privati.
La spesa a deficit, in questo schema, è solo l’ultima spiaggia: un rimedio temporaneo, da usare durante una crisi profonda, quando la politica monetaria ha già esaurito le sue munizioni.
Tradotto in linguaggio moderno: il keynesismo non è la carta di credito dello Stato, ma il pronto soccorso. E noi, in Italia, viviamo come se fossimo eternamente in codice rosso.
Il vero “keynesismo all’italiana”: un marxismo travestito
L’idea di deficit pubblico permanente come motore della crescita non è keynesiana. È, semmai, marxiana.
Keynes parlava di interventi temporanei, per uscire da crisi cicliche. Non immaginava certo un’economia in cui lo Stato facesse da locomotiva strutturale ogni anno, a prescindere dalle condizioni.
Non credeva nemmeno al “sottoconsumo permanente”, cioè all’idea che la gente non spenda mai abbastanza e che solo lo Stato possa colmare quel vuoto. Anzi, sosteneva che, nel lungo periodo, risparmio e investimento tendano naturalmente all’equilibrio.
Se c’è un economista che ha predicato la necessità di un intervento pubblico continuo per compensare il “vuoto di domanda” sistemico, quello non è Keynes, ma Karl Marx.
Solo che Marx lo diceva con tono rivoluzionario, mentre in Italia lo si ripete con voce suadente in conferenza stampa.
Quando anche Keynes sbagliò (e altri dovettero riscriverlo)
C’è poi un piccolo dettaglio che molti sembrano dimenticare: anche la teoria del consumo di Keynes è stata ampiamente smentita dai dati.
Negli anni ’40, Simon Kuznets osservò che, nel tempo, i consumi non crescevano affatto come previsto dalla “propensione marginale al consumo” keynesiana.
Poi arrivarono Milton Friedman e Franco Modigliani, che riformularono il tutto con l’“ipotesi del reddito permanente” e quella del “ciclo di vita”: le persone non spendono in base al reddito di oggi, ma a quello che si aspettano nel lungo periodo.
Tradotto: non basta distribuire qualche bonus o sussidio per far ripartire l’economia. La gente non spende se non ha fiducia nel futuro.
E la fiducia, purtroppo, non si compra a debito.
Il fantasma delle teorie passate
Il destino dell’Italia è oggi schiacciato tra due rigidità speculari.
A sinistra, manca il coraggio di fare le riforme strutturali — del mercato, della concorrenza, della pubblica amministrazione — che servirebbero davvero a liberare la crescita.
A destra, si continua a sventolare la bandiera del “keynesismo”, per giustificare politiche di spesa che di keynesiano hanno solo il nome e la retorica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: trent’anni di stagnazione del reddito reale, di produttività ferma, di debito crescente.
Non è una maledizione, è una scelta. O meglio, una non-scelta, perpetuata nel tempo, dietro il paravento delle citazioni colte e dei tabù elettorali.
Keynes, se potesse guardare la nostra Legge di Bilancio, probabilmente sorriderebbe — e poi alzerebbe un sopracciglio, in quel modo ironico che aveva lui, per dire:
“Ma davvero pensate che la mia teoria fosse un abbonamento al deficit perpetuo?”
E forse aggiungerebbe: «Nel lungo periodo siamo tutti morti, certo. Ma qualcuno, prima o poi, dovrà pur vivere.»
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Come ogni autunno, si parla della Legge di Bilancio. Ma quest'anno, c'è ben poco da commentare. La manovra non contiene Riforme dal lato dell'offerta (concorrenza, tecnologie), né Espansioni di spesa che sostengano davvero i consumi. L'unico vero obiettivo è Rientrare dal deficit del 3% per uscire dalla procedura d'infrazione Ue. Obiettivo nobile, ma non una strategia per la crescita.
parte 1: Per un paese con una spesa pubblica già altissima come l'Italia, i margini sono stretti. Le opzioni sono solo due: Aprire i mercati, favorire la concorrenza, l'innovazione. Ma qui si scontrano enormi resistenze politiche, sia a destra che a sinistra, e La strada preferita dalla politica, spesso etichettata come "keynesiana". Ma è qui che nasce l'enorme fraintendimento.
parte 2: Tutti citano Keynes per giustificare la spesa a deficit. Ma pochi hanno letto cosa dicesse veramente. La sua teoria è molto diversa: La causa della crisi NON è il calo dei consumi, ma il crollo degli investimenti (quella che lui chiama "efficienza marginale del capitale"). La ricetta principale NON è il deficit, ma la riduzione dei tassi d'interesse per rilanciare gli investimenti privati. Il deficit è l'ultima spiaggia: va usato solo durante una crisi profonda e deflattiva, e solo dopo aver esaurito le armi della politica monetaria.
parte 3: La nostra, intendo proprio italiana, idea di un deficit pubblico permanente per finanziare la crescita non è keynesiana, per due motivi fondamentali: Keynes parlava di interventi TEMPORANEI per uscire da una crisi ciclica, non di deficit STRUTTURALI. Keynes NON credeva al "sottoconsumo permanente". Anzi, nel lungo periodo, riteneva che risparmio e investimento tendessero naturalmente all'equilibrio. Se il deficit permanente non è keynesiano, a chi si ispira? Assomiglia di più alle teorie del sottoconsumo permanente di... Karl Marx. Una filosofia economica che, a differenza di quella di Keynes, non ha mai trovato riscontri empirici.
parte 4: C'è il colpo di scena: anche la teoria del consumo di Keynes è stata ampiamente confutata dai dati! Già negli anni '40, Simon Kuznets mostrò che i comportamenti dei consumatori non seguivano le sue previsioni. Economisti come Milton Friedman (Ipotesi del Reddito Permanente) e Franco Modigliani (Ipotesi del Ciclo di Vita) hanno dovuto riscrivere completamente la "funzione del consumo", stravolgendo la teoria originale.
parte 5: Il destino del nostro paese è quindi schiacciato in un vicolo cieco: A sinistra, la mancanza di coraggio per fare le riforme dall'offerta di cui avremmo disperato bisogno. A destra, l'utilizzo di una teoria economica (il Keynesismo) che è un fantasma, usato come giustificazione per politiche di spesa che di keynesiano hanno solo il nome. La risposta è sotto gli occhi di tutti: la stasi del nostro reddito reale negli ultimi 30 anni.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.
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I Vanzina condividono la lingua con Shakespeare? 🙂
Per il resto Keynes è come, boh, “il basso di chiara ispirazione Motown”: ce la vedono ovunque, senza avere mai effettivamente ascoltato i Four Tops o le Supremes 🙂
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Effettivamente… Sul drammaturgo: forse cambiare è meglio? Oppure no, è un IA allucination che fa ridere?
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