Il Fenomeno dei Putiniani Inconsapevoli

Li avete sicuramente incontrati, anche solo di sfuggita, scorrendo la home nei cinque minuti di pausa caffè. Basta avere almeno dieci contatti – e un po’ di sfortuna – per imbattersi nei putiniani inconsapevoli. Non quelli ideologici, che almeno sanno da che parte stanno. No, parlo di quell’umanità varia che si è scoperta geopoliticamente esperta grazie a tre reel e una diretta Facebook, e che oggi lancia anatemi contro l’Occidente con l’entusiasmo di chi ha appena trovato una causa a buon mercato.

Mi capita spesso di leggerli la mattina presto, quando Firenze si sveglia sotto quel cielo lattiginoso d’inverno e io cerco notizie per preparare un pezzo. E ogni volta, lo ammetto, resto colpito dalla capacità di queste persone di piegare la realtà fino a farla assomigliare a un adesivo motivazionale: basta crederci, e la complessità scompare.

La morale a geometria variabile
Per loro qualunque azione russa è giustificata: non è un’invasione, ma una forma creativa di “difesa anticipata”; non è bombardare, ma “rispondere”; non è repressione, è “ordine necessario”.

Ricordo una discussione con un signore di Empoli, incontrato per caso a un convegno culturale. Aveva l’aria pacifica e la voce bassa. Parlando della guerra, mi disse con un tono quasi paterno:
«Giancarlo, te sei giovane… c’è sempre qualcosa che non ci dicono».
E lì ho capito che il problema non era la mancanza d’informazioni, ma l’eccesso di slogan prefabbricati, come cibi surgelati per la mente: pronti, veloci, rassicuranti.

Ogni fallimento militare russo viene coperto da frasi fatte. Ogni atrocità documentata è “propaganda”. Ogni smentita ufficiale… beh, anche quella è propaganda, ma stavolta occidentale. È un riflesso condizionato, non un pensiero critico. Una danza in cui il passo è sempre lo stesso: negare, spostare, relativizzare.

Il rifugio identitario
Il cuore del problema è identitario. Ammettere che la Russia abbia aggredito un paese sovrano significa incrinare un rifugio emotivo costruito mattoncino dopo mattoncino: l’illusione di essere dalla parte dei “buoni”, o almeno dei “furbi”, quelli che hanno capito il trucco.

Così trasformano l’aggressore in un Robin Hood geopolitico:
– deruba la democrazia per dare potere all’autocrazia;
– umilia il diritto internazionale per regalare suggestioni “anti-sistema”.

È un racconto perfetto perché consente a queste persone di sentirsi dissidenti… ripetendo parola per parola gli slogan di uno Stato che ha abolito il dissenso.

Li guardi e pensi alle contraddizioni che viviamo tutti. Ma loro non le vedono: preferiscono quel mito dell’uomo forte che “fa pulizia”, che “non guarda in faccia nessuno”, perché nel profondo è un mito che semplifica il mondo. E semplificare, oggi, è un lusso emotivo.

Il pensiero a specchio
Il risultato è un pensiero che funziona come uno specchio deformante da Luna Park: la guerra diventa “necessaria”, le vittime “strumentalizzate”, le prove “narrative occidentali”.

E quando li costringi a guardare le fonti, gli accordi violati, le immagini satellitari, succede una cosa quasi comica: cambiano argomento con la fluidità di un prestigiatore.
Dall’Ucraina passano al multipolarismo, poi alla decadenza europea, poi al complotto delle élite, poi al prezzo del gas, e se li incalzi ancora ti ritrovi a parlare di Soros, delle scie chimiche o della caduta dell’Impero Romano.

È un labirinto senza uscita, ma estremamente rassicurante: ogni vicolo cieco non è un errore, ma un portale verso un’altra convinzione. In questo modo non devono mai tornare indietro, mai mettere in discussione il centro emotivo della loro fede geopolitica.

La scorciatoia perfetta
Perché lo fanno?
Perché è faticoso affrontare la complessità. È stancante sostenere l’idea che un aggressore sia un aggressore, anche quando ti sta antipatico il tuo stesso governo, la tua stessa classe politica, la tua stessa Europa.

Il putinismo occidentale è una scorciatoia psicologica: promette certezze in un mondo precario, risposte semplici in un universo che trabocca di dubbi.
E come tutte le scorciatoie, porta sempre nello stesso posto: un vicolo cieco intellettuale, dove il pensiero si spegne e resta solo l’eco della propaganda.

Conosco bene quella sensazione: l’ho vista negli occhi di tante persone intervistate negli anni, gente che non cercava verità, ma sollievo. La propaganda, in fondo, è un analgesico: non cura nulla, ma intorpidisce tutto.

Un fenomeno trasversale (e quindi più inquietante)
E qui viene il punto più delicato: questo filoputinismo è trasversale.
Non riguarda solo il contadino con la terza media che commenta su Facebook dal bar di paese. Riguarda anche figure pubbliche, intellettuali, docenti universitari.

Sì, anche il professor Barbero — amato, competente, brillante — è finito più volte in quel cono d’ombra in cui il relativismo storico si trasforma, suo malgrado, in un alibi geopolitico.
E lo dico con rispetto, ma anche con una certa inquietudine: perché quando persone colte cedono alla tentazione di semplificare, legittimano chi di complessità non ne vuole proprio sapere.

È in questa strana compagnia, che va dal pensionato disilluso all’accademico celebrato, che si compone la nuova platea del putinismo inconsapevole. Una folla rumorosa, eterogenea, tenuta insieme non dalla conoscenza ma dalla stanchezza, dalla sfiducia, e dalla fascinazione per una narrativa che sembra finalmente dare ordine al caos.

Li osservi e capisci che il problema non è la politica estera, né l’amore per la Russia. Il problema è più profondo: la paura di un mondo che non garantisce certezze, che chiede responsabilità, che non offre scorciatoie.

Il putiniano inconsapevole non difende la Russia: difende sé stesso dal senso di smarrimento.
E finché non affronteremo quella fragilità collettiva, continueremo a vederli crescere, moltiplicarsi, riempire i commenti con verità parallele e convinzioni d’acciaio – senza accorgersi che quell’acciaio è solo carta stagnola.

E noi, ogni giorno, ci ritroviamo a leggere, a rispondere, a scrollare la testa.
Cercando — tra un post e l’altro — un modo per non perdere la fiducia nelle persone.
Perché nonostante tutto, e forse proprio per questo, vale ancora la pena raccontarle.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: li avete sicuramente incontrati, almeno una volta, nei social, se avete almeno 10 contatti. I putiniani inconsapevoli (perché quelli consapevoli sono appunto consapevoli).

parte 1: Per loro, qualunque azione russa è giustificata: non è invasione, ma “difesa”; non è bombardamento, ma “risposta”. La responsabilità sparisce, sostituita da slogan prefabbricati. Ogni errore strategico, ogni fallimento militare viene coperto da frasi fatte: “non sapete tutto”, “i media mentono”, “è colpa della Nato”. È un riflesso condizionato, non un pensiero critico.

parte 2: Il cuore del problema è identitario: l’idea di un’aggressione russa incrina il rifugio emotivo che hanno costruito. Per questo trasformano l’aggressore in un paladino anti-occidentale, un Robin Hood geopolitico che deruba la democrazia per dare potere all’autocrazia. Si convincono di essere “contro il mainstream”, ma ripetono slogan identici a quelli di un regime che ha abolito il dissenso.

parte 3: Il risultato è un pensiero a specchio: la guerra diventa “necessaria”, le vittime “strumentalizzazioni”, le prove “narrative occidentali”. Quando la realtà li smentisce, cambiano argomento: dall’Ucraina al multipolarismo, dalla decadenza europea al complotto delle élite. Un labirinto senza uscita, ma rassicurante.

parte 4: Perché lo fanno? Per sentirsi dalla parte “giusta” senza affrontare la fatica della complessità. Il putinismo occidentale è una scorciatoia che promette certezze in un mondo incerto. Ma ogni scorciatoia porta nello stesso luogo: un vicolo cieco intellettuale, dove il pensiero si spegne e resta solo l’eco della propaganda.

parte 5: questo filoputinismo è assolutamente trasversale, dal contadino con la terza media al professor Barbero e tutto quello che c'è in mezzo.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.

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