Appunti di Funambolismo Intellettuale

C’è una certa categoria di intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, sembra non riconoscersi mai nella sinistra reale. Un gruppo umano singolare, quasi antropologico, che vive in un eterno stato di opposizione morale. Hanno criticato il craxismo perché troppo liberale, il berlusconismo perché troppo populista, il renzismo perché troppo centrista, e il melonismo perché… beh, perché Meloni, e qui non c’è neanche bisogno di spiegazioni. Si dichiarano custodi degli oppressi, sentinelle contro le derive autoritarie, difensori della democrazia in pericolo permanente. Insomma, un fronte del “sempre contro”, come se la storia italiana fosse stata un lungo attentato personale ai loro ideali.

Il fatto curioso, però, è che questi stessi pensatori hanno passato decenni a predicare modelli alternativi di società: criticare la globalizzazione, denunciare l’alleanza tra mercato e politica, ammonire sulle fragilità costituzionali, invocare l’austerità etica e lo spirito repubblicano. Eppure, quando è arrivato il momento di scegliere da che parte stare, più di uno ha ceduto al richiamo del potere. Non dico che si siano inginocchiati: no, loro no, mai! Si sono semplicemente “avvicinati”. Sono entrati nei salotti buoni, nelle commissioni, nei convegni dove quelli che volevano “riformare profondamente” la Costituzione avevano già apparecchiato. Hanno accettato inviti, stretto mani, rilasciato interviste compiacenti. Insomma: la solita storia italiana, dove la critica è feroce finché non arriva una poltrona imbottita.

E allora la domanda diventa inevitabile: che cos’è oggi un intellettuale? Che ruolo ha davvero? Eric Hobsbawm sosteneva che la figura dell’intellettuale come volto credibile dell’opposizione appartenga ormai al passato. Forse aveva ragione. Oggi vediamo più acrobati del pensiero che pensatori veri: gente che salta da un talk show all’altro con l’energia di un giocoliere e la profondità di un guizzo da social network. Altro che opposizione morale: qui l’unico valore stabile è la visibilità.

Eppure, qualcuno – forse l’ultimo romantico – potrebbe ricordare le parole di Luciano Bianciardi: l’intellettuale dev’essere “schiavo di tutti e servo di nessuno”. Cioè: disponibile a spiegare, a criticare, a sporcare le mani con la realtà, ma senza diventare il megafono di questa o quella fazione. Senza trattare la politica come un circo nel quale esibirsi per 30 secondi di applausi. Autonomia, indipendenza, responsabilità: concetti che sembrano usciti da un’antologia del dopoguerra, e che oggi farebbero sorridere anche il più distratto tra i professori da podcast.

Alla fine, non è una questione di nomi – anche se i nomi fanno rumore, eccome. È una questione di sostanza: esiste ancora una voce critica autentica, capace di guardare il potere negli occhi senza sperare in un invito alla Biennale? Oppure siamo finiti nel regno dell’eterogenesi dei fini, dove chi nasce per contestare finisce per accarezzare proprio ciò che voleva cambiare?

E se fra queste righe avete colto riferimenti a Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Alessandro Barbero, Carlo Rovelli e compagnia bella… beh, mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Anche perché, in Italia, c’è una sola cosa più pericolosa di criticare un intellettuale: essere presi sul serio da uno di loro.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: C’è una certa categoria di intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, sembra riconoscersi raramente nelle sue espressioni politiche concrete. Una linea di pensiero che ha criticato di volta in volta craxismo, berlusconismo, renzismo, fino all’attuale melonismo (ovviamente, ci mancherebbe), sostenendo di battersi sempre per gli oppressi e contro le derive autoritarie del potere.

parte 1: Nel tempo, questi stessi pensatori hanno predicato modelli alternativi di società, messo in guardia contro le contraddizioni tra democrazia e mercato, e difeso con rigore i principi costituzionali. Tuttavia, impossibile non notare che abbiano ceduto a compromessi, avvicinandosi a chi quelle stesse istituzioni voleva riformare in modo profondo.

parte 2: Una dinamica che solleva una domanda più ampia: qual è oggi il ruolo dell’intellettuale? Secondo Eric Hobsbawm, la figura dell’intellettuale come volto credibile dell’opposizione sembra appartenere al passato. Forse, come suggeriva Luciano Bianciardi, il vero intellettuale dovrebbe essere “schiavo di tutti e servo di nessuno” – libero da ogni schieramento, autonomo nel giudizio, lontano da ogni ruolo di acrobata nel circo della politica.

parte 3: Non è una questione di nomi, ma di sostanza: serve ancora una voce critica e indipendente, o prevale l’eterogenesi dei fini?

parte 4: Se fra queste righe avete colto riferimenti a Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Alessandro Barbero, Carlo Rovelli e compagnia... beh, mi avvalgo della facoltà di non rispondere!

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

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