Dalla condanna al “ma”: come si normalizza l’intimidazione alla stampa

L’assalto vandalico alla sede torinese de La Stampa è uno di quei momenti in cui il Paese sembra fermarsi un attimo e dire: “Ma siamo seri?”. Un manipolo di contestatori che sfascia la vetrata di un giornale non è protesta, non è dissenso, non è neanche rabbia politica. È teppismo, e pure di bassa lega. Non ci vuole Tocqueville per capire che simili intimidazioni vanno rigettate senza se e senza ma, perché quando si colpisce una redazione si colpisce l’idea stessa che ciascuno, anche l’ultimo dei giornali, abbia diritto di parola.

In questo quadro già sconfortante arriva Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU, che dopo la condanna di rito ha pensato bene di aggiungere che l’episodio dovrebbe servire da “monito” alla stampa. Monito. Una parola che suona come l’eco di tempi bui in cui la violenza era “pedagogica”, come se spaccare le vetrine fosse un biglietto da visita per invitare un giornale ad “autocorreggersi”. E allora no, cara Albanese, qui non si tratta di sfumature: qui si scivola proprio nella zona grigia, quella in cui la violenza diventa legittimata in nome di un principio superiore deciso non si sa da chi.

Il punto è semplice, elementare, quasi imbarazzante nella sua chiarezza: la violenza non si strumentalizza. Mai. Non si usa come monito, non si interpreta come “messaggio”, non si trasforma in un bigino morale per redazioni ritenute colpevoli di faziosità. Perché se accettiamo questa logica—“ti rompo la porta per farti riflettere”—abbiamo già perso. E perso male. Significa cedere all’idea che basti avere una causa “giusta” per autorizzarsi a usare la forza. È la porta d’ingresso di ogni degenerazione politica: oggi il vetro spaccato, domani la testa, dopodomani lo Stato di diritto.

Criticare il giornalismo è doveroso, per carità. In Italia lo sport nazionale non è il calcio ma lamentarsi della stampa, e spesso a ragione. Testate come La Verità o Il Fatto Quotidiano possono sembrare a molti il santuario di ogni deriva: complottismo, faziosità, toni apocalittici… un circo. Ma—andrebbe inciso nel marmo della Costituzione—anche il peggior giornale ha il diritto sacro e inviolabile di esistere, di scrivere sciocchezze, di sbagliare, di esagerare. Lo si critica, lo si smonta, lo si prende pure in giro: ma sempre con le parole, mai con le minacce.

E qui sta la vera stortura della posizione della Albanese: l’idea che i principi debbano piegarsi al contesto, al “chi colpisce chi”. È il morbo antico della faziosità, che divide il mondo in buoni e cattivi e decide di conseguenza quanto sia grave un atto. In nome della “purezza” della causa, tutto si concede, anche ciò che dovrebbe restare inaccettabile per definizione.

No, grazie. Se c’è una cosa per cui vale la pena farsi detestare è ricordare che la libertà di stampa non si tocca. Mai. Nemmeno quando a parlarne è una funzionaria ONU. Nemmeno quando il giornale fa articoli pessimi. Perché se la libertà vale solo per chi ci piace, allora non è più libertà: è un privilegio da feudatari.

E per restare in clima, la libertà non si tutela con i “moniti”. Si tutela con la schiena dritta.

(Francesco Cozzolino)


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