Un Film Artistico e Intelligentissimo

Sembra sempre che io nutra pregiudizi verso le produzioni artistiche italiane. In realtà è l’opposto: sono il primo a esaltarle, quando lo meritano. Ho scritto benissimo de La Città Proibita, e non avevo problemi ad ammettere che lì sì, c’era sostanza, visione, coraggio. Ma se PAP Music rappresenta un nadir difficile da superare, esiste anche quel livello intermedio—il falso-elevato, il ben confezionato, il “ti faccio credere che stai assistendo a qualcosa di intellettualmente importante”—che costituisce il vero core business dell’industria culturale italiana. È in quella zona grigia che si piazza After the Hunt di Luca Guadagnino.

L’accademismo come decorazione, non come profondità
Guadagnino costruisce il film attorno a un’ambizione intellettuale innegabile: un campus drama accademico infarcito di richiami ai Buddenbrook, citazioni di Foucault, Adorno, Arendt… tutta la cassetta degli attrezzi del pensatore da salotto. Il problema non è la cultura, ovviamente. Il problema è l’uso che se ne fa: qui i riferimenti non si integrano nel tessuto narrativo, ma diventano ornamenti, stemmi da esibire sul petto per far capire al pubblico che “questo è cinema per persone intelligenti”. Risultato: non profondità, ma un repertorio colto svuotato della sua funzione dialettica. Il film non pensa: mima il pensiero.

La trama che poteva essere dinamite, ma diventa teatro delle marionette
Al centro c’è la dinamica “lui ha detto/lei ha detto”, che avrebbe potuto scatenare riflessioni vere, anche scomode. Invece no: tutto viene sacrificato a dialoghi artificiali, recitati come se tutti i personaggi fossero impegnati a superare un esame di filosofia morale. Non c’è spontaneità, non c’è carne, non c’è rischio. È un film che parla di etica, ma rifiuta l’etica dell’onestà emotiva. E no, non è un’opera meta-, non gioca a essere teatrale per scelta: è teatrale perché non riesce a essere credibile.

L’unica che si salva: una Julia Roberts d’acciaio
Dentro questa sovrastruttura ingessata, solo Julia Roberts emerge viva. Compostezza, intensità, controllo: uno sguardo che dice più di tutte le pagine di Foucault sparate nel film. Paradossalmente, la sua sobrietà affonda ancora di più la magniloquenza del resto. Lei fa cinema. Gli altri fanno lezione.

L’intento provocatorio che non provoca niente
Guadagnino prova, questo bisogna riconoscerlo, a essere provocatorio. Ma è un tentativo prefabbricato, come una polemica montata in laboratorio. Manca quella perturbazione autentica che rende disruptive un’opera davvero tale. Qui invece c’è un esercizio di stile che si prende terribilmente sul serio, fino a inciampare nelle sue stesse ambizioni. Il cinema non deve farci sentire comodi, certo. Ma non dovrebbe nemmeno condannarci alla noia compiaciuta.

“Culturame” in formato premium
After the Hunt è la quintessenza di quel “culturame” che piace tanto a un certo pubblico: quello che vuole sentirsi colto, sensibile, profondo… purché lo sforzo lo faccia qualcun altro. Il film gli mette davanti tutti i gagliardetti, uno dopo l’altro, come un bravo alunno che vuole prendere la lode mostrando quaderni pieni di appunti. È la versione cinematografica del “guarda quanto sono intelligente”. Ma, come spesso accade, più qualcuno prova a mostrartelo, meno lo è.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: sembra sempre che io nutra pregiudizi verso le produzioni artistiche italiane, ma in realtà sono il primo a esaltarle, quando lo meritano. Proprio di recente ho scritto benissimo di "La Città Proibita". Ma se "PAP Music" rappresenta un nadir difficile da superare, esiste pure il livello intermedio finto-elevato ben confezionato che invece è il core business della produzione italiana.

parte 1: "After the Hunt" di Luca Guadagnino è un'opera che si costruisce attorno a un'ambizione intellettuale innegabile, ma che finisce per soccombere sotto il suo stesso peso. Il film, un campus drama accademico, accumula significanti culturali—dal richiamo ai "Buddenbrook" alle citazioni di Foucault, Adorno e Arendt—in una maniera che appare più ostentata che organica. Questi elementi, anziché approfondire la narrazione, rischiano di ridursi a un repertorio colto, svuotato della sua reale funzione dialettica.

parte 2: Al centro della trama, la dinamica "lui ha detto/lei ha detto", che pure avrebbe potuto offrire un potente spunto di riflessione, viene spesso sacrificata in favore di dialoghi artificiosi e di una teatralità che allontana dall'immedesimazione. I personaggi discutono di etica in termini astratti, come se recitassero in un dramma filosofico, perdendo di autenticità e mordente. E no, non è un film meta-.

parte 3: solo Julia Roberts emerge per la sua compostezza e intensità. Il suo sguardo glaciale e misurato trasmette una consapevolezza che contrasta, forse involontariamente, con la magniloquenza del resto della sceneggiatura.

parte 4: L'intento provocatorio di Guadagnino, seppur evidente, risulta alla fine prefabbricato. Manca quella genuina perturbazione che caratterizza le opere davvero disruptive, lasciando invece l'impressione di un esercizio di stile che, nel suo prendersi troppo sul serio, finisce per inciampare nelle sue stesse ambizioni. Se è vero che il cinema non deve necessariamente farci sentire a nostro agio, non dovrebbe nemmeno condannarci alla noia.

parte 5: la quintessenza del "culturame" che espone in bella vista i gagliardetti per far sentire colto e sensibile certo pubblico.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, descritte sopra nella chat, scrivi un Articolo; usa un tono brillante.

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