Affari di Famiglia

È uscito un interessantissimo — e in Italia quasi ignorato — reportage del Wall Street Journal che ricostruisce l’origine del finto “piano di pace” confezionato da Steve Witkoff e Kirill Dmitriev per conto di Donald Trump e Vladimir Putin. E che mette in chiaro una cosa, nel caso qualcuno avesse ancora voglia di illudersi:
la politica estera dell’amministrazione Trump in Europa non ha nulla a che fare con la pace, né con la tutela degli interessi americani.
È costruita su misura per servire gli affari degli amici di Trump. Pace, sicurezza, confini, democrazia… dettagli. Il business invece è sacro.

Ed eccoci qui: in mezzo all’ennesima operazione di “diplomazia creativa” che sa molto più di speculazione immobiliare che di negoziato internazionale.

Il piano che voleva salvare l’Ucraina… e soprattutto il portafogli

L’obiettivo ufficiale? “Trovare un piano per porre fine alla guerra in Ucraina”.
L’obiettivo reale? Reintegrare la Russia nell’economia globale senza che Putin cedesse nulla di sostanziale, e garantire agli investitori americani vicini a Trump un vantaggio strategico — e finanziario — enorme rispetto ai partner europei.

Witkoff (magnate immobiliare, uno che alla parola “piano” pensa prima ai grattacieli) e Dmitriev (il banchiere preferito del Cremlino) avevano messo in piedi un progetto che definire ambizioso è dire poco. Era più un manuale per ricostruire il mondo a misura dei propri amici.

Altro che pace: questa era una scalata economico-politica con la guerra come ostacolo puramente tecnico.

L’ideologia trumpiana: confini liquidi, affari solidi

La visione trumpiana è sempre la stessa: i confini contano poco, le alleanze ancora meno. Gli affari, invece, contano tantissimo.

Il cuore del progetto era un consorzio trilaterale USA–Russia–Ucraina, un sogno bagnato per chiunque abbia passato gli ultimi anni a ripetere che “Putin era incompreso”. Il piano, scritto praticamente da Dmitriev stesso, prevedeva:

  • usare i 300 miliardi di asset russi congelati per finanziare investimenti USA–Russia,
  • affidare a Washington la ricostruzione dell’Ucraina,
  • cooperazione con la Russia nell’Artico sulle terre rare,
  • e, tenetevi forte, una missione su Marte con SpaceX.

Sì, Marte. Perché se si devono fare affari, meglio puntare direttamente a un altro pianeta.
È il classico Trump: zero confini, zero freni, zero pudore.

Il Cremlino e la grande illusione: “Non siamo una minaccia, siamo un’opportunità!”

Il Cremlino aveva un piano parallelo: bypassare completamente l’apparato di sicurezza nazionale USA presentando la Russia non come una minaccia militare ma come un gigantesco parco giochi economico.

Il tutto mentre, dietro le quinte, cercava di allargare la crepa tra Washington e gli alleati europei. Una Russia “affidabile e collaborativa” per gli affari americani… e sempre più aggressiva per gli europei. Una doppia partita degna di un romanzo di spionaggio. O di una pessima sitcom.

Quando una bozza del piano è trapelata, la reazione europea è stata furibonda: Kyiv ha parlato apertamente di accordo filo-russo, i leader europei hanno visto l’ennesimo tentativo di legittimare l’aggressione, Donald Tusk ha definito il progetto “non un piano di pace, ma un affare”.

E aveva ragione: era un affare. Grosso. E spudorato.

I predatori all’odore del profitto: gli amici di Trump scaldano i motori

Ancor prima che il piano fosse formalizzato, una giungla di investitori vicini al trumpismo era già in movimento: Gentry Beach, Stephen P. Lynch, e colossi come Exxon Mobil.

Non serviva un piano di pace: serviva una cornice legale minima per entrare nel mercato russo, soprattutto nei settori più redditizi — energia, gas, infrastrutture strategiche — dove gli europei sarebbero stati messi all’angolo.

E così, mentre nei talk show si parlava di “pace” e “negoziati”, dietro le quinte si preparavano contratti, joint venture e possibili concessioni.
Era diplomazia? No. Era preludio di un Black Friday geopolitico.

La domanda finale: Putin cercava davvero la pace?

E arriviamo alla domanda più importante: Putin voleva veramente chiudere la guerra?

Le possibilità sono due:

  1. Interpretazione ingenua: Putin era sinceramente interessato a un compromesso economico per uscire dall’isolamento.
  2. Interpretazione realistica: ha usato la diplomazia parallela per guadagnare tempo, dividere gli alleati occidentali e avanzare lentamente sul terreno, aspettando che l’Occidente — soprattutto un’America trumpiana — perdesse interesse.

Indovinate quale delle due sembra più probabile?

Già. La seconda.

Quello presentato come “piano di pace” era, in realtà, un menù degustazione di opportunità per amici, investitori, compari e cortigiani dell’ex presidente USA. Tutto mentre la Russia continuava (e continua) a bombardare, destabilizzare, annettere.

Non c’era pace. C’era business.

E se c’è una cosa che questo reportage del WSJ ci ricorda con brutale chiarezza è che, quando geopolitica e affari si intrecciano senza scrupoli, a pagare il prezzo non sono gli investitori.
Sono i popoli coinvolti nella guerra.

E noi europei — ancora una volta — eravamo destinati a fare da comparse sullo sfondo.

(Serena Russo)

Prompt:

Intro: è uscito un interessantissimo reportage del Wall Street Journal, inosservato in Italia, che ricostruisce l’origine del finto “piano di pace” messo a punto da Steve Witkoff e Kirill Dmitriev per conto di Putin e Trump. E che mette in chiaro una cosa, ci fosse qualche dubbio: La politica estera dell’amministrazione Trump in Europa non ha nulla a che fare con la pace, né con la tutela degli interessi americani. È costruita per servire — in modo diretto e trasparente — gli affari degli amici di Trump.

parte 1: L'obiettivo ufficiale era trovare un piano per porre fine alla guerra in Ucraina. In realtà, il loro progetto era molto più ampio e ambizioso: disegnare una strategia per reintegrare la Russia nell'economia globale, assicurando agli investitori americani un vantaggio decisivo su quelli europei.

parte 2: La visione di Trump e del suo entourage è che i confini e le alleanze tradizionali contano meno degli affari. La pace si garantisce creando una prosperità economica condivisa attraverso un "consorzio trilaterale" (USA-Russia-Ucraina). Il piano russo, plasmato da Dmitriev, prevedeva di utilizzare i 300 miliardi di asset russi congelati per finanziare investimenti USA-Russia e la ricostruzione ucraina guidata da Washington. Si parlava anche di cooperazione nell'Artico per le terre rare e addirittura di una missione su Marte con SpaceX.

parte 3: Il Cremlino mirava ad aggirare l'apparato di sicurezza nazionale USA, presentando la Russia non come una minaccia militare, ma come una miniera di opportunità economiche, cercando nel frattempo di creare un solco tra Stati Uniti e i loro alleati europei. Quando una bozza del piano è trapelata, leader europei e ucraini hanno protestato veementemente, denunciando un accordo filo-russo che ignorava le condizioni minime di Kyiv e che sembrava premiare la Russia per l'aggressione. Il premier polacco Donald Tusk lo ha definito non un piano di pace, ma "un affare".

parte 4: Ancor prima che un accordo fosse raggiunto, uomini d'affari americani vicini all'ambiente Trump (come Gentry Beach e Stephen P. Lynch) e grandi aziende (come Exxon Mobil) hanno iniziato a muoversi per sondare e preparare lucrosi affari in Russia, soprattutto nel settore energetico e del gas.

parte 5: della diplomazia parallela abbiamo già parlato. Resta una domanda: Putin considerava questa strategia una via sincera per chiudere la guerra, o l'ha usata per guadagnare tempo e tranquillizzare Washington mentre perseguiva una vittoria militare più lenta ma inesorabile?

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, ; approfondisco dove necessario.

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