
Spesso sentiamo insulti rivolti all’attuale leadership europea, accusata di incapacità, debolezza o inadeguatezza. Io stesso, lo ammetto con serenità, non sono mai stato tenero con chi guida Bruxelles o le capitali del continente. Ma oggi voglio fare un passo indietro, o forse di lato: invece di puntare il dito, proviamo a guardare il terreno culturale su cui crescono questi leader. Perché le persone non spuntano nel vuoto, come funghi. E i nostri governanti, nel bene e nel male, sono il raccolto di un intero clima storico — non solo il frutto delle loro scelte.
La generazione del “la storia è finita”
I leader politici oggi al comando in Europa si sono formati negli anni ’90, un decennio che definire “ingenuo” sarebbe ancora un complimento. Era l’epoca in cui ci avevano raccontato che le grandi guerre erano finite, che la globalizzazione avrebbe portato pace eterna, che i conflitti sarebbero stati sostituiti da scambi commerciali e city break low-cost. Sembrava davvero che l’unica dimensione immaginabile fosse quella economica, e che la geopolitica fosse un capitolo ingombrante da rimuovere dai libri di storia.
Con una simile mentalità, è ovvio che chi è cresciuto politicamente in quegli anni abbia imparato più a parlare di parametri di Maastricht che a capire come funziona uno scontro di potenza. Hanno interiorizzato un mondo senza minacce — e oggi scoprono che minacce ce ne sono eccome, e che anzi si moltiplicano come funghi radioattivi.
Un continente costruito con fondamenta fragili
Il problema, diciamolo con chiarezza, non sono tanto i leader attuali, quanto la struttura che si sono trovati in eredità. La generazione precedente — quella che aveva davvero nelle mani il destino d’Europa tra gli anni ’90 e i primi 2000 — ha impostato un progetto debole nei punti chiave.
- Dipendenza energetica dalla Russia, costruita con zelo quasi missionario durante il lungo ciclo politico di Angela Merkel. Un errore storico che abbiamo scambiato per pragmatismo.
- Dipendenza militare dagli Stati Uniti, mai superata nemmeno con decenni di discorsi sull’autonomia strategica. Il risultato? Senza Washington, l’Europa è disarmata e timorosa come un condominio senza amministratore.
- Un’Unione Europea intesa come potenza civile, elegante e normativa, ma priva di un minimo istinto di sopravvivenza geopolitica. Un gigante della regolazione che, davanti alla forza militare, si ritrova con la potenza di un francobollo.
Insomma, abbiamo costruito una casa splendida, con infissi perfetti e cappotto termico, ma senza porte blindate né estintori. Ora che arrivano gli incendi, ci stupiamo di bruciare.
Leader con strumenti spuntati
E dunque eccoli qui, i nostri tanto criticati leader. Si trovano a gestire un continente che ha scelto di non essere una potenza, con strumenti limitati e spesso puramente simbolici. Non hanno:
- un esercito europeo vero,
- una deterrenza autonoma,
- leve energetiche proprie.
Hanno mezzi economici, qualche leva diplomatica e una narrativa morale che regge finché gli altri non sparano.
Non è che siano incapaci — è che il sistema di cui dispongono è un triciclo laccato presentato come un’auto da corsa. E anzi, a dirla tutta, con ciò che hanno tra le mani si muovono persino in modo dignitoso. Nessuno potrebbe fare miracoli in queste condizioni, nemmeno il più geniale degli statisti. Il problema non è chi guida il veicolo: è che il veicolo non è mai stato costruito per correre.
Il conto degli anni Novanta
La verità è semplice e dolorosa: oggi stiamo pagando l’illusione degli anni ’90. Abbiamo creduto davvero alla favola della “fine della storia”. Credevamo che bastasse commerciare con qualcuno per non combatterci più; che il mondo si sarebbe uniformato a un modello occidentale pulito, gentile, razionale; che il soft power potesse sostituire qualsiasi altra forma di forza.
La generazione attuale non è un gruppo di incapaci, ma una classe politica che si trova a governare un continente che ha, per scelta, rinunciato alla dimensione della potenza. E oggi scopriamo — tardi e con sorpresa puerile — che nel mondo reale sono potenti solo quelli che si preparano anche quando sembra inutile.
L’Europa non si è preparata. Ora deve correre. E deve farlo con un motore pensato per girare in pista soltanto la domenica mattina, a velocità moderata.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Spesso sentiamo insulti rivolti all’attuale leadership europea, accusata di incapacità o inadeguatezza. Io stesso non sono mai stato molto tenero nei suoi confronti. Oggi però voglio fare un passo indietro: in quale cultura cresce questa leadership?
parte 1: I leader politici oggi al comando in Europa si sono formati negli anni ’90, in un’epoca in cui si credeva che le grandi guerre fossero finite e l’unica dimensione immaginabile fosse la globalizzazione economica. In quel periodo, la geopolitica sembrava un ricordo e la sicurezza collettiva era data per scontata.
parte 2: Il problema è che la generazione precedente ha costruito un’Europa dalla struttura oggi fragile: Dipendenza energetica dalla Russia, consolidata soprattutto durante il lungo ciclo di Angela Merkel. Dipendenza militare dagli Stati Uniti, mai superata nonostante decenni di discussioni sull’autonomia strategica. Un’Unione Europea concepita come potenza civile, non come attore geopolitico preparato alla competizione.
parte 3: I leader attuali si trovano a gestire un continente con strumenti limitati: niente forza militare autonoma, niente ricatti energetici, ma solo mezzi economici e diplomatici. Non è una scelta di incapacità, ma il riflesso del sistema che hanno ricevuto. Se guardiamo la situazione con onestà, con i pochi mezzi a disposizione, si stanno muovendo in modo tutto sommato accettabile. Non fanno miracoli, ma nessuno potrebbe, con i vincoli che l’Europa stessa ha creato e accettato per trent’anni.
parte 4: La verità è che oggi paghiamo l’illusione degli anni Novanta: l’idea che la storia fosse finita. Chi ci guida non è un gruppo di incapaci, ma chi deve governare un continente che ha scelto di non essere una potenza. E scopre, oggi, che nel mondo reale sono potenti solo quelli che si preparano anche quando sembra inutile.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Ho sempre pensato che la storia della “fine della storia” (almeno nella sua versione “folk”, lasciando pure perdere il vero contenuto del lavoro di Fukuyama che tutti citano ma nessuno legge) fosse una profezia autoavverante, con tutti i pro e i contro di una profezia autoavverante.
Che sono, principalmente:
A quanto pare qualcuno non ci ha creduto granché.
Alcuni è inevitabile che non ci credessero, perché voleva sostanzialmente dire far finire la storia in un preciso momento della partita, quello di massimo vantaggio per il blocco occidentale compatto e integrato militarmente, politicamente ed economicamente.
Chiaro che magari a qualcuno nel deserto post-sovietico non sembrasse una così buona idea, specie una volta resisi conto che non sarebbero arrivate determinate concessioni, deroghe e aiuti, e che non esisteva la possibilità di una membership “part-time” al club delle democrazie.
Mi lascia più perplesso che qualcuno anche da noi non ci abbia voluto credere, e non abbia di conseguenza voluto credere nel modello del capitalismo democratico “all’occidentale”, che gira che ti rigira con le sue imperfezioni ha creato oggettivamente le condizioni migliori mai esperite dall’umanità dai tempi della scoperta del fuoco.
Cosa ancora più importante, si prefiggeva un ideale di futuro magari ingenuo ma degno di essere perseguito, e comunque migliore di “nessun ideale di futuro”.
Più di tutto mi lascia l’amaro in bocca che qualcuno abbia voluto apertamente sabotare quel modello, e altri li abbiano lasciati fare.
Musk, Zuckerberg, Trump, ma anche Grillo, ma anche Farage, ma anche i vari “attivisti” e “indignati” di tutti i colori politici, ma pure i fanfaroni delle cazzate bio e delle “scienze alternative”, gli osteopati, i cartomanti, gli influencer…
Se l’URSS avesse vinto la guerra fredda, certa gente se la sarebbe meritata, la rieducazione in Siberia.
"Mi piace""Mi piace"