
Finora ho evitato di parlare della famiglia Trevaillon. Non per mancanza di opinioni — quando mai? — ma perché è una vicenda estremamente personale e, soprattutto, non è il mio campo. Non amo entrare con le scarpe infangate nelle tragedie altrui.
Però, visto che l’affaire sta diventando uno strumento nella solita propaganda filorussa — quella che a giorni alterni difende la “civiltà” opponendola ai “valori decadenti dell’Occidente” — allora no, non posso più tacere.
A questo punto, se non altro, un argine bisogna provare a metterlo. Magari piccolo, ma che tenga.
Pasolini tirato per la giacchetta (da chi non l’ha mai letto)
Ho visto citare persino Pasolini.
Pasolini!
Sostenendo che avrebbe approvato la scelta dei Trevaillon, come se bastasse una poesia del ’55 per giustificare ogni fuga nei boschi con moglie, figli e dispensa di radici essiccate.
Chi afferma una cosa del genere non ha mai letto davvero PPP, o lo ha letto come si guarda un quadro impressionista: da lontano, giusto per dire “che bello” senza capirci nulla.
La “civiltà contadina e popolare” che lui rimpiangeva non aveva niente, ma proprio niente, a che vedere con il ritorno alla wilderness di stampo anglosassone.
Sono due mondi diversi, due immaginari incompatibili.
Pasolini parla di un mondo comunitario, di relazioni strette, di culture orali, di ragazzi che crescono tra la piazza e la borgata, dentro un sistema di valori condivisi, spesso oppressivo ma pieno di legami.
Thoreau, invece, è l’elogio dell’individuo che si stacca dalla società, vive nel bosco, costruisce la propria capanna e si interroga sulla disobbedienza civile guardando un laghetto.
Che i Trevaillon si riconoscano più in Walden che nelle Ceneri di Gramsci è evidente. E va benissimo, ci mancherebbe: nessuno gli vieta di idealizzare un’esistenza selvaggia.
Il punto, però, è che qui non si parla solo di adulti consapevoli che scelgono per sé.
Il nodo centrale: scegliere per sé è un conto, scegliere per altri è un altro
E qui arriviamo alla parte che molti evitano come la peste, perché costringe a uscire dalla retorica e guardare la realtà.
I genitori Trevaillon non stavano prendendo una decisione per se stessi.
Stavano decidendo anche per i figli.
E questo apre un altro tipo di discorso, molto più scomodo.
Perché la libertà di un adulto finisce dove comincia la tutela di un minore. È banale dirlo, ma a quanto pare tocca ripeterlo: si può essere radicali, eccentrici, visionari — purché non si trascinino nella visione persone che non hanno ancora gli strumenti per capire, valutare, scegliere.
La libertà del singolo vs. i diritti dei minori
Il modello di fuga nella natura funziona solo in un caso:
quando riguarda un adulto che sa a cosa rinuncia.
Un adulto può scegliere di vivere fuori sistema, lontano dalle città, dai mercati, dalla sanità contemporanea. Può farlo con gioia, convinzione, persino orgoglio.
Nessuno glielo impedisce.
Ma quando parliamo di bambini, la questione cambia radicalmente.
I minori hanno diritto:
- a frequentare coetanei;
- ad avere un’istruzione minima degna di questo nome;
- a crescere in un ambiente che non sia basato su privazioni estreme;
- a poter diventare, un domani, ciò che vorranno, non ciò che i genitori hanno deciso per loro.
Questo non è Occidente decadente: è civiltà.
È protezione.
È comunità.
E sì, è anche legge.
La domanda che conta: che cosa tutela davvero i bambini?
Alla fine, il dibattito è meno filosofico di quanto sembri.
La domanda è semplice:
qual è la scelta che tutela meglio i bambini?
Perché qui non si parla di romanticherie da tramonto sul lago.
Si parla di salute, di relazioni sociali, di accesso a cure mediche, di crescita emotiva, di possibilità future.
E su tutto questo, lasciatevelo dire, ci sono meno dubbi di quanti certi commentatori vogliano far credere.
La risposta non è “in mezzo ai boschi”, non è “senza medicine”, non è “ritrovando la purezza originaria”.
Quella è la narrazione estetica che piace ai trentenni con il cappotto di lana grezza e la copia di Walden sul comodino, non la realtà.
Avete visto The VVitch?
Ecco, non serve arrivare fino a lì — ma il film rende bene l’idea.
La natura è bellissima, ma non è buona.
La solitudine è formativa, ma non per chi non ha ancora gli strumenti per capirla.
La libertà è sacrosanta, ma non se costruita sul corpo fragile di un minore.
Non si tratta di processare i Trevaillon come mostri né di beatificarli come martiri.
Si tratta di riconoscere che le scelte in questione non sono “contro la civiltà occidentale” o “a favore della purezza primordiale”.
Sono solo scelte sbagliate per chi non poteva farle da sé.
E questo, a differenza delle letture creative di Pasolini, è difficilissimo da trasformare in propaganda.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Finora ho evitato di parlare della famiglia Trevaillon, una vocenda estramente personale, e perché non è il mio campo. Ma siccome il caso sta diventando un strumento nella propaganda filorussa—descritto come una ribellione “contro la civiltà” e i “valori decadenti dell’Occidente”—provo a mettere un piccolo argine.
parte 1: c'è chi cita persino Pasolini, sostenendo che avrebbe approvato. Ebbene, per affermarlo, bisogna non averlo davvero letto. La civiltà contadina e popolare che lui rimpiangeva non c’entra nulla con il “ritorno alla wilderness” di stampo anglosassone. Sono due mondi distinti. Faccio un minimo di chiarezza spiegando le differenze fra Pier Paolo Pasolini e Henry David Thoreau e perché i Trevaillon rientrino nell'orbita del secondo.
parte 2: Ma al di là delle forzature culturali, c’è un punto che non può essere ignorato: i genitori non stavano scegliendo solo per sé, ma anche per i figli.
parte 3: Il modello di fuga nella natura, quando riguarda un adulto consapevole, è una scelta radicale ma individuale. Quando coinvolge dei bambini, la questione cambia completamente. I minori hanno diritto a relazioni sociali, a un’istruzione, a un percorso che permetta loro, un domani, di essere liberi di scegliere chi diventare.
parte 4: La domanda è concreta: qual è la scelta che tutela meglio i bambini? E su questo, credo che ci siano meno dubbi di quanto alcuni vogliano far credere. Di sicuro non in mezzo ai boschi e senza medicine. Avete visto the VVitch?
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
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È un caso che mi affascina.
Tralasciando il fatto che
|- gli hippy abbracciaalberi hanno sempre torto indiscriminatamente
la questione è forse più sottile di quello che sembra.
È chiaro a quali condizioni la collettività può predominare sui genitori per decidere “ciò che è bene per i piccoli”: la risposta è “quando vi è evidenza che è bene, e il suo contrario è male”.
E fin qua, ce la la caviamo facile, senza entrare in tunnel epistemologici fuori luogo.
Ora, mi pare una preoccupazione legittima chiedersi se però, nella pratica, nei decisori subentri un bias del tipo “è PIÙ male quando è diverso / non normale” — beninteso senza suggerire che stia accadendo nella vicenda in oggetto.
Senza fare la reductio ad hitlerum in stile Travaglio e dire “aaah, ma nella germania nazista se dicevi ai figli di sputare alle SS te li toglievano, quindi la collettività non ha sempre ragione”, si può cavarsela con una reductio ad zuckerbergum.
Ovvero: l’altro giorno ho visto un bambino di tre anni in braccio alla mamma il quale scrollava Instagram a randa, et però nessuno pensa a togliere la patria potestà a quei genitori e a mandarli nella Legione Straniera come meriterebbero.
Perché l’evidenza che sia una roba nocivissima c’è (e ce ne sarebbe anche di più a trovare un buon gruppo di controllo, che ormai bisogna cercare proprio nei boschi), e quei genitori li manderei a portare la fusciacca azzurra anche prima degli stronzi abbraccialberi (e io odio tutti gli stronzi abbracciaalberi).
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