
Negli ultimi giorni ho letto diversi articoli che, con ponderoso paraaccademismo, incensano Lux, il nuovo album della popstar spagnola Rosalìa. Perdiana, ho pensato, mi starò forse perdendo qualcosa di inaudito? C’è solo un modo per saperlo: ascoltarlo. E così ho infilato le cuffie, pronto a scoprire il prodigio del 2025.
LUX è stato accolto come uno dei capolavori dell’anno. Ma al di là dell’hype mediatico, l’opera rappresenta un caso emblematico di contraffazione. Non parlo di furto musicale, no: è la contraffazione della serietà, del prestigio accademico e, soprattutto, della pazienza dell’ascoltatore. Un finto capolavoro confezionato con cura certosina, ma vuoto come una cattedrale dopo la messa.
Rosalía ha presentato LUX come un lavoro ambizioso: un polittico in quattro movimenti della durata di un’ora, ispirato a letture agiografiche e con testi in quattordici lingue. Apparentemente, un’operazione da premio Pulitzer della musica pop. In realtà, la struttura appare puramente formale: i movimenti non mostrano unità tematica alcuna, mentre l’uso delle lingue – ammesso dalla stessa artista – è frutto di bozze tradotte con Google Translate e poi revisionate. La facciata erudita c’è, ma il contenuto rimane un collage scolorito.
La campagna promozionale insiste su elementi volutamente colti: foto in chiesa con abiti Gucci, manoscritti di parti di violino, apparizioni mentre legge spartiti di Puccini. Sul piano musicale, l’album si avvale di collaborazioni prestigiose – dalla London Symphony Orchestra (pagatela abbastanza e suonerà pure al vostro compleanno) a Björk – e mescola flamenco pop con orchestrazioni che spesso risultano stereotipate e banali. Il risultato? Un prodotto che non ha né il mordente della buona musica pop né la ricchezza formale di un lavoro accademico. Una parodia di cultura che lascia l’ascoltatore più confuso che impressionato.
Il successo dell’album si spiega con il perfetto inserimento nei meccanismi dei social media, dove l’estetica classica – come già dimostrato dal trend della dark academia – funziona come potente codice visivo. Molta della critica ha accolto favorevolmente questa operazione, definendo LUX “trascendente”, senza approfondire la reale sostanza musicale – non essendone capace, del resto. È l’ennesima prova che oggi l’apparenza conta più della sostanza: il filtro Instagram è diventato più autorevole del pentagramma.
Più in generale, LUX si inserisce nella lunga schiera di pretenziosi orrori in cui la musica pop crede di elevarsi prendendo in prestito i più banali codici estetici della musica colta. Una sciagura già vista negli anni ’70 con i gruppi hard rock e progressive impegnati in concerti “for group and orchestra”, ovvero obbrobri figli di complessi d’inferiorità mai superati. Se vogliamo fare il nome di un musicista in grado di dire la sua con autorevolezza sia nella musica pop che in quella accademica, bisogna alzare il tiro fino a George Gershwin. Capirete bene che per gli altri non c’è storia.
Qualcuno là in fondo alza la mano: “Va bene, ma sempre meglio di Annalisa, almeno Rosalìa…”. No, per nulla. Annalisa è molto, ma molto meglio. Esattamente ciò che promette: pop tamarro e ballabile. Non vi spaccia soldi falsi cercando di farvi sentire intelligenti. E a differenza di Rosalìa, raggiunge esattamente il suo scopo.
E ricordate sempre le parole di uno bravo: “Roll over Beethoven, and tell Tchaikovski the news”!
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: negli ultimi giorni ho letto diversi articoli che, con ponderoso paraaccademismo, incensano "Lux", il nuovo album della popstar spagnola Rosalìa. Perdiana, ho pensato, mi starò forse perdendo qualcosa di inaudito? C'è solo un modo per sapere: ascoltarlo. E...
parte 1: LUX, è stato accolto come uno dei capolavori del 2025. Ma al di là dell'hype mediatico, l'opera rappresenta un caso emblematico di contraffazione.
parte 2: Rosalía ha presentato LUX come un lavoro ambizioso: un polittico in quattro movimenti della durata di un'ora, ispirato a letture agiografiche e con testi in quattordici lingue. In realtà, questa struttura appare puramente formale: i movimenti non mostrano un'unitarietà tematica, mentre l'uso delle lingue - ammesso dalla stessa artista - è frutto di bozze tradotte con Google Translate e poi revisionate.
parte 3: La campagna promozionale ha insistito su elementi volutamente colti: foto in chiesa con abiti Gucci, manoscritti di parti di violino, apparizioni mentre legge spartiti di Puccini. Sul piano musicale, l'album si avvale di collaborazioni prestigiose (dalla London Symphony Orchestra - pagatela abbastanza e suonerà pure al vostro compleanno - a Björk) e mescola flamenco pop con orchestrazioni che spesso risultano stereotipate e banali. Il risultato è un prodotto che non ha né il mordente della buona musica pop né la ricchezza formale di un lavoro accademico.
parte 4: Il successo dell'album si spiega con il perfetto inserimento nei meccanismi dei social media, dove l'estetica classica - come già dimostrato dal trend della "dark academia" - funziona come potente codice visivo. La critica ha spesso accolto favorevolmente questa operazione, definendo LUX "trascendente", senza approfondire la reale sostanza musicale - non essendone capace, del resto.
parte 5: più in generale, LUX si inserisce nella lunga schiera di pretenziosi orrori in cui la musica "pop" crede di elevarsi prendendo in prestito i più banali codici estetici della musica "colta". Una sciagura che ha trovato ampia eco nei gruppi hard rock e progressive degli anni '70 coi loro imbarazzanti concerti "for group and orchestra". Obbrobri figli di complessi d'inferiorità mai superati. Se vogliamo fare il nome di un musicista in grado di dire la sua con autorevolezza sia nella musica pop che in quella accademica, bisogna alzare il tiro fino a George Gershwin. Capirete bene che per gli altri non c'è storia.
parte 6: qualcuno là in fondo alza la mano: "va bene, ma sempre meglio di Annalisa, almeno Rosalìa..." No, per nulla. Annalisa è molto, ma molto meglio. E' esattamente ciò che promette: pop tamarro e ballabile. Non vi spaccia soldi falsi cercando di farvi sentire intelligenti. E a differenza di Rosalìa, raggiunge esattamente il suo scopo.
parte 7: ricordate sempre le parole di uno bravo: "Roll over Beethoven, and tell Tchaikovski the news"!
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.
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Gershwin? Eddai, basta un The Black Saint and the Sinner Lady (1963), pensato come balletto di sei movimenti.
O i dischi di Garbarek col coro polifAHAHAHAH
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“The Black Saint And The Sinner Lady” è un capolavoro, ma non rientra nella fenomenologia velleitaria (giustamente). Al limite è un altro discorso: musica che non viene presa sul serio fino in fondo perché jazz e quindi guardata con paternalismo.
Garbarek: facciamo finta che quella roba non esista.
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Comunque, una riflessione off topic sul concetto di “musica difficile e colta”: da piccolo ho studiato pianoforte.
Mi sono fermato prima del compimento inferiore perché sono stronzo, però insomma, siamo al quinto anno, si inizia a parlare delle Suite Inglesi e Francesi di Bach, appena appena qualcosa dal Clavicembalo ben Temperato.
Musica senza dubbio bellissima, sicuramente difficile e prestigiosa, che impressiona alle cene eleganti.
Però in cinque anni ci si arriva.
Da adulto mi sono approcciato allo studio del basso elettrico e ho trovato INFINITAMENTE più difficile fare uno shuffle di una singola nota (tipo La Grange, per capirci), bene incollato alla batteria.
Nel tempo che si impiega per arrivare almeno alle invenzioni a due voci ti aspetteresti di riuscire a fare uno shuffle di UNA NOTA suonato bene.
E invece no, se sei uno sputo troppo in anticipo, uno sputo in ritardo, se non sei rilassato, se non sei completamente in controllo di quello che stai facendo il pezzo non va, non suona, tutta la band è una merda.
È come se qualcuno avesse risucchiato via tutta la musica con un aspirapolvere e fossero rimaste solo le note, prive di significato.
Sarà che il cervello da adulto è meno plastico, ma senza nemmeno scomodare uno che ti fa alzare il culo anche se non vuoi come Verdine White (neanche Marcus Miller) c’è un’arte incredibile nel tenere un groove semplice semplice, e soprattutto nel tenerlo insieme agli altri musicisti.
Eppure se suoni Bach approssimativamente fai bella figura, se fai DU-DÙ, DU-DÙ, DU-DÙ non ti si piscia nessuno.
“Perché dai, il blues è musica bella, che parla dei negri, ma è facile, è roba essenziale, semplice… è facile, cioè, lo può suonare chiunque, la differenza la fa il sentimento… se hai sofferto veramente allora puoi suonare il blues… però non è musica difficile, non è mica Vivaldi…”
Sbagliato.
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Non so suonare, se non tramite Suno, ma non posso che essere d’accordo.
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