
Quando mia figlia minore mi ha detto che voleva iscriversi a Chimica, ho reagito in modo composto.
Come ogni madre: felice, orgogliosa, ma anche con quell’apprensione che ti stringe lo stomaco e ti ricorda che i figli crescono sempre un po’ più in fretta di quanto tu sia pronta ad ammettere.
La scelta in sé mi ha sorpresa—in positivo. Nella mia famiglia non c’è nessuna tradizione scientifica: io al liceo non sono mai riuscita a finire un’ossidoriduzione senza trasformarla in un dramma greco, e nessuno dei miei conoscenti può dire di aver avuto una carriera chimica, se non in cucina.
Però una cosa è certa: Chimica non è una facoltà che ti lascia per strada. E in un paese dove uno dei principali export è proprio il farmaceutico, l’idea che una giovane donna scelga un percorso così robusto e tecnico mi ha fatto pensare a qualcosa di più grande: al rapporto complicato dell’Italia con l’istruzione superiore.
Dopo aver scritto tante volte, da queste pagine, di innovazione, competitività e crescita, oggi voglio guardare le cose da un altro punto di vista: la formazione avanzata, e perché continuiamo ad essere, dati del 2024 alla mano, tra gli ultimi in Europa. Non per caso. Non per cattiveria del destino. Proprio no.
Il paradosso italiano: pochi laureati, molti disoccupati
L’Italia è uno degli ultimi paesi in Europa per percentuale di laureati tra i giovani adulti.
Non è solo un problema quantitativo: è un segnale. Perché i pochi che si laureano hanno comunque tassi di disoccupazione tra i più alti del continente.
Questa non è una stranezza statistica, ma il riflesso coerente della nostra struttura economica: un tessuto industriale dominato da micro e piccole imprese.
Le celebriamo da decenni come “il petrolio d’Italia”—e sì, molte sono straordinarie, spesso eroiche. Ma una piccola impresa, per definizione, ha scarse risorse da investire in R&D, digitalizzazione e innovazione avanzata. È normale che, dovendo occuparsi delle mansioni quotidiane, preferisca assumere profili tecnici a basso costo, invece di un laureato specializzato che richiede tempo, investimenti e un modello di business più avanzato per essere valorizzato.
È una scelta razionale, certo.
Ma se tutto il sistema fa questa scelta, il risultato è la paralisi.
Capitalismo familistico, assenza di visione e costi proibitivi
Poi c’è tutto il resto, che è un “resto” piuttosto ingombrante.
Non possiamo non parlare del capitalismo familistico: quell’abitudine molto italiana di gestire un’impresa come un’estensione del salotto di casa. Le posizioni di responsabilità vengono assegnate non a chi è competente, ma a chi è parente.
E così, mentre nel resto del mondo un giovane laureato con competenze avanzate viene messo alla prova e responsabilizzato, da noi rischia di restare un intralcio per gli equilibri familiari aziendali.
In parallelo, c’è la quasi totale assenza di una politica industriale nazionale che dica chiaramente quali settori dovremmo presidiare, innovare e far crescere.
La Germania lo fa. La Francia lo fa. Noi ci affidiamo al caso, alla tradizione e, ogni tanto, alla buona volontà di qualche imprenditore illuminato.
Il sistema paese, poi, non fa molto per incentivare la laurea.
Gli investimenti in istruzione e ricerca sono quasi folkloristici nella loro insufficienza.
Chi sceglie il percorso accademico o la ricerca viene pagato meno di chi vende ciò che lui stesso ha progettato.
E per molte famiglie mantenere un figlio all’università—tra ripetizioni e affitti fuori sede—è diventato semplicemente impossibile.
A quel punto la scelta per un giovane talentuoso è razionale quanto dolorosa: emigrare.
La grande illusione collettiva: “siamo un paese turistico”
Un altro ostacolo è culturale.
L’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa.
Abbiamo industrie che nel mondo vengono citate come eccellenze: meccatronica, farmaceutica, robotica, packaging automatico, materiali avanzati, biomedicale. Aziende che competono alla pari con i migliori.
Eppure l’opinione pubblica continua a convincersi che la ricchezza nazionale provenga soprattutto dal turismo e dal commercio.
Un’illusione affascinante, lo ammetto: ci piace la narrativa dell’Italia come grande vetrina, museo diffuso, boutique di charme.
È poetico. È elegante.
Ed è pericolosamente sbagliato.
Se credi di essere un paese di camerieri e venditori, non senti la necessità di investire in ingegneri, ricercatori, chimici, fisici, data scientist.
Non senti l’urgenza di sostenere l’innovazione industriale.
Non percepisci che il tuo benessere dipende da chi progetta e costruisce, non da chi apparecchia.
Il rischio: diventare l’hotel di lusso del mondo
E questo ci porta alla conclusione più amara.
Senza una base industriale solida, innovativa e alimentata da competenze avanzate, l’Italia—e con essa l’Europa—rischia di trovarsi nella posizione più scomoda del XXI secolo:
essere un Grand Hotel.
Bellissimo. Raffinato. Frequentatissimo.
E completamente privo di potere reale nel mondo che cambia.
Gli Stati Uniti e la Cina si giocano la sfida sulle tecnologie critiche—intelligenza artificiale, semiconduttori, biotech, energia.
Noi rischiamo di giocarcela sull’ospitalità e la qualità del servizio colazione.
Non è una prospettiva che possiamo accettare, né per noi, né per i nostri figli.
Oggi, 2025
Quando mia figlia mi parla delle sue lezioni di Chimica—tra reazioni, catalizzatori e laboratori—io ci vedo qualcosa di più grande del suo percorso individuale: ci vedo il futuro che l’Italia potrebbe avere, se solo decidesse di crederci.
Perché non si tratta solo di iscrivere più giovani all’università.
Si tratta di costruire un paese che sappia accoglierli, valorizzarli e trattenerli.
E sì, lo so: se non sono riuscita a completare un’ossidoriduzione a sedici anni, forse non dovrei permettermi metafore chimiche.
Ma una reazione, per funzionare, ha bisogno di condizioni favorevoli.
Ecco, noi quelle condizioni dobbiamo crearle. Ora.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: quando è arrivato il turno di mia figlia minore di scegliere un'università, ero contenta ma anche in apprensione, come credo ogni madre. La scelta - chimica - mi ha sorpreso, in positivo. Non è certo tradizione di famiglia, personalmente al liceo non sono mai riuscita a finire un'ossidoriduzione, ma è una cosa è certa: non è una facoltà che ti lascia per strada. Soprattutto in una nazione in cui uno degli export principali è il farmaceutico. Dopo aver scritto più volte, su queste pagine, di innovazione e crescita, voglio affrontare ora la questione dal lato dell'istruzione superiore, alla luce del fatto che, dati 2024 alla mano, siamo sempre fra gli ultimi d'Europa. Non per caso né per cattiveria.
parte 1: L'Italia si posiziona tra gli ultimi paesi in Europa per percentuale di laureati tra i giovani adulti. Questo dato è il sintomo di una contraddizione più profonda: non solo i laureati sono pochi, ma il loro tasso di disoccupazione è tra i più alti. Questo indica che il sistema economico nazionale fatica ad assorbire e valorizzare le figure professionali più qualificate. La radice di questo problema è legata alla struttura stessa della nostra economia, che è dominata da un tessuto di micro e piccole imprese. Questo modello, spesso celebrato come "il petrolio d'Italia", ha delle conseguenze dirette sulla domanda di lavoro. Una piccola impresa, per sua natura, ha scarse risorse da investire in ricerca, sviluppo e innovazione. Di conseguenza, per svolgere attività quotidiane e non troppo complesse, preferisce assumere personale tecnico e poco costoso, come un ragioniere, piuttosto che un laureato con competenze avanzate.
parte 2: Oltre alla struttura produttiva, entrano in gioco molti altri fattori che alimentano questo circolo vizioso. Un ruolo lo giunge un "capitalismo familistico", dove la gestione aziendale è spesso riservata ai familiari più che a manager competenti, limitando le opportunità per i laureati. A questo si aggiunge una cronica mancanza di una politica industriale nazionale che guidi il paese verso settori ad alta innovazione. Anche il sistema paese sembra non incentivare la laurea. Gli investimenti in istruzione e ricerca sono scarsi, e chi intraprende queste strade è spesso sottopagato. In Italia, un tecnico che progetta un impianto spesso guadagna meno del commerciale che lo vende. Inoltre, i costi per sostenere un figlio all'università, tra ripetizioni e fuori sede, sono diventati proibitivi per molte famiglie. Il risultato è che per un giovane talentuoso, il recupero dell'investimento fatto negli studi è spesso possibile solo emigrando all'estero.
parte 3: Un ulteriore ostacolo è una percezione collettiva distorta della nostra economia. Nonostante l'Italia sia la seconda potenza industriale manifatturiera d'Europa, con settori di eccellenza mondiale come la meccatronica e la farmaceutica (faccio esempi di aziende top), l'opinione pubblica è convinta che la vera ricchezza del paese provenga principalmente dal turismo e dal commercio. Questa "dissonanza cognitiva" fa sì che si sottovaluti il ruolo cruciale dell'industria e, di conseguenza, non si avverta l'urgenza di politiche che sostengano l'innovazione e la formazione avanzata.
parte 4: Questa situazione pone l'Italia, e più in generale l'Europa, in una posizione di pericolo nella competizione globale. Senza una base industriale solida e innovativa, si rischia di non reggere il confronto con giganti come Stati Uniti e Cina, riducendosi a un "Grand Hotel" di lusso, elegante ma privo di reale influenza sul futuro.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
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