
Speravo in un weekend tranquillo. Di quelli con il telefono lontano, il caffè che si raffredda lentamente e l’illusione — sempre più fragile — che il mondo possa sopravvivere 48 ore senza fare danni irreparabili. Illusione spazzata via all’alba, dopo un giro compulsivo tra agenzie, fonti incrociate e una raffica di telefonate che non auguro a nessuno.
Gli Stati Uniti hanno colpito il Venezuela. E no, non è un’esercitazione retorica.
Colpire per indebolire? La teoria e la realtà
In teoria, colpire obiettivi militari dovrebbe logorare il regime di Maduro e incoraggiare l’opposizione interna a fare il “grande passo”. In teoria.
Nella pratica, se un regime autoritario non è già marcio fino al midollo, l’effetto è l’opposto: si compatta, si vittimizza, stringe le fila. È un copione già visto. Iran docet. Bombe chirurgiche, dichiarazioni solenni, risultati minimi.
Non aspettatevi un’escalation seria. Per Maduro allargare il conflitto sarebbe suicida. Non ha i mezzi, non ha gli alleati giusti, non ha il margine. Ma non ha nemmeno bisogno di reagire militarmente: gli basta sopravvivere per raccontarla come una vittoria.
E ora, parliamo del vero elefante nella stanza. Donald Trump.
Trump, l’azzardo e il tempismo peggiore possibile
Questa non ha il sapore di una mossa strategica. Ha l’odore acre della disperazione politica.
Trump arriva a questo attacco dopo che il Congresso gli ha segato diverse iniziative e mentre gli Epstein files continuano a incombere come una nuvola tossica pronta a scaricare pioggia acida. Coincidenze? Certo. Come sempre.
C’è poi il retrogusto geopolitico, quello più cinico. Nell’entourage trumpiano orbitano personaggi che definire “filorussi” non è più un’accusa, ma una constatazione: JD Vance, Steve Witkoff, Tulsi Gabbard. Portare gli Stati Uniti in guerra — o in una guerra “a bassa intensità” — è uno dei pochi modi rimasti a Putin per deviare flussi di armi e attenzioni dall’Ucraina attraverso i meccanismi NATO. Magari in cambio, perché no, del Venezuela, pedina sacrificabile dal suo punto di vista.
E sì: quando Putin accusa Trump di aver “violato il diritto internazionale”, tecnicamente ha ragione. È anche il caso più spettacolare di bue che dà del cornuto all’asino che abbia visto negli ultimi anni. Standing ovation per la faccia tosta.
Il Congresso ignorato: il vero fronte interno
C’è un dettaglio che pesa più delle bombe: Trump ha ordinato l’attacco senza informare il Congresso.
Non è solo una forzatura procedurale. È una sfida diretta a un’istituzione che, ormai in modo bipartisan, stava cercando di limitarne i poteri militari e di mettere il naso negli affari dei suoi alleati.
Qui non contano i proclami, ma i numeri. I voti. I rapporti di forza. Se — per miracolo — Maduro dovesse cadere, Putin potrebbe intestarsi l’operazione come un successo indiretto, mentre Trump continuerebbe a offrirgli copertura strategica sul fronte ucraino. Un capolavoro di cinismo multilivello.
La guerra come diversivo
Il tempismo è politicamente disastroso. Proprio per questo, perfettamente coerente.
Quando un presidente è alle corde, la tentazione di spostare l’attenzione è antica quanto la politica stessa. Ma c’è un problema che Trump sembra ignorare: i regimi come quello di Maduro non crollano sotto qualche danno militare.
Se l’obiettivo era riconquistare consenso interno, l’operazione è un azzardo. Se l’obiettivo era cambiare davvero il Venezuela, è un’illusione.
Le voci sulla cattura di Maduro e la lezione della storia
In queste ore circolano già voci sulla cattura di Maduro. È parte del gioco.
Per l’opposizione, serve a infiammare la ribellione. Per il regime, a stanare i traditori. È un meccanismo vecchio come le guerre moderne. Saddam Hussein è stato “catturato” mediaticamente almeno una mezza dozzina di volte prima che fosse vero.
La storia, se qualcuno avesse voglia di leggerla, ricorda anche Manuel Noriega a Panama: cadde non per una bomba casuale, ma perché qualcuno aprì una porta. O non la chiuse bene. Le guerre raramente finiscono per esplosione frontale; più spesso si risolvono per crepe interne.
Aspettiamo e vediamo.
Ma una cosa è già chiara: questo attacco dice molto meno sul Venezuela e molto di più sugli Stati Uniti di oggi. E su un presidente che, messo alle strette, preferisce giocare con il fuoco piuttosto che fare i conti con la realtà.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: speravo di passare un weekend tranquillo, e invece mi trovo a scrivere di prima mattina dopo un giro compulsivo su tutte le fonti di notizie e non so quante telefonate in giro. Per l'assurdo attacco americano al Venezuela, naturalmente.
parte 1: In teoria, colpire obiettivi militari dovrebbe indebolire il regime di Maduro e spingere l’opposizione interna ad agire. Ma è un bel piano solo sulla carta. Se il regime non è già in seria difficoltà per conto suo, queste azioni militari serviranno a poco, proprio come è successo con i precedenti attacchi in Iran. È improbabile che ci sia un’escalation: per Maduro, estendere il conflitto sarebbe una mossa suicida. Ora, parliamo di Trump.
parte 2: Questa sembra una mossa disperata di un presidente in difficoltà politica, dopo che il Congresso gli ha tagliato diverse iniziative. Arriva mentre gli Epstein files potrebbero ancora riservare sorprese. L’azione ha anche una matrice filorussa, se pensiamo alla cerchia di sgherri putiniani alla Casa Bianca (JD Vance, Steve Witkoff, Tulsi Gabbard) : portare gli USA in guerra è l’unico modo per Putin di dirottare armi dalla vendita all’Ucraina attraverso la NATO. Ah già: Putin, quando dice che Trump in Venezuela "ha violato il diritto internazionale", ha naturalmente ragione. Ma è anche il caso più spettacolare che abbia mai visto di bue che dice cornuto all'asino.
parte 3: Da notare come Trump abbia ordinato l’attacco senza informare il Congresso: si aprono scenari interessanti dove contano, ancora una volta, numeri e rapporti di forza. Il Congresso, ormai bipartisan contro Trump, aveva iniziato a limitarne i poteri militari e a indagare su suoi alleati. Se, per miracolo, Maduro venisse rimosso, Putin potrebbe dire di averlo fatto cadere e Trump continuerebbe ad aiutarlo contro l’Ucraina.
parte 4: questa mossa arriva in un momento politicamente pessimo per Trump e sembra un tentativo disperato di rovesciare Maduro a tutti i costi, forse per riconquistare consenso mentre gli Epstein files minacciano di esplodere. Dubito che un regime come quello di Maduro crolli per qualche danno militare. Anzi, spesso le guerre consolidano il potere dei dittatori.
parte 5: In queste ore girano già voci sulla cattura di Maduro. Fa parte del gioco: per gli oppositori serve a spronare la ribellione, per il regime a smascherare i traditori. Così è stato anche con Saddam, dichiarato catturato molte volte prima della fine vera. Aspettiamo e vediamo come va a finire. Qualcuno deve avere aperto la porta o non l'ha chiusa bene. La Storia ricorda la vicenda di Noriega a Panama.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente, graffiante, ironico. Rendilo immersivo.
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