
Ricordate la vicenda di Sydney Sweeney, i geni, i jeans e American Eagle? Poteva sgonfiarsi senza strascichi, come una polemica qualunque, una di quelle che durano meno di un eyeliner waterproof sotto la pioggia di Cannes. Sembrava di sì. Ma la storia, come sappiamo, si ripete prima come tragedia, poi come farsa — e qui nemmeno si parla di storia, pensa come siamo messi.
Negli ultimi giorni, la bionda più discussa d’America è tornata a parlare della famigerata campagna “Sydney Sweeney Has Great Jeans”. Per chi avesse trascorso l’estate sotto una roccia (o peggio, su Threads), il gioco di parole era fra jeans e genes, allusione fin troppo trasparente al fatto che la Sweeney sia, come dire, un trionfo della selezione naturale. L’ironia, evidentemente, è diventata merce rara: qualcuno ha deciso che quello slogan non celebrava dei pantaloni, ma la “superiorità genetica” dei WASP. E da lì, il caos.
Nelle interviste più recenti — tra cui quella con GQ e Entertainment Weekly — Sweeney ha finalmente rotto il silenzio. Non per scusarsi (orrore!), ma per dire, con la calma glaciale di chi sa di essere nel giusto, che no, non intende chiedere perdono per un fraintendimento collettivo. “La campagna parlava dei jeans,” ha spiegato, “non di genetica o di razze superiori.” Insomma: se vedete un manifesto di denim e pensate a Mein Kampf, forse il problema non è la modella.
Quando la giornalista le ha chiesto se non ritenesse opportuno chiarire o mostrare un po’ di “empatia” per chi si era offeso, Sweeney ha mantenuto la posizione: niente pentimento, niente piagnistei di PR. Orgogliosa del proprio lavoro, ha ribadito che non è compito suo anticipare ogni interpretazione distorta dei social. Una risposta così adulta da sembrare quasi anacronistica — soprattutto in un’epoca in cui ogni intervista è un potenziale tribunale morale e ogni star deve indossare l’elmetto del damage control anche per dire “buongiorno”.
L’intervista, in effetti, ha messo a nudo due visioni del mondo. Da un lato, quella di Sweeney: pragmatica, coerente, e in fondo liberatoria. Dall’altro, quella dei media e dei paladini del risentimento, convinti che chiunque abbia un pubblico debba pronunciare formule di contrizione ogni volta che qualcuno interpreta male una battuta, una foto, o un jeans. È l’illusione tutta contemporanea che la comunicazione sia una questione di compliance morale, dove non basta più essere comprensibili — bisogna anche essere approvati.
Naturalmente, le reazioni si sono divise come sempre: applausi da chi ha visto nella Sweeney una sorta di Giovanna d’Arco della libertà d’espressione (ma con top in satin), e indignazione da parte di chi ritiene che ogni influencer o attrice debba prendere posizione su qualsiasi cosa, dal genocidio alle patatine al wasabi.
Resta un piccolo dettaglio, che però dice tutto: la Sweeney, con la sua calma olimpica e il suo sorriso da screw you, è riuscita a resistere a un meccanismo che ormai pare automatico. Non si è scusata per un peccato che non ha commesso, non ha abbellito la propria colpa inesistente con un post in bianco e nero e la caption “we can do better”. Ha solo detto: “Non è affar mio se voi ci leggete quello che volete.” E questo, oggi, è più rivoluzionario di qualsiasi campagna woke.
E poi — ferma restando l’idiozia di ritenere rilevante l’opinione di chicchessia su qualsiasi argomento in virtù del fatto che è una celebrità — davvero siete così fragili da aver bisogno che la vostra attrice preferita vi ripeta i vostri pensierini morali, altrimenti la unfollowate? Vi serve Sydney Sweeney per capire che il mondo è complesso e che forse non tutto è una dichiarazione politica? Ma soprattutto: avete più di dodici anni?
Forse, in fondo, è questa la vera ironia della storia — che un gioco di parole su un paio di jeans sia diventato un test di purezza morale. E che, nel tentativo di dimostrare la propria profondità, molti abbiano finito per dimostrare solo una cosa: che non c’è nulla di più superficiale dell’indignazione travestita da pensiero critico.
E allora brava Sydney: ottimi jeans, eccellenti genes, e soprattutto, una rara capacità di non chiedere scusa quando non c’è niente da cui scusarsi.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: ricordate la vicenda di Sydeny Sweeney, i geni, i jeans e American Eagle? Poteva sgonfiarsi senza strascichi? Sembrava di sì. Ma la storia si ripete come farsa, come sappiamo. E qui nemmeno si parla di storia, pensa come siamo messi.
parte 1: Negli ultimi giorni Sydney Sweeney ha rotto il silenzio sulla controversa campagna pubblicitaria di American Eagle “Sydney Sweeney Has Great Jeans” (gioco di parole fra jeans e genes in quanto la Sweeney è una che, chiaramente, ha fatto tombola al DNA), affrontando in particolare le domande sulle possibili implicazioni sociali e interpretazioni della pubblicità. Nelle interviste più recenti, come quelle rilasciate a GQ ed EW, Sweeney ha chiarito di non sentirsi in dovere di scusarsi: ha sottolineato che lo spot parlava dei jeans e non di questioni razziali o di “superiorità genetica”, e che ogni diversa interpretazione è responsabilità del pubblico e dei media, non sua.
parte 2: Quando le è stato chiesto se non ritenesse opportuno esprimere un chiarimento o un rammarico per il fraintendimento, la giornalista ha insistito, cercando di estrarre una forma di contrizione pubblica; Sweeney ha invece mantenuto la sua posizione, ribadendo di essere orgogliosa del lavoro svolto e che la sua responsabilità non consiste nel controllare tutte le possibili percezioni della campagna.
parte 3: L'intervista ha messo in evidenza il contrasto tra due logiche: da un lato, la difesa coerente e prudente dell’attrice, che rifiuta di assumersi colpe per interpretazioni soggettive, dall’altro l’approccio di alcuni media americani che ritengono che chi ha influenza debba dichiarare la propria posizione sui temi socialmente sensibili.
parte 4: Sweeney è stata applaudita da chi ha visto nella sua posizione un atto di autonomia e integrità, e criticata da chi invece considera necessaria una presa di posizione esplicita.
parte 5: ferma restando l'idiozia di ritenere rilevante l'opinione di chicchessia su qualsiasi argomento in virtù del fatto che è una celebrità, siete davvero così fragili da aver bisogno di sentirvi ripetere i vostri pensierini dalle star, altrimenti le unfollowate? E avete più di dodici anni?
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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