
Ci sono momenti in cui due documenti, nati lontanissimi tra loro, sembrano dialogare come vecchi amici che si confidano verità scomode. È il caso del nuovo Rapporto Censis e della Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump: leggerli insieme non è un esercizio da politologi annoiati, ma un tuffo abbastanza brusco nella realtà che abitiamo. E, se proprio devo dirla tutta, l’atterraggio non è morbido.
L’Italia che “galleggia”: il ritratto di un Paese che sospende il respiro
Il Censis, quest’anno, ci dipinge un’Italia che non affonda ma nemmeno nuota. Galleggia, appunto. Sta lì, immobile, a metà tra la superficie e il fondale, come chi teme che ogni bracciata possa peggiorare la situazione.
Il quadro è semplice da enunciare, meno da metabolizzare: il ceto medio si è sgretolato (7% di reddito in meno in vent’anni), i giovani si dividono tra chi prende un aereo e chi rimane appeso a un contratto a termine, e un malessere silenzioso si accumula come umidità negli angoli delle case.
A tutto questo si associa un humus culturale che definire “preoccupante” è una cortesia: cresce l’ignoranza di base, quella che rende un Paese molle, manipolabile e convinto che la complessità sia un fastidio. La paura del cambiamento – che si tratti di immigrazione o semplicemente di qualcosa che rompa i ritmi del familiare tran tran – è diventata la colonna sonora nazionale.
Se qualcuno cerca un terreno fertile per il rancore, eccolo servito.
Trump, l’Europa e l’idea di un continente-problema
Voliamo oltreoceano. Nel documento strategico dell’amministrazione Trump, l’Europa non è più il partner storico della Seconda Guerra Mondiale, la culla del diritto occidentale o il faro dei diritti sociali. No: è diventata un caso da gestire, un continente ritenuto indebolito, distratto, e soprattutto “troppo permeabile” all’immigrazione.
Il passaggio più rivelatore? La priorità non è più “difendere la democrazia ucraina”, ma chiudere la guerra in fretta per tornare a fare affari con Mosca.
Una presa di posizione che parla da sé.
L’unica speranza che Washington sembra intravedere per stabilizzare un’Europa in declino è l’ascesa delle destre radicali, viste come alleati naturali di un nuovo ordine politico identitario e poco incline ai vincoli multilaterali.
Sottotesto: “mantenere l’Europa europea” – formula elegante per dire chiudete le frontiere e pensateci voi alla vostra sicurezza, perché noi abbiamo altro da fare.
Il cortocircuito: l’Italia del Censis coincide con l’Europa di Trump
La cosa interessante (si fa per dire) è che l’Italia descritta dal Censis è curiosamente allineata alla lettura trumpiana dell’Europa: sfiduciata, paurosa, ripiegata verso dentro, convinta che il pericolo sia sempre “l’altro”.
E se gli Stati Uniti vedono nell’estrema destra europea la chiave per risollevare il continente, non sorprende che il governo Meloni difenda il documento americano con grande prontezza. Quasi un riconoscersi allo specchio.
Il prezzo di questo allineamento?
Accettare di essere un protettorato strategico, rinunciando a qualsiasi tentativo di definire un nostro futuro autonomo.
Non esattamente una novità nella nostra storia: siamo un Paese straordinario, creativo, geniale… ma su una cosa siamo costanti come un orologio svizzero – la propensione a farci dire da altri che cosa dobbiamo essere.
Ripartire dai fondamentali: non slogan, ma l’unico piano credibile
I due documenti ci pongono davanti a una domanda decisiva: vogliamo un’Italia che subisce, che si irrigidisce per paura e lascia che altri scrivano per noi le regole del mondo?
Oppure vogliamo tornare a essere un soggetto politico con una propria voce?
E qui il nocciolo è semplice: democrazia, welfare, istruzione di qualità, lavoro dignitoso, diritti, equità sociale – queste non sono nostalgie da vecchi manifesti anni ’70. Sono gli unici strumenti reali, concreti, che possono costruire una sicurezza duratura, non basata sull’ansia e sulle chiusure identitarie, ma sulla coesione di una società che non ha paura del futuro.
18 novembre 2025: fine di un’alleanza o solo un inciampo?
Il quadro si completa con il piano di pace Witkoff. Il modo in cui è stato presentato – i tempi, i toni, la totale assenza di consultazione – ha sancito una rottura simbolica e politica: gli Stati Uniti hanno agito come se l’Europa fosse irrilevante.
E non c’è alleanza che regga, se basta un cambio di governo oltreoceano per disintegrarne le basi.
La domanda che la storia dovrà sciogliere è se il 18 novembre 2025 sarà ricordato come la data in cui si è spenta definitivamente la fiammella dell’alleanza euro-atlantica, o se rimarrà uno dei tanti momenti di tensione che punteggiano il percorso delle relazioni internazionali.
Da un lato, c’è un principio semplice: la fiducia è fragile. Tradiscila una volta, e sarà difficile ricostruirla.
Dall’altro, c’è il fatto che Trump è un unicum politico, una creatura irripetibile forgiata da un ecosistema mediatico e tecnologico che potrebbe non duplicarsi con la stessa efficacia. E, volendo essere cinici, dalla biologia.
Quel che è certo è che dobbiamo imparare a osservare questi cambiamenti con un po’ di distacco. Non perché non siano importanti – lo sono eccome – ma perché guardarli sempre con le lenti dell’emotività ci rende prede facili del catastrofismo o, peggio, della rassegnazione.
Tirando le somme
Il Censis ci racconta un Paese che galleggia.
Trump ci mostra un mondo che si restringe.
In mezzo ci siamo noi, chiamati a scegliere se restare immobili o muoverci finalmente in avanti.
Perché la storia non aspetta i galleggianti. E, prima o poi, chiede il conto.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: sono usciti due documenti ufficiali cruciali: il nuovo Rapporto Censis sulla situazione sociale italiana e la Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Leggerli insieme offre uno spaccato preoccupante del nostro presente e delle scelte che ci attendono.
parte 1: Il Censis racconta un’Italia che “galleggia”. Un Paese bloccato, dove i redditi del ceto medio sono calati del 7% in vent’anni, i giovani scappano o rimangono intrappolati nella precarietà, e un malessere silenzioso si accumula nelle case. Aumentano la sfiducia, il cinismo politico e la paura verso qualsiasi cambiamento, dall’immigrazione alle diversità culturali. Il rapporto segnala anche una preoccupante ignoranza di massa sulle basi della nostra storia, che ci rende più vulnerabili.
parte 2: Dall’altra parte dell’oceano, la nuova strategia americana di Trump guarda all’Europa non come a un alleato, ma a un problema. Dipinge un continente in declino, indebolito dall’immigrazione e dalla perdita di identità. La priorità non è più sostenere l’Ucraina per la democrazia, ma chiudere in fretta la guerra per tornare a fare affari con la Russia. L’unica speranza, per questo documento, risiede nell’ascesa e nel sostegno alle forze politiche di estrema destra in Europa, che diventano interlocutrici privilegiate. L’obiettivo strategico è chiaro: “mantenere l’Europa europea”, spingendola a politiche anti-immigrazione, e scaricarle addosso i costi della propria difesa.
parte 3: L’Italia descritta dal Censis – impaurita, rancorosa, immobilizzata – è culturalmente e politicamente perfettamente allineata con la visione del mondo di Trump. E il governo Meloni, invece di prendere le distanze, difende quel documento. Questo allineamento ha un prezzo: rinunciare a un progetto autonomo per il nostro futuro (cosa che del resto non è il nostro forte, da buona nazione servile per natura), accettando di essere un protettorato strategico.
parte 4: La domanda che questi rapporti pongono a tutti noi è netta: vogliamo un’Italia (e un’Europa) che subisce le scelte altrui, arroccata nella paura, o un soggetto politico che riparte dai suoi valori fondativi? Uguaglianza, lavoro dignitoso, diritti, istruzione, welfare, e una politica estera di dialogo e cooperazione non sono slogan. Sono le uniche basi concrete per costruire una sicurezza reale e una società giusta, in alternativa al caos e alla rassegnazione.
parte 5: Tutto lascia intendere che il 18 novembre 2025, con la pubblicazione del piano di pace Witkoff, si sia conclusa l'era dell'alleanza strategica tra Europa e Stati Uniti, non solo per i suoi contenuti ma per le modalità e i tempi della sua presentazione. La storia giudicherà se questa data segnerà la fine definitiva della NATO o rimarrà solo uno dei tanti ostacoli nel cammino delle relazioni internazionali. A sostegno della sua portata definitiva c'è il principio per cui un'alleanza non può dipendere dal partito al governo in un singolo paese, poiché la fiducia, una volta persa, raramente si ricostruisce. Tuttavia, elementi come l'unicità del consenso di Trump, la sua età avanzata e l'incertezza sul successo elettorale dei suoi eventuali eredi potrebbero renderla una frattura transitoria. Sarebbe necessario osservare questi fenomeni storici con maggiore distacco, per quanto difficile ciò possa essere.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
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