
Qualche giorno fa, lo scrittore italiano Michele Borgogni si è ritrovato dentro una storia che non aveva scritto lui. Eppure aveva tutto il sapore di un racconto distopico: la sparizione improvvisa, il silenzio delle piattaforme digitali, quella sensazione di essere diventati invisibili nel momento esatto in cui si ha più bisogno di essere visti. Una storia che ci riguarda tutti, anche se spesso facciamo finta di niente, distratti dalla comodità di un clic.
La sparizione della voce di Connie Willis
Tutto comincia quando Michele scopre che Facebook ha chiuso, senza preavviso, la pagina ufficiale di Connie Willis — una delle scrittrici di fantascienza più rispettate degli ultimi decenni. Una pagina ordinata, documentata, un piccolo faro per migliaia di lettori. Puff. Sparita. Nessuna spiegazione, nessun avviso, nessun “abbiamo sbagliato”. Solo una porta sbattuta in faccia nel corridoio sterminato dei server californiani.
È buffo, in un certo senso: negli anni ci siamo convinti che le piattaforme fossero piazze pubbliche. Ma a ben guardare, assomigliano più a centri commerciali: entri, consumi, ti diverti — finché non passa un vigilante digitale che ti dice, gentile ma fermissimo, che devi andartene. E non ti spiega nemmeno il perché.
Quando il problema diventa personale
A Michele la cosa non va giù, e come biasimarlo? Ma il contraccolpo vero arriva poco dopo, quando Amazon decide di bloccare il suo account KDP. Un gesto chirurgico, impersonale, definitivo: tutti i suoi libri autopubblicati spariscono dal catalogo. Tredici anni di lavoro — ordini, recensioni, lettori fedeli — dissolti come nebbia sotto un sole che non scalda.
La motivazione ufficiale? “Contenuti offensivi”.
Quali contenuti?
Perché?
Quando?
Chi?
Domande semplici, umane. Eppure nessuno dall’altra parte sembra essere disposto a rispondere. Non c’è una persona, un ufficio, un nome. Solo bot che replicano come segreterie automatiche in loop. È la nuova frontiera del paradosso: chiediamo spiegazioni a un algoritmo che non è stato programmato per capire la differenza tra un manuale e un manifesto d’odio.
Sentire la voce di Michele mentre racconta questa vicenda — un misto di incredulità e amarezza — fa effetto. È come osservare uno scrittore che perde la sua libreria in un incendio, ma senza nemmeno il conforto dell’odore del fumo: solo una notifica fredda, che svanisce se chiudi la schermata.
Quando l’efficienza divora l’umano
La cosa assume contorni ancora più sinistri se consideriamo che poche settimane prima Amazon ha licenziato 18.000 dipendenti. Molti di quei posti, compresi quelli legati al supporto e ai controlli di qualità, sono stati sostituiti da sistemi di intelligenza artificiale che decidono in autonomia.
O meglio: decidono senza responsabilità.
Questi sistemi seguono criteri che noi non comprendiamo — e, ironicamente, nemmeno loro. Non contestualizzano, non valutano, non ascoltano. Guardano solo pattern, probabilità, correlazioni. E quando sbagliano — perché sbagliano — lo fanno in grande, come chi è convinto della propria infallibilità.
È un modello di efficienza che funziona perfettamente… finché non sei tu quello classificato come “contenuto offensivo”. Finché non è la tua vita professionale a essere espulsa da una piattaforma che non prevede appello.
La verità è che queste nuove macchine hanno ereditato il peggio degli esseri umani: la presunzione di avere ragione e l’incapacità di chiedere scusa.
Una lezione amara, ma necessaria
Questa storia non è — e non deve diventare — un invito al boicottaggio. Sarebbe ingenuo pensare che si possa vivere fuori dalle grandi piattaforme. Ci lavoriamo, ci comunichiamo, ci campiamo.
Il punto non è uscire, ma entrare con occhi aperti.
Perché l’esperienza di Michele ci sbatte davanti a una verità che preferiamo ignorare: costruire il proprio lavoro su terreno altrui significa dipendere dai criteri, dagli algoritmi e dai tagli di budget di qualcun altro. Significa accettare che, da un momento all’altro, qualcuno possa premere un pulsante e far sparire anni di fatica, di relazioni, di creatività.
All’inizio tutto sembra comodo, perfetto: strumenti gratuiti, pubblico potenzialmente infinito, possibilità senza precedenti.
Poi un giorno apri l’email e scopri di essere diventato il “problema” che un algoritmo deve risolvere.
E capisci cosa significa davvero vivere in un mondo in cui le decisioni non sono più spiegabili né contestabili. Un mondo dove il concetto di giustizia — anche quella minima, quella che ti permette di parlare con un essere umano — viene considerato un lusso inefficiente.
Alla fine, quello che resta è un appello alla consapevolezza. A ricordarsi che dietro ogni piattaforma c’è una proprietà privata, non una comunità. Che il potere di un clic non appartiene a noi, ma a chi ci permette di usarlo.
E che se vogliamo davvero proteggere il valore del nostro lavoro, dobbiamo costruire spazi più nostri, più umani, più resistenti.
Perché altrimenti, un giorno, potrebbe bastare un algoritmo distratto per cancellarci senza nemmeno la dignità di un errore ammesso.
E nessuno merita di svanire così, in silenzio.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: Qualche giorno fa, lo scrittore italiano Michele Borgogni ha vissuto sulla sua pelle una situazione che fa riflettere sul nostro rapporto con le grandi piattaforme digitali.
parte 1: Tutto è iniziato quando Michele ha appreso della chiusura senza preavviso, da parte di Facebook, della pagina della scrittrice Connie Willis. Un spazio, quello della Willis, che con una newsletter documentata era un punto di riferimento per migliaia di persone. Cancellato senza una spiegazione trasparente.
parte 2: Poco dopo, il problema lo ha coinvolto direttamente. Amazon ha bloccato l'account KDP di Michele, rimuovendo dalla piattaforma tutti i suoi libri autopubblicati. La motivazione generica era "contenuti offensivi". Senza ricevere spiegazioni dettagliate e senza la possibilità di confrontarsi con un operatore umano, solo risposte automatiche da bot.
parte 3: È qui che la riflessione si fa più amara: poche settimane fa, Amazon ha licenziato 18.000 dipendenti. Molti di quei ruoli, incluso probabilmente il supporto clienti, vengono ora sostituiti da sistemi di IA. Che prendono decisioni granitiche, basate su valutazioni sbagliate e impossibili da discutere, che cancellano con un clic esistenze professionali e progetti di vita. Tredici anni di lavoro, di ordini e di recensioni sono svaniti in un istante, insieme alle opere di altri autori e collaboratori che avevano pubblicato con lui.
parte 4: Questa esperienza non è un invito al boicottaggio, ma un'occasione per una presa di coscienza. Episodi come questi mostrano la fragilità di chi costruisce il proprio lavoro su piattaforme di proprietà di altri, dove l'efficienza a tutti i costi sacrifica il discernimento umano. All'inizio tutto è comodo ed efficiente, finché non si diventa il problema da eliminare, senza possibilità di appello, per un algoritmo che non ammette errori.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.