
Per anni lo streaming ci ha fatto credere di vivere in un’epoca d’oro dell’intrattenimento. Netflix e le altre piattaforme ti vendevano il sogno perfetto: tutto, per sempre, a pochi euro. Una promessa quasi messianica. Film nuovi ogni settimana, serie che diventavano fenomeni globali da un giorno all’altro, produzioni originali che parevano uscite da laboratori segreti pieni di geni creativi. L’utopia dell’intrattenimento infinito: aprivi l’app e ti sembrava di avere Hollywood in tasca.
Oggi? Apri quella stessa app e ti ritrovi davanti un catalogo che sembra il supermercato alle otto di sera: scaffali mezzi vuoti, tutto ripetitivo, nessuna sorpresa. Ti propongono film che sembrano generati da un algoritmo con la creatività di una graffetta, serie coreane serializzate come bulloni in fabbrica, anime presi solo perché costano meno di produrre qualsiasi cosa decente. Una dieta a base di carboidrati narrativi scaduti, ma venduti come “nuovissimo contenuto esclusivo!”
L’unica eccezione – per ora – è Apple TV: poche produzioni, curate, con l’ambizione di fare qualità e non tappezzeria. Tutti gli altri seguono la stessa formula cinica e pigra: due serie evento all’anno per tenerti iscritto, poi un mare di riempitivi progettati per farti cliccare e dimenticare. L’equivalente audiovisivo del pane raffermo, ma confezionato bene.
Siamo passati dal sogno del grande archivio universale a un limbo sempre più ridicolo: paghi l’abbonamento per non sentirti escluso quando esce l’unica serie davvero buona della stagione. E se ti viene voglia di rivedere una serie di dieci anni fa? Auguri. Molte spariscono senza preavviso, senza motivo, senza traccia. Come se lo streaming fosse una biblioteca in cui ogni notte spariscono interi scaffali.
E qui non è solo colpa dei cattivoni delle piattaforme. Durante gli anni d’oro eravamo affamati, curiosi, disposti a scoprire. Oggi siamo un pubblico addestrato allo scroll compulsivo, incapaci di dedicare dieci minuti a qualcosa senza guardare il telefono. E il mercato reagisce: riduce il rischio, standardizza, fotocopia ciò che funziona e lo ripropone con un titolo leggermente diverso. Non per malvagità, ma per sopravvivere. È il darwinismo digitale: vince chi ti tiene sull’app altri 30 secondi, non chi ti racconta qualcosa di memorabile.
Il vero problema, oggi, è che il successo si misura sull’immediatezza. Nell’era dello “skip intro”, se oggi uscisse Breaking Bad, metà della gente mollerebbe dopo 15 minuti perché “è lento”. Le piattaforme inseguono i social, diventando la loro caricatura: contenuti usa e getta, ritmi veloci, zero profondità. E noi paghiamo sempre di più per avere sempre meno. È la buona vecchia “enshittification”: prima ti viziano, poi ti abituano, poi ti vendono la stessa roba scadente a prezzo doppio.
Come finisce questa storia? Forse crolleranno, come Blockbuster. Qualcun altro arriverà, farà meglio… per un po’. Ma il punto è un altro, ed è il più amaro: se continuiamo a chiedere solo intrattenimento veloce, leggero, indolore, questo ciclo non finirà mai. Le piattaforme non sono cattive. Ci stanno semplicemente dando esattamente ciò che la maggioranza vuole.
E siccome la maggioranza vuole scorrere senza pensare… be’, prepariamoci: la prossima era dello streaming sarà ancora più piatta della precedente. E non servirà nessun algoritmo per capirlo.
(Giovanni Sarpi)
Prompt:
intro: Per anni lo streaming ci ha fatto sognare. Netflix e le altre piattaforme promettevano “tutto, per sempre, a pochi euro”: film nuovi ogni settimana, serie originali che diventavano fenomeni culturali, produzioni coraggiose e idee fresche. Era l’utopia dell’intrattenimento infinito.
parte 1: Oggi sembra tutto cambiato. I cataloghi assomigliano agli scaffali di un supermercato alle otto di sera: mezzi vuoti, pieni di prodotti ripetitivi. Trovi film che sembrano usciti da un generatore automatico, serie coreane a catena di montaggio, anime scelti solo perché costano poco. E soprattutto un enorme vuoto creativo, come se il messaggio fosse: “tanto a loro va bene tutto”. L’unica eccezione, per ora, Apple TV, che punta ancora su poche produzioni originali e di qualità. Il resto segue una logica semplice: due serie evento all’anno, un po’ di riempitivi, e sperare che nessuno disdica l’abbonamento.
parte 2: Siamo passati dal sogno del grande archivio universale a un limbo in cui paghi per non sentirti escluso quando esce l’unica serie buona della stagione. E persino recuperare vecchie serie è difficile: molte spariscono dai cataloghi senza spiegazioni. Il problema non è solo delle piattaforme. Negli anni d’oro eravamo affamati e curiosi, pronti a sperimentare. Oggi siamo saturi, distratti, abituati allo scrolling. E quando il pubblico cambia, il mercato reagisce: abbassa il rischio, standardizza, replica ciò che funziona. Non per cattiveria, ma per sopravvivere.
parte 3: ora il Successo è misurato solo sull’immediatezza. Se oggi uscisse “Breaking Bad”, probabilmente verrebbe abbandonato dopo 15 minuti perché “è lento”. Le piattaforme inseguono i social, sacrificando la loro natura. Noi paghiamo sempre di più per contenuti mediocri, in una spirale che ricorda la “enshittification” dei social.
parte 4: Forse crolleranno, come Blockbuster, e qualcun altro farà meglio… per un po’. Ma la verità è che se continuiamo a chiedere solo intrattenimento veloce e senza impegno, il problema non si risolverà mai. E siccome la gente vuole esattamente questo...
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4.
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