
Lungi da me lanciarmi in complesse analisi sulla situazione venezuelana all’indomani della documentata cattura di Maduro per mano americana. Non è il mio mestiere fare il bollettino di guerra a caldo, né improvvisarmi analista da talk show. Però le piazze italiane mi forniscono uno spunto irresistibile per sogghignare. E siccome il sogghigno, quando è amaro, va condiviso, eccomi qui.
Perché mentre a Caracas cade un pezzo di regime, qui da noi cadono, puntuali, le maschere. Le stesse facce, gli stessi cartelli, gli stessi slogan riciclati da vent’anni. Cambia il luogo, cambia il pretesto, ma il copione è sempre quello: non si scende in piazza per qualcuno, si scende in piazza contro qualcuno.
Ciò che si rivela osservando la mappa delle mobilitazioni non è una geografia della solidarietà, ma una topografia dell’ostilità. Non importa chi subisca l’ingiustizia. Importa contro chi la si può usare. L’obiettivo reale non è la difesa concreta dei diritti dei popoli, ma la contestazione rituale dell’ordine occidentale, vissuto come il Male Assoluto da evocare a prescindere.
Dentro questo schema, le vittime smettono di essere persone. Diventano pedine. Gli ucraini, le donne iraniane, i ragazzi georgiani pestati nelle strade: non contano per quello che subiscono, ma per contro chi possono essere schierati. La loro umanità viene triturata e trasformata in strumento polemico. Non sono più corpi, storie, famiglie. Sono cartelli.
L’esempio più lampante resta la guerra in Ucraina. Un’invasione militare, brutale, dichiarata. Un paese aggredito, città rase al suolo, milioni di profughi. Eppure, davanti a questa evidenza, una parte del dibattito italiano si è specializzata in acrobazie narrative degne del Circo Togni: la colpa è della NATO, dell’Occidente, delle provocazioni, dei confini, persino della vittima.
È un meccanismo perfetto: se l’aggressore è “anti-occidentale”, allora diventa automaticamente comprensibile, spiegabile, quasi giustificabile. La realtà viene sacrificata sull’altare di un antiamericanismo diventato collante ideologico tra posizioni che su tutto il resto si detestano. Così l’Ucraina finisce, poverina, in fondo alla top 100 delle Buone Cause. Una seccatura. Un intralcio. Un dettaglio che disturba la narrazione.
Questo approccio selettivo non ha nulla a che vedere con un autentico sostegno ai popoli oppressi. È l’esatto contrario. È il modo più elegante per fare il gioco dei loro oppressori, assolverli in nome di un Nemico più Grande. È una coerenza rovesciata, da specchio deformante: il pacifismo diventa assoluzione dell’aggressore, l’antimperialismo si trasforma in apologia di altri imperialismi, purché non parlino inglese.
Non è amore per la pace, è allergia all’Occidente. Non è difesa dei deboli, è tifo per l’anti-occidente di turno. E il tifo, si sa, non ha bisogno di prove, solo di colori da indossare.
E allora la domanda è inevitabile: dove sta la vera solidarietà? Forse in un’idea banalissima e rivoluzionaria proprio perché coerente: i diritti umani sono universali. O valgono per tutti, o non sono diritti, sono gadget ideologici. Dovrebbero valere per il popolo ucraino come per quello iraniano. Per i venezuelani oggi come per i venezuelani di ieri.
Già, perché permettetemi un ricordo personale: io non rammento, prima di oggi, fiumane di manifestanti italiani per il popolo venezuelano mentre veniva strangolato da Chávez prima e da Maduro poi. Niente piazze oceaniche, niente bandiere, niente slogan. Perché allora andava bene. Allora il copione era giusto. “Hasta la victoria, compañeros”, giusto? Anche se la vittoria era sempre dei soliti e la miseria pure.
Quando la politica abdica al suo ruolo di guida e asseconda queste derive per calcolo o codardia, diventiamo tutti più fragili. Perché questa narrazione tossica non indebolisce solo l’Occidente: corrode le fondamenta stesse di un discorso democratico e umanitario. Ci abitua all’idea che il dolore sia negoziabile, che la libertà sia a geometria variabile, che le vittime valgano solo se utili.
E così restiamo più soli, più cinici, più indifferenti. Ottimi clienti per ogni propaganda, pessimi difensori di qualunque causa reale. Ma forse pretendo troppo da chi agita la bandiera double-face Palestina-Venezuela fabbricata in Cina, convinto di stare dalla parte della storia mentre sta solo facendo shopping identitario.
Il problema non è che nelle piazze italiane si protesti. Il problema è che spesso non si sa più per chi. Si sa solo contro chi. E una società che costruisce la propria coscienza morale solo per opposizione non produce giustizia. Produce rumore. E il rumore, alla lunga, copre tutto. Anche le urla di chi avrebbe davvero bisogno di essere ascoltato.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: lungi da me lanciarmi in complesse analisi sulla situazione venezuelana all'indomani della documentata cattura di Maduro per mano americana. Però le piazze italiane mi forniscono lo spunto per sogghignare, e condividere con voi questo sogghigno.
parte 1: Ciò che si rivela, osservando la mappa delle mobilitazioni, è che spesso non ci si schiera dalla parte di chi subisce un'ingiustizia, ma contro qualcuno. L'obiettivo sembra essere la contestazione dell'ordine geopolitico occidentale, più che la difesa concreta dei diritti dei popoli. In questo schema, le vittime reali – siano esse in Ucraina, in Iran o in Georgia – perdono la loro umanità e diventano pedine in una battaglia ideologica.
parte 2: L'esempio più lampante è la guerra in Ucraina. Davanti a un'invasione che nega brutalmente la sovranità di una nazione, alcuni preferiscono costruire narrazioni capovolte, dove la colpa viene addossata alla vittima o ai suoi alleati. È un meccanismo che sacrifica l'evidenza dei fatti sull'altare di un anti-occidentalismo diventato collante tra posizioni politiche anche molto diverse tra loro. L'Ucraina è, in assoluto, in fondo alla top 100 delle Buone Cause, poverina.
parte 3: Questo approccio selettivo non ha nulla a che fare con un autentico sostegno ai popoli oppressi. Al contrario, rischia di fare il gioco dei loro oppressori, assolvendoli in nome della lotta a un nemico più grande. È una coerenza rovesciata, che scambia il pacifismo con l'assoluzione dell'aggressore e l'antimperialismo con l'apologia di altri imperialismi.
parte 4: La domanda che sorge spontanea è: dove sta la vera solidarietà? Forse nel ricordare che i diritti umani sono universali. Dovrebbero valere per il popolo ucraino come per quello iraniano, e la loro difesa non dovrebbe dipendere dalla bandiera di chi li calpesta. Del resto non ricordo, prima di oggi, alcuna manifestazione per il popolo venezuelano quando era vessato da Chavez prima e Maduro poi. Perché "hasta la victoria, companeros", giusto?
parte 5: Quando la politica abdica al suo ruolo di guida e asseconda queste derive per convenienza, siamo tutti più fragili. Perché alla fine, questa narrazione tossica non indebolisce solo l'Occidente, ma erode le fondamenta stesse di un discorso democratico e umanitario, lasciandoci tutti più soli e più cinici di fronte alla sofferenza del mondo. Ma non posso pretendere che chi agita la bandiera double-face Palestina-Venezuela fabbricata in Cina lo capisca.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.