
In una celebre scena, il Joker si definisce un “agente del caos”: non un rivoluzionario, non un riformatore, ma un principio distruttivo puro, senza scopo e senza progetto. Il ribelle senza causa, per usare una formula che ha già fatto il giro del Novecento. Finché resta ai margini, il caos ha una sua funzione narrativa: disturba, inquieta, costringe a pensare. Il problema nasce quando quel ribelle viene messo al centro, quando l’anarchico riceve la corona. È ciò che stiamo osservando con una certa regolarità: società democratiche che, stanche della fatica del pensiero e della responsabilità, affidano il potere a figure che incarnano il rifiuto delle regole, della complessità, persino della grammatica morale. Non per errore, ma per scelta.
Questa attrazione per il caos ha radici meno irrazionali di quanto sembri. Arriva anche dal rigetto di una ragione ridotta a puro strumento di gestione, una ragione che amministra l’esistente come un condominio litigioso, senza più il coraggio di immaginare un progetto collettivo. La grande visione è stata archiviata come pericolosa, compromessa, ingenua. E in parte lo è stata davvero. I grandi tentativi del passato si sono spesso tradotti in mobilitazioni di massa, eserciti ordinati sotto bandiere solenni, parole enormi che promettevano il futuro e consegnavano il controllo. Il disincanto nasce anche lì. Solo che dal rifiuto del dogma si è scivolati verso il rifiuto di qualsiasi struttura, come se il problema non fosse l’uso delle idee, ma le idee stesse.
È in questo vuoto che prospera il ribellismo da discount. Non la critica, non il conflitto fecondo, ma il gusto per la posa sguaiata, per il clown che urla, per il venditore di fumo che scambia la volgarità per sincerità. L’energumeno viene celebrato non nonostante le sue bassezze, ma proprio per esse, come se l’assenza di pensiero fosse una virtù morale. Questo atteggiamento consegna il mondo a un agire cieco, brutale, spesso grottesco, facilmente manovrabile da chiunque sappia lusingare gli istinti più semplici. Il sicofante, figura antica quanto la politica, oggi non ha nemmeno bisogno di grande talento. Basta alzare la voce e promettere di spaccare tutto.
Vale la pena ricordare una verità poco romantica. Il capitalismo del Novecento vinse la sua grande sfida non grazie a un’epica irresistibile, ma perché seppe garantire una vita più dignitosa a una vasta classe media. Il piccoloborghese con il posto fisso, le ferie pagate e l’utilitaria stava, nel complesso, meglio del lavoratore celebrato nei manifesti dei regimi comunisti. La concretezza di chi guardava ai conti da pagare e non alla redenzione dell’umanità costruì un mondo imperfetto, ma per molti più vivibile di quello dei grandi slogan di cartapesta. Anche questa è stata una vittoria del materialismo, nel senso più terra-terra del termine. Non nobile, forse, ma efficace.
Oggi, però, quel piccoloborghese ha perso molte delle sue sicurezze. E invece di chiedersi dove e perché siano evaporate, preferisce rifugiarsi in una pseudo-eroicità di grado zero. L’immagine della prepotenza senza ripensamenti diventa una scorciatoia emotiva. Si assiste a una forma di trasferimento psicologico piuttosto elementare: la propria frustrazione si sublima nell’esaltazione dell’uomo forte, del bullo, del tiranno che promette di schiacciare tutto ciò che irrita. Non serve che mantenga le promesse. Basta che sbraiti. L’analisi di questo meccanismo sarebbe patetica, se non producesse conseguenze così concrete.
Questo orrore continuo, ignorante e cattivo, non è una deviazione temporanea. È l’utopia dei mediocri, un sogno al ribasso che rifiuta la fatica del pensiero e della responsabilità collettiva. Un’ondata di liquame antistorico che si presenta come autenticità, come liberazione, come rivincita dei “veri”. In realtà è solo il trionfo del caos come alibi. Il Joker, una volta incoronato, smette di essere una provocazione e diventa un problema. E come spesso accade nella storia, a pagare il conto non sono mai quelli che applaudono più forte.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: In una celebre scena, il Joker si presenta come un "agente del caos": un principio distruttivo senza finalità, senza progetto. Il ribelle senza una causa, per usare un’altra citazione. Ma cosa succede se quel ribelle diventa imperatore? Se l'anarchico viene incoronato? Lo stiamo scoprendo ogni giorno. Paesi democratici eleggono aspiranti tiranni, stanchi delle regole, della necessità logica e morale di inquadrare le proprie azioni in un progetto strutturato.
parte 1: Forse questa voglia di caos nasce dal rifiuto di una ragione puramente strumentale, che si limita a gestire l'esistente e ha rinunciato all'avventura della grande visione, del progetto di società con le sue sfide e la sua responsabilità collettiva. O forse quei grandi tentativi del passato erano già mobilitazioni di massa, eserciti in marcia sotto stendardi di grandi parole.
parte 2: Ciò che è certo è che questo ribellismo da quattro soldi, che privilegia il clown, il venditore di fumo, l'energumeno solo perché orgoglioso delle proprie bassezze, consegna il mondo a un agire cieco, brutale e grottesco. Un agire che si fa abbindolare da qualsiasi sicofante.
parte 3: Il capitalismo, in fondo, vinse la sua grande sfida nel '900 perché il piccoloborghese con il posto fisso e la macchina stava comunque meglio del lavoratore sotto i regimi comunisti. La concretezza di chi pensa ai conti da pagare costruì un mondo – per molti – migliore di quello dei grandi slogan di cartapesta. Anche questa, in fondo, è una vittoria del materialismo.
parte 4: Ma oggi, quel piccoloborghese che ha perso le sue sicurezze, invece di chiedersi dove siano finite, preferisce una pseudo-eroicità da grado zero: l'immagine di una prepotenza senza ripensamenti. Ometti che sbavano davanti all'omone, trasferendo la propria piccolezza nell'esaltazione del tiranno, del bullo. Una dinamica che sarebbe patetica da analizzare.
parte 5: Questo orrore senza fine, ignorante e cattivo, è l'utopia dei mediocri, l'ondata di liquame antistorico che oggi sembra inarrestabile.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.
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