La profezia di Obama e il fallimento di Putin

Era il 2014, e Barack Obama aveva scelto parole che, più che un’analisi, suonavano come una sentenza: la Russia non era una superpotenza globale, ma una potenza regionale. Capace di intimidire i vicini più deboli, sì. Capace di dettare le regole del mondo, no.
Nel lessico diplomatico è il massimo dell’umiliazione: non ti sto insultando, ti sto ridimensionando. Ti tolgo il mito, ti lascio la mappa.

Per Vladimir Putin quelle parole non passarono. Si incastrarono. Diventarono un tarlo. Perché Putin non governa solo uno Stato: governa un’idea di grandezza, un risarcimento storico, un impero fantasma che chiede continuamente di essere evocato. Da quel momento, più che rispondere all’Occidente, ha iniziato a rispondere a Obama. Doveva dimostrare che si sbagliava. Doveva dimostrare che la Russia contava ancora.

La profezia che si è autoavverata

Dieci anni dopo, il risultato di quell’ossessione è sotto gli occhi di tutti. Nel tentativo di smentire Obama, Putin ha finito per dargli ragione. Con una coerenza quasi letteraria.
La guerra in Ucraina doveva essere il colpo di teatro: rapido, brutale, risolutivo. Una dimostrazione di forza talmente evidente da rimettere Mosca al centro del mondo come attore inevitabile. Il genere di operazione che non si discute, si accetta.

È diventata l’esatto contrario. Un conflitto lungo, logorante, vischioso. Una guerra che consuma uomini, mezzi, reputazione. Che trasforma la presunta potenza globale in un corpo impantanato in una frontiera.
Altro che scacco matto: è una partita a dama giocata con pezzi che si rompono a ogni mossa.

L’effetto simbolico è devastante. Una superpotenza non si misura solo in carri armati, ma nella capacità di chiudere i conflitti, non di abitarli. Di imporre soluzioni, non di restare intrappolata nei problemi. L’Ucraina ha inchiodato la Russia esattamente lì dove Obama l’aveva collocata: nello spazio regionale, nel cortile dell’ex impero, in una guerra che riguarda soprattutto i suoi confini e sempre meno il mondo.

Il Venezuela e l’eco lontana di Mosca

Il quadro si allarga se guardiamo lontano. O meglio: se guardiamo dove Mosca non riesce più ad arrivare.
Il Venezuela era il simbolo perfetto: un alleato nel “cortile di casa” americano, una bandierina russa piantata nel giardino di Washington. Retorica anti-USA, cooperazione militare, abbracci televisivi.

Poi Maduro cade. E la reazione russa è tutta lì: comunicati, proteste verbali, dichiarazioni indignate. Nessuna vera contromossa. Nessuna capacità di incidere. Nessun prezzo imposto.
Un silenzio operativo che vale più di cento discorsi.

Una superpotenza, quando perde un alleato strategico a migliaia di chilometri, crea un problema globale. La Russia ha prodotto una notizia di cronaca. La differenza è tutta qui.

Siria, Cina e la verità che non piace

In Siria l’influenza russa si assottiglia. Non scompare, ma perde centralità, iniziativa, capacità di dettare tempi e soluzioni. Mosca resta, ma come si resta in una stanza quando la conversazione non gira più intorno a te.
Presente, ma non decisiva.

E poi c’è la Cina. Lì il mito imperiale va direttamente a sbattere contro la realtà dei rapporti di forza. Nei BRICS, nel commercio, nella diplomazia, Mosca è diventata il partner junior. Quello che segue, che si adatta, che offre materie prime in cambio di ossigeno politico.
Altro che asse tra giganti: è una relazione asimmetrica in cui Pechino detta il ritmo e la Russia prova a non restare senza musica.

È qui che emerge la verità più scomoda per il Cremlino: la protezione russa non è più una garanzia piena. È condizionata. Selettiva. Limitata.
Dipende da quanto è lontano il teatro, da quante risorse restano, da quanto conviene rischiare.

La scelta finale è stata implicita ma chiarissima: rinunciare al sogno imperiale globale per concentrare la forza nello “spazio vicino”. Ucraina, Caucaso, Asia centrale. Esattamente la logica della potenza regionale descritta da Obama.

Violenza al posto dell’influenza

Putin ha scambiato la forza per reputazione.
La violenza per influenza.

Ha creduto che bastasse colpire per contare. Che bastasse distruggere per essere temuti. Ma il timore non è leadership, e la devastazione non è autorevolezza.
Una superpotenza costruisce ordini. La Russia oggi produce rovine.

E così, cercando disperatamente di evitare quel destino, lo ha reso inevitabile. Ha preso una frase e l’ha trasformata in traiettoria. Ha fatto di un giudizio un programma politico.
Obama forse non voleva profetizzare. Putin, con metodica ostinazione, ha deciso di realizzargli la profezia.

È davvero finita?

La Russia ha definitivamente perso lo status di superpotenza globale?
O questa lettura sottovaluta la sua capacità di influenza attraverso mezzi non convenzionali: sabotaggio, disinformazione, pressione energetica, destabilizzazione sistemica?

Non ho una risposta definitiva. Solo due considerazioni che stanno insieme come due lame nello stesso coltello.

La prima: sulla guerra ibrida la Russia è avanti. Non per genialità, ma per vocazione. Ha investito anni nel trasformare fragilità altrui in strumenti propri. Ha capito prima di altri che oggi non serve occupare capitali per piegare Paesi: basta entrare nei loro flussi informativi, nei loro mercati energetici, nei loro conflitti interni. In questo campo Mosca resta pericolosa, adattiva, creativa.

La seconda: nel 2014 Obama avrebbe dovuto avere meno fiducia nella forza delle parole e più coraggio nell’uso delle sberle.
La Crimea e il Donbass erano già un test. Fu trattato come un fastidio.
La storia, quando le fai il solletico, tende a morderti.

Forse oggi non saremmo qui.
Forse Putin non avrebbe avuto dieci anni per trasformare un’ossessione personale in una tragedia continentale.

O forse sì. Perché certi leader non rispondono agli equilibri, ma alle ferite. E le ferite, quando non vengono curate, diventano politica estera.

Resta un’immagine.
Un uomo che voleva dimostrare di essere globale.
E che ha finito per murarsi dentro i propri confini, con il mondo fuori che lo guarda non più con paura, ma con attenzione diffidente.

Che è molto peggio.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: Era il 2014, e Obama aveva una frase netta per la Russia dopo l'annessione della Crimea: non una superpotenza globale, ma una potenza regionale, capace di intimidire i vicini più deboli, non di dettare le regole al mondo. Per Putin, quelle parole diventarono un'ossessione. Doveva dimostrare che Obama si sbagliava, che la Russia contava ancora sul piano mondiale.

parte 1: Dieci anni dopo, il risultato di questa ossessione è sotto gli occhi di tutti. Nel tentativo di smentire Obama, Putin ha finito per dargli ragione, trasformando quella definizione in una profezia che si è autoavverata. La guerra in Ucraina ne è la prova più chiara. Doveva essere una dimostrazione di forza spettacolare per imporre la Russia come attore globale imprescindibile. Invece, l'ha inchiodata in un logorante conflitto regionale, prosciugandone risorse e reputazione.

parte 2: Ma il quadro è più ampio. Guardiamo alla caduta di Maduro in Venezuela, un alleato chiave nel "cortile di casa" americano. La reazione russa? Proteste verbali, dichiarazioni indignate, ma nessuna vera contromossa. Un silenzio che parla della sua incapacità di agire lontano dai propri confini.

parte 3: Lo stesso si è visto in Siria, con l'influenza in declino, o nel rapporto con la Cina, che nei BRICS ha relegato Mosca a un ruolo di partner minore. È emersa la verità: la protezione russa è condizionata, incerta, subordinata a pochi mezzi non impiegati in avventure militari. La scelta finale è stata implicita ma chiara: rinunciare al sogno imperiale globale per concentrarsi sull'uso della forza nello "spazio vicino". Proprio la logica della potenza regionale descritta da Obama.

parte 4: Putin ha scambiato la forza per reputazione, la violenza per influenza. E, cercando disperatamente di evitarlo, ha reso inevitabile quel destino che Obama, forse inconsapevolmente, aveva previsto.

parte 5: La Russia ha definitivamente perso lo status di superpotenza globale, o questa visione sottovaluta la sua capacità di influenza attraverso mezzi non convenzionali, come la guerra ibrida e il controllo delle risorse energetiche? Non ho una risposta, se non due considerazioni complementari: la prima è che sulla guerra ibrida la Russia è un passo avanti a tutti, la seconda è che Obama, al tempo dell'invasione di Crimea e Donbass, avrebbe dovuto avere il coraggio di rimettere il Cremlino in riga con la giusta dose di sberle.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.

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