
Uno degli aspetti più controversi — per non dire allarmanti — della presidenza Trump era il modo completamente muscolare, arbitrario e sbrigativo di gestire l’immigrazione: pescare a strascico, affidarsi al fiuto dei bravacci dell’ICE, incasellare persone in centri detentivi sulla base di un sospetto, di un’impressione, di un pregiudizio, e poi “si vedrà”. Ecco: preparatevi, perché non serve prendere un aereo per vedere certe pratiche. Stanno iniziando pure da noi.
Il caso Shahin, la nuova frontiera dell’arbitrarietà
Il Ministero dell’Interno ha disposto l’espulsione di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo a Torino, cittadino egiziano che vive in Italia da quasi vent’anni. Le motivazioni ufficiali, come da copione, sono altisonanti: sarebbe una figura di “rilievo negli ambienti dell’Islam radicale”, portatore di un’ideologia “fondamentalista e antisemita”. Frasi pesanti, colate di piombo istituzionale. Ma sappiamo bene come funziona: quando le parole sono così generiche, vuol dire che non c’è un reato vero da contestare.
Il punto: Shahin non è accusato di ciò che ha fatto, ma di ciò che ha detto
Il decreto ministeriale gli contesta alcune dichiarazioni fatte durante una manifestazione il 9 ottobre: avrebbe “legittimato i terroristi di Hamas”. Ora, lasciamo un attimo da parte la simpatia o l’antipatia per l’imam, per le sue posizioni politiche o religiose. Qui la questione è un’altra: non si parla di atti, ma di parole.
C’è anche una denuncia per blocco stradale, che nel grande catalogo dei reati che attentano alla sicurezza nazionale fa un po’ sorridere. Il ministero, però, ha deciso che le esigenze di sicurezza sono talmente elevate da surclassare la sua vita familiare, le sue radici ventennali, i suoi legami in Italia. Insomma: fuori.
La politica si divide, ma per una volta non in modo caricaturale
Dall’altra parte, una coalizione eterogenea — Avs, M5S, Pd — ha presentato un’interrogazione per chiedere la sospensione del provvedimento. I loro argomenti sono lineari: Shahin è un oppositore dichiarato del regime egiziano; se torna al Cairo rischia arresto, processi farsa, torture. E aggiungono una cosa che dovrebbe essere ovvia in uno Stato di diritto: è stata presentata una nuova domanda di asilo, e la legge prevede che un’espulsione non possa procedere finché la domanda è pendente.
Ricordate la legge? Quel piccolo dettaglio? Non è un optional. Non è una postilla. È la differenza tra un Paese civile e una sagra della vendetta.
Il cuore del problema: stiamo punendo un’opinione
E qui arriviamo al punto che mi lascia esterrefatto.
Perché — tagliamo corto — stiamo espellendo una persona non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha detto.
Reato d’opinione. Nudo e crudo.
Una cosa che dovrebbe far drizzare i capelli a chiunque abbia fatto anche solo la prima liceo e abbia studiato la nascita dello Stato liberale. Una cosa che dovrebbe scatenare un’allergia immediata in un Paese che si vanta, a giorni alterni, di essere la culla del diritto.
Invece no.
Perché il cittadino medio questo concetto non lo conosce.
Perché “eh ma ha detto cose brutte”, “eh ma l’Islam”, “eh ma Hamas”.
E allora la distinzione tra reato e opinione evapora, scivola via, diventa un intralcio, un dettaglio filosofico per anime belle.
E così, un centimetro alla volta, ci abituiamo all’arbitrio
Il ministro ha deciso che una persona scomoda, antipatica, ideologicamente distante, va espulsa perché rappresenta un rischio. Non perché ci siano prove, non perché abbia commesso azioni concrete, ma perché il suo pensiero — o meglio, la sua espressione — viene ritenuto pericoloso.
Ed ecco che il modello trumpiano, quello del “prima la sicurezza, poi le garanzie”, arriva a casa nostra. Non con roboanti slogan, ma in sordina, come fanno sempre le decisioni che cambiano davvero il modo in cui uno Stato tratta chi vive sul suo territorio.
Siamo di fronte a un precedente pericoloso. E il problema è che, quando certi precedenti vengono aperti, non li richiudi più. Non esiste una versione selettiva dei diritti: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno.
E se oggi tocca a Shahin — che magari sta anche sulle scatole a molti — domani può toccare a chiunque di noi. A chi manifesta. A chi dissente. A chi non si allinea.
Ed è proprio così che inizia la china.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: uno degli aspetti più controversi, per non dire allarmanti, della presidenza Trump è il modo di gestire il problema dell'immigrazione: pescare a strascico e buttare in centri detentivi sulla base dell'opinione dei bravacci dell'ICE, poi si vedrà. Bene, sta iniziando pure da noi.
parte 1: Il Ministero dell'Interno ha disposto l’espulsione di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo a Torino, cittadino egiziano residente in Italia da quasi vent'anni. Le motivazioni ufficiali, come riportate dalle agenzie di stampa, lo descrivono come una figura di rilievo in "ambienti dell'Islam radicale", messaggero di un'ideologia "fondamentalista e anti-semita".
parte 2: Il decreto ministeriale gli contesta, in particolare, le dichiarazioni fatte durante una manifestazione il 9 ottobre scorso, in cui avrebbe "legittimato i terroristi di Hamas". Viene inoltre citata una denuncia per blocco stradale. Il ministero ha valutato che le esigenze di sicurezza nazionale debbano prevalere sulla sua situazione personale e familiare.
parte 3: Dall'altra parte, una coalizione di partiti (AVS, M5S e Pd) ha presentato un'interrogazione per chiedere la sospensione del provvedimento. Sostengono che Shahin, noto oppositore del regime egiziano, rischi arresto e torture se rimpatriato. Sottolineano inoltre che è stata presentata una nuova domanda di asilo, la quale per legge dovrebbe sospendere l’espulsione.
parte 4: A me sembra una cosa folle - in definitiva stiamo espellendo una persona che non ha commesso reato, ma solo ed esclusivamente per ciò che ha detto. Reato d'opinione. Una cosa decisamente lontana dallo stato di diritto. Ma poi mi viene pure in mente che il cittadino medio non conosce questo concetto.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.