
Qualche anno fa, il movimento Occupy Wall Street ha reso celebre uno slogan destinato a vivere ben più a lungo delle tende piantate a Zuccotti Park: “L’1% possiede il 50% della ricchezza.” È breve, incisivo, perfetto per un cartello scritto in fretta prima di scendere in piazza. E infatti ha funzionato benissimo: poche parole che trasformano un fenomeno complesso in un’immagine immediata, quasi cinematografica.
Ma, come accade spesso a ciò che è troppo bello per essere vero, quello slogan semplifica fino a travisare.
La ricchezza non è una torta (e nessuno è incaricato di tagliarla)
L’idea che l’economia sia una torta grande e immobile, da cui alcuni prendono fette più grosse lasciando ai restanti solo le briciole, è intuitiva. Molto comoda. E del tutto sbagliata.
L’economia moderna è fatta soprattutto di flussi, non di torte. Valori che si creano, scompaiono, si rigenerano; investimenti che generano nuovi posti di lavoro; tecnologie che aprono mercati prima inesistenti; innovazioni che trasformano interi settori.
In questo contesto, un imprenditore che guadagna molto non sta materialmente sottraendo soldi a qualcun altro: sta partecipando — bene, male o benissimo, dipende dai casi — a un processo di creazione di valore.
Certo, dire questo non è altrettanto sexy quanto puntare il dito contro il “cattivo che arraffa tutto”. Funziona poco sui cartelli, e ancora meno su Instagram. Ma è la realtà in cui viviamo. Ed è anche l’unica da cui si può partire per ragionare seriamente.
Disuguaglianza: un problema vero, ma non nel modo in cui lo raccontiamo
Ora, non fraintendetemi: non sto dicendo che la disuguaglianza sia un’invenzione o un dettaglio irrilevante. Al contrario.
Persino chi, come me, ha una formazione liberale — e quindi, secondo alcuni, dovrebbe appartenere al “blocco dei cattivi”, magari con mantello nero e risata sinistra — sa benissimo che la distribuzione del reddito è un tema cruciale.
Il punto è un altro: riconoscere l’esistenza della disuguaglianza non significa accettare narrazioni manichee in cui la complessità economica viene ridotta a una lotta epica fra il Bene e il Male.
Se fosse davvero così, basterebbe “prendere dai cattivi e dare ai buoni” per risolvere tutti i problemi.
Peccato che nel mondo reale non funzioni esattamente in questo modo: tassazione, incentivi, innovazione, mobilità sociale, educazione, salari… ogni elemento influenza un altro, come in un enorme sistema nervoso.
Le scorciatoie concettuali danno l’illusione di aver capito tutto. Ma di solito arrivano a conclusioni molto, molto sbagliate.
Il grande romanzo dell’1%
La retorica dell’1% funziona perché crea un nemico chiaro: un’élite compatta, malvagia, ricchissima e onnipotente.
Una specie di cartone animato ideologico. Fa indignare, mobilita, dà un senso di identità a chi protesta.
Ed è, semplicemente, populismo.
Non perché chi protesta abbia torto a sentirsi frustrato — anzi, spesso il malcontento nasce da problemi reali — ma perché si parte da una verità parziale per costruire una narrazione semplicistica, in cui ogni persona di successo viene automaticamente percepita come parte di una cospirazione globale.
Nella mia carriera ne ho viste abbastanza da sapere che non esiste questo fantomatico club segreto dell’1% che si riunisce per decidere quante fette togliere alla “torta collettiva”.
Esistono invece dinamiche economiche complesse, errori politici, trasformazioni tecnologiche, fragilità sociali.
Che, guarda caso, sono molto meno seducenti da urlare in piazza.
Se critichiamo la disuguaglianza, facciamolo da adulti
Se vogliamo discutere di disuguaglianza — e dobbiamo farlo, perché il tema merita serietà e visione — servono strumenti adeguati.
Politiche fiscali motivate, non vendette.
Regole che favoriscano la concorrenza e non i monopoli, anche quando sono “simpatici”.
Investimenti nell’istruzione che aumentino la mobilità sociale reale, non mille borse intitolate a qualche fondazione patinata.
Mercati del lavoro che premiano competenze, non precarietà infinita.
Innovazione gestita in modo inclusivo, invece di demonizzarla o idolatrarla.
Serve lucidità. E la lucidità non va d’accordo con gli slogan urlati.
Capire la disuguaglianza non significa cercare un colpevole da appendere in piazza: significa costruire un sistema che funzioni meglio per tutti, senza infantilizzarci con storie di mostri e vittime.
È meno immediato, certo. Molto meno teatrale. Ma infinitamente più utile.
E forse — permettetemi una punta di ironia — proprio questo spiega perché gli slogan popolari vincono quasi sempre su ciò che è vero.
La buona economia non urla: ragiona.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Qualche anno fa, il movimento "Occupy Wall Street" ha reso famoso lo slogan: "L'1% possiede il 50% della ricchezza". È uno slogan potentissimo, che crea immediatezza e mobilita le piazze.
parte 1: Parlare di "ricchezza" come se fosse una torta fissa, che pochi sottraggono ai molti, è una semplificazione che non regge. L'economia moderna è fatta soprattutto di flussi: valore che si crea, si trasforma e a volte si concentra attraverso aziende, innovazione e investimenti. Un imprenditore che guadagna molto, in questo sistema, non sta materialmente "togliendo" soldi a qualcun altro.
parte 2: Questo non significa che la disuguaglianza non esista o che la redistribuzione non sia un problema. Persino chi, come me, ha una formazione liberale (e quindi dovrebbe far parte del nemico, giusto?), sa che è una questione aperta e cruciale. Ma riconoscere le disuguaglianze non significa accettare una narrazione che trasforma la complessità economica in una semplice lotta del "bene contro il male".
parte 3: La retorica che individua un "1%" malvagio e onnipotente è, semplicemente, populismo. E il populismo non porta mai a niente di buono.
parte 4: Se vogliamo criticare seriamente le disuguaglianze, dobbiamo farlo con strumenti seri. articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.
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