America First

Vale la pena continuare a parlare di politica estera americana?
Sì, vale la pena. Anche – e soprattutto – quando circolano versioni fantasiose, indignazioni a comando e analisi da tifoseria. Perché se non si prova a razionalizzare, a tenere il filo, si finisce per scambiare il rumore per la sostanza. Io ci provo. Partiamo dalle basi, che sono sempre la parte più noiosa e più utile.

L’operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela, conclusa con la cattura di Nicolás Maduro, è stata raccontata come un’azione anti-narcotraffico. Una favola per adulti, utile a confezionare un titolo presentabile. Il vero obiettivo era un altro: togliere a Russia e Cina il controllo di fatto sulle risorse venezuelane e ristabilire l’ordine imperiale nel “cortile di casa”, secondo la visione molto personale – e molto muscolare – di Donald Trump. America First, ricordate? Non era uno slogan. Era un programma.

Il petrolio non mente (quasi mai)

Prima dell’intervento, l’81% del greggio venezuelano finiva in Cina. Pechino lo comprava a prezzi scontati per ripagare miliardi di dollari in prestiti concessi a Caracas negli anni d’oro del chavismo. Tradotto: la Cina non era solo un cliente, ma il vero banchiere del regime di Maduro.

Il blocco navale e l’intercettazione delle petroliere – la “Skipper” è diventata improvvisamente famosa – avevano un doppio scopo. Da un lato, strangolare economicamente il regime, impedendogli di usare le entrate petrolifere per sopravvivere. Dall’altro, interrompere la fornitura di greggio scontato a Cuba, che senza il petrolio venezuelano torna rapidamente alla modalità “blackout permanente”.

Non era solo una mossa contro Caracas. Era un messaggio chiarissimo a Pechino e Mosca: gli Stati Uniti sono disposti a usare la forza per controllare flussi di risorse che considerano vitali nella loro area d’influenza. Nessuna poesia. Solo potere.

Maduro non era solo Maduro

Ridurre tutto al petrolio è comodo, ma insufficiente. Il Venezuela di Maduro era diventato un perno dell’influenza russa e cinese in America Latina. Un’anomalia intollerabile per Washington.

La Russia usava Caracas come avamposto politico e logistico: presenza simbolica, cooperazione militare, fastidio costante per gli Stati Uniti. La Cina, invece, aveva costruito qualcosa di più sofisticato: un rapporto di dipendenza reciproca. Prestiti, investimenti, infrastrutture in cambio di accesso privilegiato alle risorse. Un modo elegante per infilarsi in una regione che, dal 1823, gli Stati Uniti considerano affare loro. Si chiama Dottrina Monroe. Non è mai andata in pensione.

La caduta di Maduro ha avuto un effetto domino. Ha indebolito Cuba, che viveva di petrolio venezuelano come un subacqueo vive di ossigeno. E ha mandato un segnale agli altri governi non allineati della regione: il tempo delle protezioni esterne potrebbe essere finito.

Il petrolio non mente (bis)

C’è poi l’argomento più pigro di tutti: “Ma il petrolio venezuelano è pessimo, chi vuoi che lo voglia?”. Vero a metà, e quindi falso.

L’industria petrolifera venezuelana è un disastro. Produzione crollata a un terzo rispetto agli anni ’90, infrastrutture fatiscenti, corruzione endemica, greggio pesante e costoso da raffinare. Ma il punto non era mettere le mani su un gioiello funzionante. Il punto era negare quell’asset ai concorrenti.

Privare Cina e Russia di un alleato strategico e di un accesso privilegiato alle risorse valeva molto più di qualsiasi barile. Il vantaggio vero è nel medio-lungo periodo: rientro delle major americane per “ricostruire” il settore, controllo esclusivo di risorse minerarie fondamentali – litio, coltan – senza intermediari ostili. Il capitalismo, quando arriva dopo i carri armati, è sempre molto educato.

Groenlandia: l’idea folle che andava presa sul serio

E poi c’è la Groenlandia. L’idea di “comprarla” è stata trattata come una barzelletta. Errore. Le idee più pericolose sono spesso quelle che sembrano ridicole.

Dal punto di vista della sicurezza, gli Stati Uniti hanno già tutto ciò che serve: la base di Thule, garantita da un trattato con la Danimarca, è un tassello chiave nel controllo dell’Artico. Nessun bisogno di annettere territori. Anche gli interessi economici – minerali, rotte artiche – potevano essere negoziati senza scatenare un incidente diplomatico globale.

Quindi perché pensarci? Perché Trump ragiona in termini di proprietà, non di alleanze. Se non è tuo, non ti fidi.

Come distruggere la NATO in una mossa sola

Un’azione unilaterale contro la Groenlandia avrebbe significato una cosa sola: suicidio strategico. Annessione forzata di un territorio di un alleato storico, fine istantanea della NATO, rottura definitiva della fiducia transatlantica.

L’Europa, a quel punto, non avrebbe molte alternative: cercare nuovi equilibri altrove. Esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe fare una potenza che vuole mantenere influenza globale. Controllare tutto, per Trump, vale più che mantenere alleati. È una visione infantile del potere, ma tremendamente coerente.

Perché non era solo una bizzarria

Il punto più inquietante è questo: nonostante l’evidente follia, quell’idea non può essere archiviata come una stramberia. Quando a esprimerla è il Presidente degli Stati Uniti, con pieni poteri esecutivi e una comprovata allergia alle convenzioni, anche l’assurdo diventa una variabile concreta.

C’è una frase che andrebbe scolpita nelle redazioni: gli idioti non fanno piani geniali. E Trump, Vance e compagnia non sono geni incompresi. Sono decisori impulsivi con una visione del mondo brutale, semplificata, proprietaria.

Il Venezuela non è stato un incidente. È stato un avvertimento. E chi continua a leggerlo come una parentesi “folkloristica” della politica americana, probabilmente, non ha capito con chi ha a che fare.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: val la pena di continuare con la politica estera americana perché se ne leggono di tutte e non è facile razionalizzare e tenere il passo. Io ci provo. Partiamo dalle basi: L'operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela, terminata con la cattura di Maduro, è stata presentata come un'azione anti-narcotraffico, ma gli analisti concordano che il suo vero obiettivo è geopolitico: togliere il controllo delle immense risorse naturali del Paese a Russia e Cina, riaffermando la supremazia americana in quella che Trump considera la propria sfera di influenza "cortile di casa".

parte 1: Prima dell'intervento, l'81% del greggio venezuelano era esportato in Cina, che acquistava il petrolio a sconto per ripagare miliardi di dollari in prestiti. La Cina era così diventata di fatto la principale finanziatrice e cliente del regime di Maduro. Il blocco navale e l'intercettazione delle petroliere come la "Skipper" hanno avuto un duplice scopo: soffocare economicamente Caracas impedendo alle sue entrate petrolifere di finanziare le attività del regime, e interrompere la fornitura di greggio a prezzi scontati a Cuba, un alleato chiave sia del Venezuela che di Russia e Cina. Questo tipo di azioni (blocchi, sequestri) è un chiaro segnale a Pechino e Mosca, dimostrando la volontà e la capacità degli Stati Uniti di usare la forza per controllare flussi di risorse considerati vitali nella propria sfera d'influenza immediata. America First, ricordate?

parte 2: Il Venezuela sotto Maduro era diventato un cardine dell'influenza di Russia e Cina in America Latina, in contrapposizione alla tradizionale egemonia USA. Il petrolio, quindi, è solo una parte di un gioco più ampio. La Russia utilizzava il Venezuela principalmente come un avamposto logistico e politico nella regione, un punto di appoggio per contrastare l'influenza americana. La Cina aveva costruito con Caracas un rapporto di interdipendenza: finanziamenti e investimenti in cambio di petrolio a basso costo e accesso privilegiato alle risorse. Questo legame permetteva a Pechino di estendere la propria influenza in un'area tradizionalmente sotto controllo USA, minando la cosiddetta "Dottrina Monroe". La caduta di un regime amico e fornitore come quello di Maduro indebolisce direttamente gli altri governi non allineati nella regione, primo fra tutti Cuba, che dipendeva quasi interamente dal petrolio venezuelano.

parte 3: L'idea che l'obiettivo principale fosse impossessarsi di un petrolio grezzo di scarsa qualità e prodotto con metodi "antidiluviani" è fuorviante. L'industria petrolifera venezuelana è in condizioni disastrose. La produzione è crollata a circa un terzo dei livelli degli anni '90 a causa di cattiva gestione, corruzione e mancanza di investimenti. L'infrastruttura è inadeguata e il greggio, di tipo "pesante", è complesso e costoso da raffinare. L'obiettivo immediato dell'operazione non era acquisire un asset perfettamente funzionante, ma negare quell'asset alla Cina e indebolire i suoi partner regionali. Privando Russia e Cina di un alleato strategico e di un accesso privilegiato alle risorse, Washington mira a ristabilire un monopolio di influenza nella regione, in linea con quella che gli esperti hanno definito una "nuova Dottrina Monroe". Se il controllo dovesse stabilizzarsi, il vantaggio a lungo termine sarebbe duplice: la possibilità futura di far rientrare le grandi compagnie petrolifere statunitensi (come Chevron, ExxonMobil) per "ricostruire" l'industria a proprio vantaggio, e il controllo esclusivo di risorse minerarie strategiche oltre al petrolio, come il litio e il coltan, fondamentali per le tecnologie del futuro.

parte 4: arriviamo ora alla Groenlandia. Una delle proposte geopolitiche più singolari dell'era Trump è stata il desiderio di comprare la Groenlandia. Analizzandola più a fondo, si capisce perché era una delle sue idee più pericolosamente irrazionali e, proprio per questo, da prendere sul serio. Gli Stati Uniti hanno già tutto ciò di cui hanno bisogno in Groenlandia per ragioni di sicurezza: un trattato di difesa con la Danimarca garantisce loro la presenza della base aerea di Thule, una posizione strategica fondamentale per la sorveglianza dell'Artico. Non c'è bisogno di un controllo politico totale su un territorio per rafforzare il dispositivo militare. Anche gli interessi economici, come le risorse minerarie, potrebbero essere negoziati con il governo locale senza provocare uno scandalo globale.

parte 5: Il vero punto è che un'azione del genere sarebbe stata un suicidio geopolitico. Una mossa unilaterale per annettere con la forza un territorio di un alleato storico come la Danimarca distruggerebbe la NATO istantaneamente. Significherebbe la fine delle relazioni transatlantiche di fiducia e probabilmente spingerebbe l'Europa a cercare nuove partnership strategiche altrove. Sarebbe il massimo esempio di un'azione che, per cercare un controllo inutile, distrugge proprio l'alleanza creata per garantire sicurezza e influenza. Non avrebbe portato alcun vantaggio reale, solo danni incalcolabili.

parte 6: Eppure, l'avvertimento più grande sta proprio qui. Nonostante l'evidente follia del piano, non poteva essere archiviata come una semplice bizzarria. Quando la persona che esprime questa idea è il Presidente degli Stati Uniti, con il controllo sul potere esecutivo e una storia di decisioni estreme che ignorano le convenzioni, anche l'idea più assurda diventa una minaccia da considerare. Ricordate che gli idioti non fanno piani geniali. E Trump, Vance e compagnia sono idioti patentati.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.

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