Askatasuna, il mito e il pallottoliere

A volte una storia viene raccontata così tante volte, con tale sicurezza e pathos, da diventare epica per sfinimento. Succede quando la narrazione precede i fatti e li sovrasta, fino a renderli quasi irrilevanti. È successo anche con la vicenda dello sgombero di Askatasuna a Torino, trasformata in poche ore da questione amministrativa e di ordine pubblico in capitolo glorioso della saga resistenziale italiana. Un racconto talmente oliato da sembrare pronto da anni, in attesa solo dell’occasione giusta per essere messo in scena.

Il racconto è potente, questo va riconosciuto. Non uno sfratto, ma una scintilla. Non un centro sociale, ma un simbolo. Decine di migliaia di persone – così dice la leggenda – arrivate da tutta Italia, trasformano il corteo in un fiume in piena. La polizia carica con idranti e lacrimogeni, ma la determinazione dei manifestanti è incrollabile. Alla fine resta la frase-manifesto, destinata a essere serigrafata su striscioni e profili social: “Askatasuna non è stata espulsa: si è moltiplicata”. È una narrazione perfetta, quasi hollywoodiana. C’è l’ingiustizia, la repressione, il popolo, la rinascita. Mancano solo i titoli di coda.

Poi, come spesso accade, arriva la doccia fredda dei fatti. La Questura parla di circa 3.000 persone. Gli organizzatori, generosi come sempre, alzano la posta a 10.000. Le stime neutrali oscillano tra le 2.000 e le 5.000. Numeri che, anche prendendo per buono il massimo, raccontano un’altra storia: persone arrivate da mezza Italia per riempire le strade di una città che supera abbondantemente gli 800.000 abitanti. E qui la domanda non è polemica, è banale: se una realtà fosse davvero così radicata, amata, rappresentativa del “sentire popolare” torinese, avrebbe davvero bisogno di pullman da tutta la penisola per farsi vedere? In una metropoli, il consenso vero si misura sul territorio, non a colpi di mobilitazione militante.

A questo si aggiunge un dettaglio che nella narrazione epica viene accuratamente sfocato: la memoria recente di episodi violenti, come l’assalto alla sede de La Stampa, che hanno allontanato più di un cittadino comune. Perché il punto è proprio questo: Torino non è una massa informe di comparse in attesa di un’avanguardia che la guidi. È una città reale, con lavoratori, famiglie, anziani, studenti, molti dei quali possono anche simpatizzare per alcune battaglie sociali, ma che difficilmente si riconoscono in chi usa la forza, l’intimidazione o la mitologia dell’assedio permanente. Il quadro che emerge non è quello di un popolo in rivolta, ma di una nicchia molto politicizzata che parla soprattutto a se stessa.

Siamo di fronte a un caso da manuale: la mitomania come strategia politica. Il bisogno di raccontarsi come eroici, decisivi, rappresentativi, anche quando i numeri e il clima reale dicono altro. La narrativa può essere potentissima, capace di emozionare, di creare identità, di tenere insieme una comunità militante. Ma la narrativa non sostituisce il consenso. E quando il termometro della città restituisce una temperatura così distante da quella proclamata, forse è il momento di fermarsi un attimo e chiedersi se il problema non sia la realtà, ma il racconto che ci siamo costruiti sopra.

Il vero “mago di Oz”, in tutta questa storia, non è lo Stato cattivo o la polizia in assetto antisommossa. È l’illusione. È chi non vuole che tu guardi dietro il sipario, dove i meccanismi sono più piccoli, più fragili, più provinciali di quanto la leggenda suggerisca. Perché dietro l’epica della moltiplicazione non c’è un popolo che avanza, ma un gruppo che si specchia nella propria immagine. E prima o poi, anche lo specchio smette di restituire applausi.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: A volte, una storia viene raccontata così tante volte e con tale convinzione da sembrare epica. È successo anche con la vicenda dello sgombero di Askatasuna a Torino.

parte 1: Il racconto è potente: non uno sfratto, ma una scintilla. Decine di migliaia di persone, arrivate da tutta Italia, trasformano il corteo in un fiume in piena. La polizia carica con idranti e lacrimogeni, ma la determinazione dei manifestanti è incrollabile. Il messaggio finale è mitico: "Askatasuna non è stata espulsa: si è moltiplicata". Una narrazione perfetta di resistenza e riscossa popolare.

parte 2: Poi arriva la doccia fredda dei fatti. La Questura parla di 3.000 persone, gli organizzatori di 10.000. Fonti neutrali stimano tra le 2.000 e le 5.000. Numeri radunati facendo arrivare persone da mezza Italia, in una città di oltre 800.000 abitanti. La domanda sorge spontanea: se una realtà fosse davvero così radicata e amata sul territorio, non mobiliterebbe più del circondario in una metropoli? Questo, unito al ricordo di certi episodi violenti (come l'assalto alla sede de La Stampa dello scorso mese) che hanno alienato la simpatia di molti cittadini, dipinge un quadro diverso: non un popolo in rivolta, ma una nicchia che si autorappresenta.

parte 3: È il classico caso in cui la mitomania di un gruppo (l'amore per raccontarsi come eroici e rappresentativi) si scontra con il termometro del consenso reale. Si può avere una narrativa potentissima, capace di emozionare e mobilitare gli attivisti. Ma quando i numeri concreti e il sentire trasversale della città ti danno un feedback così distante, forse è il momento di un esame di realtà.

parte 4: Il vero "mago di Oz" è quello che non vuole che tu guardi dietro il sipario, dove i meccanismi sono più piccoli e fragili di quanto la leggenda racconti.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente.


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Un commento

  1. A volte temo di essere lento io.

    Degli individui occupano abusivamente un immobile di proprietà altrui, e il signor Altrui (in questo caso il Comune di Torino) pretende di tornarne in possesso.

    Dov’è la notizia?

    Certo, la notizia, il “man bites dog”, è semmai che la cosa sia stata tollerata per 30 anni, fino ad arrivare a un bislacco “patto di cogestione” siglato da ambo le parti nel 2024.

    Ogni volta che si parla di queste cose arrivano i liceali che inneggiano alla “resistenza antifascista”, la qual cosa BANALIZZA il fascismo: il fascismo è quando arrivano le camicie nere a picchiarti se organizzi un’associazione politica o culturale di opposizione in uno spazio a cui accedi legittimamente.

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