
Ultimamente mi sono fermato a riflettere sul Fatto Quotidiano e, soprattutto, su Marco Travaglio. Non per l’ennesima polemica social, né per una battuta fuori posto in televisione, ma per una domanda più semplice e insieme più scomoda: perché questo posizionamento così ostinatamente ambiguo sulla Russia? Perché questa postura che, a molti, appare come un filo-putinismo di riflesso?
La risposta più facile è quella ideologica. Ed è anche, quasi sempre, la meno convincente. Perché Travaglio, per storia personale e culturale, non è mai stato un uomo di Mosca. La spiegazione più plausibile è un’altra, meno nobile forse, ma più aderente alla realtà: Travaglio è soprattutto un imprenditore di successo della propria opinione.
L’anti-sistema come modello di business
Il posizionamento di Travaglio non nasce da una fascinazione per il Cremlino, ma da qualcosa di molto più concreto: un modello di business collaudato, robusto, redditizio. L’anti-sistema vende. Vende copie, abbonamenti, visibilità, centralità nel dibattito pubblico.
La sua linea editoriale è sempre stata coerente, quasi monolitica: sfidare il potere ovunque si manifesti. Contro la NATO e gli Stati Uniti quando incarnano l’egemonia globale; contro l’Unione Europea quando appare come una macchina tecnocratica distante dai cittadini; contro le élite politiche e mediatiche quando parlano con una voce sola.
Non è una posizione improvvisata. È una strategia. Travaglio ha capito prima di molti altri che esisteva un pubblico affamato di dissenso, stanco delle narrazioni ufficiali, disposto a pagare pur di sentirsi dire che “no, non siete pazzi, siete solo fuori dal coro”. Essere controcorrente, in un’epoca di conformismo informativo, è un marchio. E lui lo ha trasformato in un brand riconoscibilissimo.
Il mito del “filo-Putin”
Definirlo “filo-Putin” è comodo. Fa risparmiare tempo, evita di entrare nel merito, permette di archiviare il problema in una parola. Ma è un’etichetta fragile, quasi pigra.
Perché c’è un dato che sfugge spesso: il giornalismo di Travaglio, quello aggressivo, conflittuale, ossessivamente critico verso il potere, in Russia non potrebbe esistere. Sarebbe semplicemente illegale. Non durerebbe una settimana.
Il suo habitat naturale è l’Occidente liberale, quello stesso Occidente che lui contesta quotidianamente. Vive di pluralismo, di libertà di stampa, di dibattito acceso. Vive del fatto che può dire tutto, anche ciò che mette in discussione il sistema che gli consente di dirlo. È un paradosso, certo. Ma è un paradosso fecondo.
Il suo vero mercato non è Mosca, è qui. È fatto di lettori scettici, disillusi, spesso arrabbiati, che non si fidano delle versioni ufficiali e cercano qualcuno che dia forma e dignità a quel sospetto. Travaglio non li guida: li intercetta.
Il conflitto come carburante
La conclusione, a questo punto, è piuttosto brutale. Travaglio non ama Putin. Ama il conflitto narrativo. Ama la frizione, lo scontro, la polarizzazione che genera attenzione e tiene in piedi il suo progetto editoriale.
Il suo vero avversario non è una bandiera, non è una nazione, non è nemmeno un’ideologia. È il “sistema” di turno, qualunque volto assuma. Perché il sistema è stabile, prevedibile, rassicurante. E quindi noioso. L’anti-sistema, invece, è dinamico, irrequieto, sempre in cerca di un nuovo nemico.
Se domani l’anti-atlantismo smettesse di essere redditizio, verrebbe probabilmente sostituito da un altro fronte. Non per opportunismo spicciolo, ma per una logica editoriale precisa: restare dove la tensione è più alta, dove il dibattito brucia, dove il pubblico sente di stare “dalla parte giusta” contro qualcuno.
L’unica bandiera
In fondo, spogliato di tutte le sovrastrutture, resta un dato semplice: l’unica vera bandiera di Travaglio è se stesso. Il suo stile, la sua voce, la sua riconoscibilità.
Non è necessariamente un’accusa. È una constatazione. In un panorama mediatico in cui molti fingono neutralità mentre fanno propaganda, Travaglio almeno esplicita la sua postura: io sono questo, vi parlo da qui.
Il problema nasce quando il confine tra critica radicale e compiacimento verso il proprio pubblico diventa sottile. Quando il dubbio, che dovrebbe essere uno strumento, rischia di trasformarsi in una posa. Ma forse è proprio questo il prezzo da pagare per restare, nel bene e nel male, una figura centrale del dibattito.
E allora la domanda non è più se Travaglio sia filo-russo o anti-occidentale. La domanda è un’altra, più scomoda e più onesta: quanto siamo disposti, noi lettori, a confondere la critica al potere con il piacere di sentirci sempre contro qualcuno? Perché, spesso, il vero mercato non è quello delle idee. È quello delle identità.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: ultimamente ho riflettuto un po' sul Fatto Quotidiano e su Marco Travaglio. Perché essere filo-russi a questa maniera? Non fa parte della storia ideologica personale di Travaglio. La realtà, probabilmente, è meno ideologica e più cinica: Travaglio è soprattutto un imprenditore di successo della propria opinione.
parte 1: Il suo posizionamento storico non nasce da una simpatia per Mosca, ma da un modello di business collaudato: l’anti-sistema che vende. La sua linea è sempre stata chiara: critico verso l’establishment, verso la NATO e gli USA quando rappresentano il potere egemonico, e verso l’UE quando appare tecnocratica. Questa coerenza non lo rende automaticamente pro-Russia; lo rende fedele al suo pubblico, che cerca una voce controcorrente ed è disposto a pagare per averla.
parte 2: Del resto, definirlo “filo-Putin” è un’etichetta comoda ma fragile. In Russia, il suo giornalismo di conflitto e di accesa critica al potere non potrebbe esistere, per mancanza di libertà di stampa. Il suo vero mercato è qui, in Occidente, dove vive di pluralismo e dibattito, che pure spesso contesta. Quel pubblico, diffidente verso le narrazioni ufficiali, è la sua unica ragion d’essere.
parte 3: La conclusione è brutale: Travaglio non ama Putin, ama il conflitto narrativo che genera interesse e sostiene il suo progetto editoriale. Il suo nemico non è una bandiera, ma il “sistema” di turno. Se un giorno essere anti-sistema smettesse di essere redditizio, cambierebbe probabilmente avversario.
parte 4: in fondo, la sua unica vera bandiera è se stesso.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.
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