Ma poi, chi erano i nazisti dell’Illinois?

Quante volte, fra il serio e il faceto, soprattutto negli ultimi tempi, vi è scappata quella battutina: “Io li odio, i nazisti dell’Illinois”? Io ho perso il conto. Una scorciatoia comoda, un piccolo sfogo da bar che ormai è diventato quasi un tormentone politico-culturale. Però qualche giorno fa, mentre sorseggiavo un caffè mezzo addormentato, mi sono chiesto: ma chi erano davvero, i nazisti dell’Illinois, fuori dal capolavoro di John Landis?

La risposta, che pensavo sarebbe stata una parentesi folkloristica, si è trasformata in una lezione durissima. Perché dietro quella caricatura da commedia c’è una storia vera, e purtroppo attualissima: quella di George Lincoln Rockwell, fondatore dell’American Nazi Party e imprenditore dell’odio ante litteram. Un uomo che, nel suo fallimento esistenziale, ha anticipato un modello di business che oggi domina l’ecosistema mediatico occidentale.

George Lincoln Rockwell: ritratto di un fallimento diventato ideologia
Rockwell nasce nel 1918, in un’America che si avvia verso la Grande Depressione. Cresce in una famiglia artistica — padre vignettista, madre attrice — ma lui, paradossalmente, non sa interpretare neppure la propria vita. Passa da una carriera militare incompiuta a una sfilza di tentativi falliti nel mondo dell’editoria. È l’emblema di un’America che non riesce a trovare dove piazzarsi, uno di quelli che scivola sempre tra le maglie della storia e che, per disperazione, finisce a cercare luce nell’ombra.

Nel 1959 fonda l’American Nazi Party. Non perché avesse letto troppo Hitler o perché fosse abbagliato da una vocazione ideologica — ma perché, come avrebbe poi ammesso indirettamente in molti discorsi, era l’unica cosa che attirava attenzione. Era un uomo alla deriva, che trovò un porto solo nell’estremismo: la versione politica del tentativo di “far carriera” del ragazzo che capisce che, se si mette a urlare in classe, almeno qualcuno lo guarda.

La sua storia — che molti archiviano come curiosità da documentario notturno — è invece un manuale ancora attualissimo su come funziona l’industria dell’odio. Un’industria che non nasce dalla convinzione, ma dal vuoto. Non dall’ideologia, ma dall’ego.

Le provocazioni come modello di business
Rockwell scoprì presto una verità che oggi dovrebbe farci tremare i polsi: essere nazisti pagava. Letteralmente.

Dopo aver fallito in tutto — matrimoni, lavori, progetti editoriali — si accorse che più era estremo, più la gente lo guardava. E se ti guardano, puoi monetizzare.

Così iniziò la sua tournée americana del disgusto: campus universitari, conferenze improvvisate, manifestazioni organizzate ad arte. Si presentava in uniforme nazista, svastiche bene in vista, e aspettava l’indignazione.

L’indignazione arrivava puntuale: proteste, titoloni indignati, studenti inferociti. E, subito dopo, arrivavano anche le donazioni di ricchi finanziatori che vedevano in lui non un leader, ma un investimento.

Rockwell aveva inventato, senza saperlo, il prototipo del “creator estremo”: creare provocazione, generare scandalo, convertire lo scandalo in soldi.
Ciò che oggi verrebbe sintetizzato in una frase che mi fa ancora rabbrividire: l’algoritmo premia l’odio.

Gli eredi del marchio: l’odio come professione
Se oggi il nome di Rockwell sopravvive soprattutto nelle battute dei cinefili, il suo modello invece prospera. Ed è più florido che mai.

Negli Stati Uniti i casi sono evidenti:
Alex Jones, che ha trasformato la paranoia in un business multimilionario;
Tucker Carlson, che ha costruito un impero su paure alimentate a dovere;
Jordan Peterson, che ha convertito le insicurezze maschili in un prodotto editoriale globale;
– il caro estinto Charlie Kirk, che per anni ha macinato visibilità come se fosse una forma di estrazione mineraria.

Ma sarebbe illusorio pensare che questa sia una patologia americana. No, l’Europa ha imparato bene la lezione.

E così entriamo nel nostro piccolo pantheon di imprenditori dell’odio:
Alessandro Di Battista, che dopo aver mancato l’ingresso nella grande politica ha scoperto che un cucchiaio di anti-americanismo al giorno garantisce follower e conferenze;
Claudio Messora, che ha fatto del complottismo una professione stabile, con una capacità prodigiosa di trasformare ogni crisi in un’opportunità;
Giovanni Pintaldi, che vive ormai in simbiosi con la narrativa tossica che alimenta;
Andrew Tate, l’uomo che ha fatto della misoginia un marchio globale;
Éric Zemmour, che ha confezionato l’islamofobia in un prodotto elettorale venduto come ragionevolezza;
Nigel Farage, la mascotte tossica della Brexit più identitaria;
Vladimir Solovyov, che ogni sera si trasforma nel megafono luccicante del nazionalismo russo più aggressivo.

A guardarli uno accanto all’altro, è chiaro: Rockwell non è morto. Si è moltiplicato.

Il meccanismo: falliti, finanziatori e fabbriche di indignazione
Il modello, in fondo, è semplice. Quasi meccanico.

Prima c’è una persona che, per vari motivi, ha fallito nei percorsi tradizionali: carriera politica, giornalistica, accademica. Gente che non ha sfondato dove sperava.

Poi arriva un finanziatore, un think tank, una fondazione, un oligarca, un partito in cerca di consenso o un’azienda che vuole mobilitare un certo pubblico.

E infine c’è il contratto non scritto: tu fai il provocatore, noi amplifichiamo.
Tu generi indignazione, noi la convertiamo in utili.
Tu urli, noi facciamo cassa.

Funziona così.
È sempre funzionato così.
Ciò che cambia è solo il medium: dai campus degli anni ’60 alle dirette su YouTube, dai volantini con la svastica ai TikTok dove si parla di “globalisti” e “élite” come fossero personaggi Marvel.

L’odio è lo stesso.
Le strutture economiche che lo alimentano pure.
Cambiano i vestiti, non il corpo.

La fine di Rockwell, che racconta tutto
George Lincoln Rockwell non è morto per mano della storia, né per le sue idee.
È morto perché doveva dei soldi a un suo ex collaboratore.
Un regolamento di conti.

Finisce così l’uomo che voleva costruire un Reich americano: con un debito non pagato.
Una morte minuscola, quasi grottesca.

E se c’è una lezione che possiamo portarci dietro è questa:
l’industria dell’odio non è un movimento.
Non è un pensiero.
Non è un’ideologia.
È un business.

E come ogni business, non risponde alla morale. Risponde al profitto.
Rockwell non è stato un mostro politico: è stato un piccolo imprenditore che aveva capito che la rabbia vende sempre.

E guardando il nostro presente — tra complottisti full time, opinionisti isterici, influencer tossici e predicatori dell’apocalisse — la domanda che mi tormenta è una sola:

quanto tempo passerà prima che ci accorgiamo che il vero pericolo non sono le loro idee, ma il fatto che c’è qualcuno che paga perché continuino a diffonderle?

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: quante volte, fra il serio e il faceto, soprattutto negli ultimi tempi, avete detto "io li odio, i nazisti dell'Illinois"? Io ho perso il conto. Ma mi sono fermato un attimo a pensare: ma chi erano i nazisti dell'Illinois, fuori dal classico di John Landis? La risposta è stata molto istruttiva.

parte 1: voglio parlarvi di George Lincoln Rockwell (situo la sua vicenda cronologicamente), il fondatore del American Nazi Party. La sua storia, che molti considerano una curiosità storica, è in realtà un manuale ancora attualissimo su come funziona l'industria dell'odio.

parte 2: Rockwell scoprì che essere nazisti pagava. Dopo aver fallito in tutto nella vita, capì che le provocazioni estreme erano un business redditizio. La sua strategia era semplice: andava nei campus universitari, sfoggiava svastiche provocatorie, e aspettava che l'indignazione pubblica si traducesse in donazioni da parte di ricchi finanziatori.

parte 3: Oggi questo modello è più vivo che mai. Accanto ai noti personaggi americani come Alex Jones, Tucker Carlson, Jordan Peterson e il caro estinto Charlie Kirk, anche l'Europa ha i suoi "imprenditori dell'odio": figure come Alessandro Di Battista, Claudio Messora, Giovanni Pintaldi, che ha fatto del complottismo un marchio di fabbrica, l'influencer Andrew Tate, che ha trasformato la misoginia in un business globale, il francese Éric Zemmour che ha costruito una carriera sull'islamofobia, il britannico Nigel Farage diventato il volto della Brexit più identitaria, e il russo Vladimir Solovyov, megafono del nazionalismo più aggressivo.

parte 4: Il meccanismo è sempre lo stesso: persone che spesso hanno fallito nei percorsi tradizionali vengono reclutate e finanziate da potenti interessi - vi faccio esempi. Il loro compito è creare contenuti provocatori, generare indignazione e polarizzazione, perché questo si traduce in soldi e consenso per i loro finanziatori.

parte 5: Rockwell morì non per le sue idee, ma perché doveva soldi a qualcuno. Una fine che forse racconta tutto sulla vera natura di questo business: non si tratta di ideologie, ma di profitto.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.

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