La pressione fiscale e altre leggende metropolitane

Ieri in TV è passata un’affermazione da capogiro da parte di Italo Bocchino: “La pressione fiscale sale perché ci sono più persone che lavorano.”
Un momento di pura estasi logica.
E per completare l’opera, la chiosa implicita: se metà degli italiani perdessero il lavoro, la pressione fiscale si dimezzerebbe. Voilà. Una perla di saggezza economica da incorniciare.
Quel che lascia interdetti, però, non è tanto la boutade in sé — tutti possono dire sciocchezze — quanto il fatto che nessuno, nessuno tra conduttori e giornalisti in studio, abbia avuto la competenza (o la volontà) di dire semplicemente: “Scusi, ma questa è una colossale sciocchezza.”

E così, la frase è rimasta lì, sospesa nell’etere televisivo, pronta a depositarsi nella coscienza collettiva come una mezza verità. Ma facciamo due conti, e vediamo quanto vale davvero questa trovata.

Facciamo due conti, sul serio

Supponiamo che in un paese ci siano 10 lavoratori. Ognuno guadagna 100 euro e paga il 50% di tasse.
Lo Stato incassa 500 euro. Il PIL totale è 1000. La pressione fiscale è 500/1000 = 50%.
Semplice, no?

Ora arriva un undicesimo lavoratore, con lo stesso stipendio e la stessa aliquota. Lo Stato incassa 550 euro su un PIL di 1100.
La pressione fiscale è ancora 50%. Uguale. Identica.
Perché — e mi dispiace deludere qualcuno — la pressione fiscale non è una tassa occulta che sale quando la gente lavora, ma un rapporto: tasse totali / PIL. Se crescono entrambe, il rapporto resta invariato.

Dunque no, più lavoratori non “fanno salire la pressione fiscale”, così come più alberi non “fanno salire la percentuale di verde” in un bosco già fitto.
È un errore logico elementare, che tuttavia prospera indisturbato in prime time.

Perché la pressione fiscale davvero oscilla

La pressione fiscale può variare, eccome. Ma per ragioni ben più concrete — e meno fotogeniche — di quelle raccontate nei talk show.

1. Il drenaggio fiscale (fiscal drag).
Con l’inflazione, i redditi nominali aumentano. Ma se le aliquote restano ferme, finisci in uno scaglione IRPEF più alto anche se, in termini reali, sei più povero di prima. È un piccolo miracolo burocratico: guadagni “di più”, paghi più tasse, ma il tuo potere d’acquisto scende.
Un meccanismo silenzioso e molto comodo per lo Stato, che incassa di più senza alzare formalmente le imposte.

2. La composizione dei redditi.
Non tutti i lavoratori pesano allo stesso modo. Se si assumono soprattutto part-time e lavoratori a basso reddito, la base imponibile cresce meno. Se invece aumentano i contratti ad alta retribuzione, l’effetto è l’opposto. Lo stesso vale per i profitti: un’economia che spinge sui salari più che sui margini d’impresa cambia il mix delle entrate fiscali, anche a parità di gettito complessivo.

3. Profitti vs. salari.
Le imposte sulle società (IRES) e quelle sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) hanno logiche e progressività diverse. Se le aziende guadagnano meno ma l’occupazione cresce, il PIL può salire mentre lo Stato incassa proporzionalmente di più dalle persone. È una variazione strutturale, non un “effetto collaterale del lavoro”.

Quindi, perché la pressione fiscale è aumentata?

Perché nel 2024-2025 abbiamo avuto due fenomeni paralleli:

  • un forte fiscal drag, cioè stipendi nominalmente più alti che hanno spinto molti contribuenti in scaglioni più onerosi;
  • uno spostamento del valore aggiunto dai profitti ai salari, legato anche alla compressione dei margini aziendali in un contesto inflazionistico.

La combinazione dei due fattori genera un aumento apparente della pressione fiscale. Apparente, perché non c’è stata alcuna riforma che l’abbia fatta crescere. È, in sostanza, il riflesso di un sistema che non viene aggiornato da anni e continua a premiare l’inerzia.

Eppure, in TV…

Niente di tutto questo. In TV si preferisce la favola semplice, quella che entra in dieci secondi di dibattito e non richiede sforzo logico: “Più lavoro = più tasse”.
E tutti annuiscono, magari con aria grave, come se avessero assistito a una rivelazione.

Ma non è colpa del solo ospite. È colpa del sistema dell’informazione che, troppo spesso, si accontenta di amplificare invece di spiegare. Di ripetere invece di chiarire.
Fare giornalismo economico non significa leggere i numeri con voce impostata. Significa capirli, tradurli, e smascherare quando qualcuno li piega alla retorica.

Sarebbe chiedere troppo che un conduttore interrompesse un’idiozia per spiegare la realtà? Forse sì, in un paese dove la competenza fa meno share della confusione.

Alla fine, la vera pressione — quella che sentiamo tutti — non è fiscale. È cognitiva.
Quella di dover assistere a dibattiti dove la logica è in ferie e l’aritmetica viene trattata come una questione di opinioni.
E in effetti, se ragionassimo come Bocchino, potremmo risolvere tutto in un lampo: chiudiamo le fabbriche, licenziamo metà del paese, e brindiamo alla caduta della pressione fiscale.
E magari, tra un applauso e l’altro, chiameremo pure questo “crescita”.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Ieri in TV è passata un’affermazione da capogiro da parte di Italo Bocchino: la pressione fiscale sale perché ci sono più persone che lavorano. E se metà italiani perdessero il lavoro, la pressione fiscale si dimezzerebbe. Una perla di saggezza economica. Nessuno, ma proprio nessuno tra conduttori e giornalisti in studio, ha avuto la minima competenza (o forse la volontà) per dire: "Scusi, ma questa è una colossale sciocchezza".

parte 1: Facciamo due conti. Se in un paese ci sono 10 lavoratori che guadagnano 100 euro e pagano il 50% di tasse, lo Stato incassa 500 euro. La pressione fiscale è 500/1000 = 50%. Se arriva un undicesimo lavoratore, stesso stipendio e stessa tassazione, lo Stato incassa 550 euro su un PIL di 1100. La pressione fiscale resta 50%.

parte 2: La pressione fiscale però oscilla davvero, ma Per motivi ben diversi che i nostri talk show non spiegano: Il drenaggio fiscale (fiscal drag): con l'inflazione, gli aumenti di stipendio sono solo nominali. Ma così finisci in uno scaglione IRPEF più alto e paghi più tasse, anche se in realtà sei più povero di prima. Un regalo dell'inflazione che lo Stato si intasca. La composizione dei redditi: non tutti i lavoratori sono uguali. Assumere un manager che paga il 43% o un part-time che paga il 23% fa una bella differenza. Profitti vs. Salari: se i profitti delle aziende (tassati in un modo) crescono meno dei salari (tassati in un altro), il mix cambia e il gettito pure.

parte 3: La verità è che la leggera impennata della pressione fiscale è dovuta soprattutto al fiscal drag e a uno spostamento da profitti a salari. Non a un "troppo lavoro".

parte 4: Ma questo non lo sentirete mai in TV. Perché sarebbe troppo chiedere a certi conduttori di smettere di fare i "giornalisti-ripetitore" e iniziare a fare il loro lavoro: informare.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo. 

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento