
Per gli Stati Uniti, questo è stato un anno di devastazione civile accelerata. Il ritorno di Trump non ha avuto nulla della restaurazione stanca o nostalgica che alcuni commentatori europei avevano immaginato: è stato piuttosto un rilancio aggressivo, muscolare, sostenuto da una parte dell’oligarchia tecnologica che ha trattato lo spirito del tempo come una startup ostile da scalare, ristrutturare e rivendere. In pochi mesi abbiamo visto dispiegarsi una forma di autoritarismo moderno, meno teatrale di quanto ci si aspettasse, e proprio per questo più efficace: rastrellamenti di immigrati, deportazioni amministrative, corruzione esibita senza più il pudore della dissimulazione, un attacco sistematico ai diritti civili condotto non solo con decreti e leggi, ma attraverso una pressione quotidiana, capillare, intimidatoria.
La legge ha smesso di garantire per cominciare a minacciare. Lo Stato ha smesso di tutelare per sorvegliare e punire. E una parte consistente delle élite — economiche, giuridiche, mediatiche — si è arresa con una velocità che ha lasciato interdetti. In alcuni casi per paura, in altri per convenienza, in altri ancora per quella forma di opportunismo che si maschera da “realismo” e che, storicamente, non ha mai salvato nessuno.
Eppure.
La resistenza come pratica, non come parola
Proprio mentre il 2025 volgeva al termine, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Non per un colpo di scena hollywoodiano, ma per accumulo. Milioni di persone hanno scelto di non adattarsi. La parola “resistenza” è tornata a circolare, ma non come slogan da merchandising: come pratica quotidiana. Le piazze si sono riempite, in modo disordinato e spesso imperfetto, come non accadeva da anni. Amministrazioni locali hanno iniziato a dire no, tribunali a rallentare, sindacati e associazioni civiche a fare quello che dovrebbero sempre fare: creare attrito.
Sono emerse crepe evidenti. Il denaro non ha comprato tutto — lo si è visto chiaramente in Wisconsin, dove l’interventismo rumoroso di Elon Musk si è scontrato con un elettorato meno suggestionabile del previsto. La censura non è passata liscia, come dimostra il caso Kimmel, trasformato da bersaglio in simbolo. E la giustizia, pur sotto pressione e in parte contaminata, non si è ovunque ridotta a un timbro automatico.
Trump ha inflitto danni profondi, questo va detto senza ambiguità. Ma non è riuscito a ottenere il controllo totale del sistema. Non perché le istituzioni siano improvvisamente diventate eroiche, ma perché una parte significativa della popolazione ha rifiutato di farsi complice. Oggi Trump appare più isolato, più nervoso, più dipendente da una cerchia ristretta di fedelissimi e cortigiani. È una posizione pericolosa, ma anche più fragile.
Il tradimento dell’idea americana
Il trumpismo, tuttavia, non è solo una linea di governo. È qualcosa di più profondo e più grave: un tradimento dell’idea stessa d’America. Quando una “consigliera spirituale” arriva a dichiarare che “dire di no a Trump equivale a dire di no a Dio”, non siamo più nel campo dell’eccesso retorico. Siamo nel fondamentalismo puro, quello che annulla la distinzione tra fede e potere, tra coscienza individuale e obbedienza.
È qui che il cortocircuito diventa evidente. I Padri Fondatori — Paine, Franklin, Washington, Jefferson — non costruirono gli Stati Uniti come una teocrazia mascherata. Al contrario: pensarono una repubblica fondata sulla ragione, su un deismo sobrio e antidogmatico, sulla limitazione del potere come principio cardine. Washington si ritirò dopo due mandati non per stanchezza, ma per lasciare un precedente. Le istituzioni dovevano essere sacre, non le persone che le occupavano.
Questa è l’America che il trumpismo calpesta. Non per ignoranza storica — che pure abbonda — ma per scelta. Sacralizzare un uomo al vertice dello Stato è l’esatto opposto del progetto americano. È un ritorno a forme di potere che la modernità occidentale ha cercato, faticosamente, di superare.
Un incantesimo che può spezzarsi
In questo senso, il trumpismo rappresenta uno stravolgimento paragonabile, per gravità simbolica, al tentativo di re Carlo I di neutralizzare la Magna Carta. Un potere che rifiuta i limiti e pretende di incarnare la nazione. Resta pericolosissimo, certo. Un potere ferito lo è sempre: più impulsivo, più vendicativo, meno razionale.
Ma per la prima volta, dopo anni di avanzata apparentemente inarrestabile, si intravede la possibilità che l’incantesimo si spezzi. Non perché l’America sia diventata improvvisamente virtuosa, né perché abbia risolto le sue profonde contraddizioni sociali e culturali. Ma perché una massa critica ha smesso di farsi intimidire. Ha scelto il conflitto civile — nel senso alto del termine — al posto dell’adattamento silenzioso.
Una vittoria non definitiva, ma reale
In tempi come questi, questo è già una vittoria di prim’ordine. Non totale, non irreversibile, ma reale. È la dimostrazione che anche un sistema sotto stress conserva anticorpi, se qualcuno ha il coraggio di attivarli. È una lezione che riguarda anche noi europei, spesso pronti a osservare l’America con un misto di superiorità e rimozione, dimenticando quanto del nostro benessere istituzionale derivi proprio da quella tradizione.
Ed è, in fondo, ciò che mi aspetto dal paese che tanto mi ha dato: la capacità di cadere, sì, ma anche di rialzarsi senza chiedere il permesso a un uomo solo.
Forza America. Non come slogan. Come impegno.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Per gli Stati Uniti, è stato un anno di devastazione civile accelerata. Il ritorno di Trump non è stata una restaurazione stanca, ma un rilancio aggressivo, sostenuto da magnati della tech che hanno trattato lo spirito del tempo come una startup da acquistare. In pochi mesi, abbiamo visto il delirio autoritario abbattersi sull’America: rastrellamenti di immigrati, deportazioni, corruzione sfacciata e un attacco sistematico ai diritti civili, portato avanti per legge e per intimidazione quotidiana. La legge ha smesso di garantire, per minacciare. Lo Stato ha smesso di tutelare, per sorvegliare e punire. E gran parte delle élite – economiche, giuridiche, dei media – si è arresa, spesso con entusiasmo.
parte 1: Proprio mentre il 2025 volgeva al termine, milioni di persone hanno scelto di non adattarsi. La parola “resistenza” è tornata a circolare, non come slogan, ma come pratica. Le piazze si sono riempite come non accadeva da tempo. Le istituzioni locali hanno iniziato a dire no. Sono emerse crepe: il denaro non ha comprato tutto (chiedetelo a Musk in Wisconsin), la censura non è passata liscia (vedasi il caso Kimmel), e la giustizia, pur contaminata, non è diventata ovunque un timbro automatico. Trump ha inflitto danni profondi, ma non è riuscito a ottenere il controllo totale, grazie all’ostinazione di cittadini comuni che hanno rifiutato di farsi complici. Oggi appare più debole e isolato.
parte 2: Il trumpismo non è solo una politica. È un tradimento radicale dell’idea stessa d’America. Quando una “consigliera spirituale” di Trump dice che “dire di no a lui sarebbe come dire di no a Dio”, tocca il fondo del fondamentalismo. I Padri Fondatori – Paine, Franklin, Washington, Jefferson – concepirono una repubblica basata sulla ragione, sul deismo (una fede razionale, non dogmatica), sulla limitazione del potere (Washington si ritirò dopo due mandati!) e sulla sacralità delle istituzioni, non della persona.
parte 3: Il trumpismo stravolge tutto questo, pretendendo di sacralizzare un uomo al vertice dello Stato. È un tradimento dello spirito americano pari al tentativo di re Carlo I di distruggere la Magna Carta in Inghilterra. Resta pericolosissimo, certo. Un potere ferito è imprevedibile. Ma per la prima volta si intravede la possibilità che il suo incantesimo si spezzi. Non perché l’America sia diventata improvvisamente virtuosa, ma perché una massa critica ha scelto di non farsi più intimidire.
parte 4: In tempi come questi, questa è già una vittoria di prim’ordine.
parte 5: ed è quel che mi aspetto, alla fine, dal paese che tanto mi ha dato. Forza America!
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
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