Troppo individualisti? Troppo gregari!

Abbasso l’individualismo!
Quante volte lo avete letto? Anzi: quante volte ve l’hanno sbattuto in faccia, come un manifesto etico obbligatorio che dovete sottoscrivere per poter ancora circolare nei salotti—digitali e non—senza essere guardati come sociopatici con velleità di autoaffermazione? Filosofi, editorialisti e intellettuali assortiti si sentono in dovere di denunciare “la società dell’io”, “l’iper-soggetto contemporaneo”, “l’uomo solo davanti allo specchio”. Tutto molto nobile, tutto molto déjà vu.
E il mio pensiero, ogni volta, rimane uno soltanto: ma che palle.

Il grande ritorno del collettivo (non richiesto)

Questa ossessione per un “io” diventato troppo grande, troppo rumoroso, troppo invadente è una narrazione che sembra rimasta impigliata in un editoriale del 2007, fra un iPod nano e una crisi subprime. Nel frattempo, fuori da quelle stanze tappezzate di libri che nessuno legge, sta succedendo l’esatto contrario: stiamo vivendo un gigantesco, rumorosissimo ritorno del collettivo.

Il mondo non è più un insieme di individui che si guardano allo specchio: è una folla di cori che urlano all’unisono, ognuno convinto di essere la voce della verità. Le piazze fisiche sono vuote, ma quelle digitali brulicano di appartenenze, disciplinate come un esercito ma incapaci di ammettere anche solo una sfumatura di grigio. È la rivincita del gregge sul singolo. E, se posso dirlo da ex ragazza di Ravenna cresciuta tra mosaici bizantini e identità stratificate: questo ritorno del branco è davvero poco elegante.

I club ideologici come palestre di scomunica

Il dibattito pubblico—quello vero, non l’eco-chamber organico che alcuni scambiano per “dialogo pluralista”—si è irrigidito al punto da sembrare un torneo di wrestling ideologico, ma senza la parte divertente. Ogni gruppo politico-culturale funziona come un micro-feudo con codici interni, dogmi, penitenze e un sistema di espulsione più rapido di un ban su TikTok.

Che tu sia a destra, a sinistra o in quella terra di mezzo popolata da spiriti inquieti che leggono tre giornali al giorno e litigano con la barista sul prezzo della brioche, non puoi più permetterti di dissentire anche solo su un dettaglio. Appena dici “su questo non sono completamente d’accordo”, ti guardano come se avessi bestemmiato a Porta a Porta.
Perché mai dovrei sentire il bisogno di dialogare con le varie sezioni locali del Club Torquemada? No davvero, passo. Preferisco un brunch con chi ammette almeno di non sapere tutto.

L’individuo che scompare davvero

Lo so: vi hanno detto che il problema è “l’io che si è fatto troppo grande”. Ma basta guardarsi un attimo intorno per notare che l’unico “io” che sopravvive è quello addomesticato, conforme, pronto a firmare moduli di consenso ideologico come fossero newsletter al Black Friday.

L’individuo che sta scomparendo non è l’egoista da manuale, l’edonista con la sindrome da protagonista. No: quello ha un futuro radioso su Instagram.
A estinguersi è il soggetto autonomo, pensante, deviante nel senso più nobile del termine: quello che osa dissentire, che rischia la solitudine intellettuale, che mette in discussione ciò che “non sta bene mettere in discussione”.

È schiacciato da Stati sempre più assertivi, da aziende globali che sanno più di noi dei nostri terapeuti, e—dolore più grande—da clan culturali che hanno la stessa elasticità mentale di una statua romana dopo mille anni di intemperie.

Il problema non è l’io: è il noi soffocante

E allora no, il problema non è un eccesso di individuo. Il problema è un eccesso di noi. Un noi nazionale, un noi identitario, un noi ideologico, un noi da community manager col pallino del controllo. Un noi che può parlare solo con la sua stessa eco, pena la scomunica.

Ironico, vero? L’individualismo deteriore è stato combattuto così bene da produrre… la sua versione collettiva. L’egoismo di gruppo. Il narcisismo tribale.
Una grande, caotica, soffocante massa con lo stesso fragile ego che di solito attribuiamo al “self-made man” di provincia che si compra il SUV per sentirsi vivo.

Conclusione pratica (perché ogni tanto serve)

E quindi, miei cari boomer intellettualoidi e miei adorati universitari nevrotici: trovate tempo per voi. Non per “voi come parte di una comunità”, non per “voi come vettori di un discorso collettivo”.
Intendo proprio voi, quel pronome singolare, quasi sospetto, che oggi va maneggiato come se fosse un collezionismo di cimeli proibiti.

Tenetevelo stretto.

E sì, lo so: anche Joyce Carol Oates sta su X a rispondere al cretino di Elon Musk. Ma lei è Joyce Carol Oates.
Voi no.
E, francamente, va benissimo così.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: abbasso l'individualismo! Quante volte lo avete letto? Filosofi, scrittori e intellettuali sentono il dovere di denunciare “la società dell’io” e “la solitudine del soggetto contemporaneo”. È diventato un obbligo di repertorio, la cui trasgressione rischia l’accusa di insensibilità etica. Il mio pensiero: ma che palle.

parte 1: questa ossessione per un “io” divenuto troppo grande appare profondamente fuori sincrono con la realtà che ci circonda. Mentre i salotti culturali insistono sul tema di una libertà personale sfuggita di mano, ciò che accade sotto i nostri occhi è esattamente il contrario: stiamo vivendo un imponente ritorno del collettivo.

parte 2: anche il dibattito interno alle culture e alle ideologie si è irrigidito. I gruppi—che si collochino a destra, a sinistra o a metà—funzionano sempre più spesso secondo logiche tribali. Al loro interno, l’ortodossia viene difesa con un contratto di fedeltà che non ammette deviazioni. L’impossibilità per un membro di mettere in discussione anche solo una parte del proprio impianto teorico, senza essere “scomunicato”, rivela che l’appartenenza è oggi un vincolo ideologico, più che un legame intellettuale aperto alla critica. Perché dovrei sentire il bisogno di un dialogo con tutte le sedi del Club Torquemada?

parte 3: L’individuo che viene veramente meno non è l’“io egoista” di cui tutti parlano, ma il soggetto autonomo, pensante e libero di dissentire, capace di prendere posizioni controcorrente e di rischiare la solitudine intellettuale. Questo individuo è oggi schiacciato da Stati assertivi, da imprese globali invasive e da clan culturali che non tollerano il pensiero divergente.

parte 4: Il problema non è l’eccesso di individuo, ma la sua scomparsa. Non è l’“io” che si è fatto troppo grande, ma il “noi” che sta diventando soffocante. Un “noi” nazionale, ideologico e identitario che, ironicamente, ripropone le stesse dinamiche chiuse ed egoiste dell’individualismo deteriore, ma proiettate su scala collettiva.

parte 5: trovate tempo per voi e tenetevelo stretto, che è meglio. E non ditemi che pure Joyce Carol Oates sta su X a rintuzzare quel cretino di Elon Musk. Lei è Joyce Carol Oates. Voi no.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.

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