
“Ma come, ci sono i negoziati, e tu non scrivi niente?”, mi chiedono amici e conoscenti in queste ultime ore.
La mia risposta breve sarebbe: no, perché non c’è niente da scrivere e i negoziati non porteranno a nulla.
Quella lunga aggiungerebbe il perché, e a questo punto tanto vale farci un articolo.
Peccato, dovrò rimandare quel giro in bici. La diplomazia, si sa, colpisce sempre quando hai già messo il casco.
Guerra Totale: cosa significa davvero
In una guerra, la pace arriva solo quando si verifica una delle due condizioni che la storia ci ha insegnato: o le parti trovano un compromesso accettabile, oppure una delle due è talmente stremata da preferire la resa, anche a condizioni umilianti.
Nel conflitto tra Russia e Ucraina, nessuna di queste condizioni esiste.
Non c’è margine per un compromesso, non perché “i cattivi non vogliono la pace”, ma perché le basi stesse della guerra sono incompatibili. Per Kiev si tratta di esistere come Stato sovrano; per Mosca, di negare questa sovranità. Non stiamo parlando del colore della tappezzeria, ma dell’esistenza stessa della casa.
Questa è una guerra identitaria, esistenziale. E proprio per questo siamo di fronte a una Guerra Totale, dove si combatte fino all’esito finale. In uno scenario simile, la diplomazia non serve a mediare, ma solo a ratificare la vittoria di una delle due parti. I negoziatori possono scambiarsi sorrisi, dolcetti e foto ai tavoli di marmo, ma finché le condizioni di fondo non cambiano, sono poco più che decorazione.
Il paradosso della percezione
In questo contesto, non è la situazione oggettiva sul campo a determinare la possibilità della pace. Non importa chi ha preso quel villaggio o chi ha perso quel deposito di munizioni. Conta solo ciò che pensano due persone: Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.
Se nessuno dei due si percepisce come sconfitto, la guerra continuerà. E oggi entrambi credono di poter vincere. Fine della storia sul piano diplomatico.
L’amministrazione Trump ha deciso un cambio di passo spettacolare, passando dall’essere “parte in causa” al fianco di Kiev al proporsi come “mediatore”. Il risultato è stato uno scisma evidente in Occidente, che oggi appare come una compagnia teatrale dove ognuno recita una battuta diversa, senza regista.
Mosca se n’è accorta subito. E non c’è cosa più pericolosa che far intravedere a Putin un fronte occidentale diviso. Ai suoi occhi, l’Occidente sembra addirittura sabotare l’iniziativa americana. Tradotto: Trump non è più percepito come il leader organico dell’alleanza.
Putin e lo specchio deformante
Qui emerge il paradosso più ironico, ammesso che abbiate un senso dell’umorismo nero simile al mio.
Putin considera gli Stati Uniti come l’unico vero avversario. Quando tratta con gli inviati di Trump, crede quindi di negoziare direttamente con la controparte decisiva. Si dimentica, però, che sta parlando con un mediatore, non con il nemico.
La vera controparte è l’Occidente nel suo insieme, un blocco del quale l’Ucraina ormai fa parte politicamente, militarmente e persino identitariamente. Ciò che viene discusso con Trump non è un trattato di pace, ma una proposta russa che deve essere valutata da Kiev e Bruxelles.
Quando poi Europa e Ucraina dicono “no”, Mosca urla allo scandalo e accusa di sabotare la pace. In realtà si tratta semplicemente della normale dinamica di un negoziato: qualcuno fa un’offerta, qualcuno la rifiuta e presenta una controproposta.
“Sabotaggio della pace”? Non scherziamo
Il problema è che in una Guerra Totale le posizioni sono irremovibili. Ogni controproposta sarà inevitabilmente respinta. È come cercare di mediare tra due persone che litigano così: “Quella casa è mia” e “No, tu sei mia”. Buona fortuna al diplomatico.
Fintanto che entrambe le parti ritengono accettabile continuare a combattere, nessun tavolo di marmo, nessuna foto opportunity e nessuna dichiarazione altisonante potrà produrre qualcosa di concreto. È teatro, e nemmeno dei migliori.
Effetti speciali diplomatici
La conclusione, per quanto poco romantica, è inevitabile: le trattative attuali sono un esercizio futile.
Per Trump rappresentano un palcoscenico perfetto per mostrarsi come uomo della pace e per ricavare, magari, qualche vantaggio politico o economico. Per Putin sono un’arma di guerra ibrida, utile a confondere l’opinione pubblica occidentale e a consolidare la narrativa secondo cui “l’Occidente non vuole la pace”.
La Guerra Totale si combatte su più fronti: quello militare, certamente, ma anche quello economico, politico e informativo. Le trattative si collocano proprio su quest’ultimo: uno spettacolo di effetti speciali mediatici, con ripercussioni minime su quello politico e sociale, e praticamente nulle sul campo di battaglia.
Finché nessuna delle due parti accetta un compromesso reale o collassa militarmente o psicologicamente, la pace non arriverà. Tutto il resto è messa in scena.
E adesso, se nessuno annuncia un altro “negoziato storico” nei prossimi venti minuti, vado davvero a farmi quel giro in bici.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: "ma come, ci sono i negoziati, e tu non scrivi niente?", chiedono amici e conoscenti in queste ultime ore. La mia risposta breve sarebbe: no, perché non c'è niente da scrivere e i negoziati non porteranno a nulla. Quella lunga aggiungerebbe il perché, e a questo punto tanto vale farci un articolo. Peccato, dovrò rimandare quel giro in bici.
parte 1: In una guerra, la pace arriva solo quando si verifica una di queste due condizioni: le parti trovano un compromesso accettabile, oppure una di esse è così stremata da preferire la resa, anche a condizioni punitive. Nel conflitto tra Russia e Ucraina, nessuna di queste condizioni esiste. Non c'è spazio per un compromesso, e nessuno dei due contendenti si percepisce come sconfitto. Per questo, siamo di fronte a una Guerra Totale, dove si combatte fino all'esito finale. Il compito della diplomazia, in questo scenario, non è mediare, ma solo ratificare la vittoria di una parte.
parte 2: In questo contesto, ciò che conta non è la situazione oggettiva sul campo, ma ciò che pensano i leader di Russia e Ucraina. È irrilevante ciò che i "tifosi" da salotto credono. Se i contendenti non si sentono sconfitti, la guerra andrà avanti. L'amministrazione Trump ha scelto un cambio di passo: da "parte in causa" a fianco di Kiev a "mediatore". Questa mossa ha creato uno scisma in Occidente, che oggi appare senza una leadership chiara e unitaria. Mosca lo ha notato, osservando come l'Occidente stesso sembri "sabotare" l'iniziativa americana, segno che Trump non ne è più la guida organica.
parte 3: Qui emerge un paradosso. Putin, nella sua visione del mondo, vede gli Stati Uniti come il suo unico vero avversario. Trattando con gli inviati di Trump, crede quindi di negoziare direttamente con la controparte decisiva. Si dimentica, però, di avere di fronte un mediatore, non la parte avversa. La vera controparte è l'Occidente nel suo insieme, di cui l'Ucraina è ormai parte integrante. Ciò che viene discusso con Trump non è un trattato di pace, ma una proposta russa che deve essere valutata da Ucraina ed Europa.
parte 4: Quando Europa e Ucraina respingono o modificano la proposta, non stanno "sabotando" la pace, come afferma la portavoce russa Zacharova. Stanno semplicemente facendo ciò che è normale in un negoziato: presentare una controproposta. Tuttavia, in una Guerra Totale, le posizioni sono irremovibili. Ogni controproposta sarà inevitabilmente respinta.
parte 5: L'inevitabile conclusione è che le trattative attuali sono un esercizio futile. Per Trump, sono uno strumento di visibilità politica e, forse, di vantaggio economico. Per Putin, sono un'arma nella guerra ibrida, utile per confondere l'opinione pubblica occidentale. La guerra totale si combatte su più dimensioni: militare, economica, politica e informativa. Le trattative sono uno spettacolo di effetti speciali sul piano dell'informazione, con ripercussioni minime su quello politico e sociale, e nessuna sul campo di battaglia.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, ; approfondisco dove necessario.
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