
A Minneapolis, ieri, l’Immigration and Customs Enforcement ha ucciso Renee Nicole Good, trentasette anni, madre di tre figli. Non stava assaltando un edificio federale, non brandiva un’arma, non guidava un’auto lanciata come un ariete. Stava filmando. Stava esercitando quella forma minima, eppure oggi già sovversiva, di cittadinanza attiva che negli Stati Uniti chiamano “community defense”: osservare il potere, renderlo visibile, impedirgli di agire nel buio. Quattro colpi in faccia. Sparati mentre si allontanava, dopo aver obbedito all’ordine di farlo. Fine della storia, direbbe qualcuno. Inizio dell’orrore, invece.
Non è un incidente. Non è una tragica concatenazione di errori. Non è, per quanto la Casa Bianca cerchi di imporlo a colpi di dichiarazioni, “legittima difesa”. È la logica coerente di un dispositivo ideologico che ha trasformato l’immigrazione in una patologia da estirpare e le città in territori occupati. L’ICE non agisce più come un’agenzia amministrativa, se mai lo è stata davvero. Agisce come una milizia. Il suo linguaggio è quello della guerra, il suo immaginario è punitivo, il suo sguardo è disumanizzante. Davanti a sé non vede persone, vede bersagli. Non vede cittadini, vede ostacoli. Non vede diritti, vede fastidi.
Chi continua a parlare di “mele marce” o di “eccessi individuali” mente sapendo di mentire. Qui non siamo di fronte a una procedura che fallisce, ma a una visione del mondo che riesce. Ogni volta che un agente ICE uccide, non si rompe un meccanismo: funziona perfettamente. Funziona perché è stato progettato per questo. Per stabilire una gerarchia delle vite. Per dire, senza dirlo apertamente, che alcune esistenze sono sacrificabili. Che l’uniforme non solo protegge, ma assolve in anticipo. Che l’atto violento, se compiuto nel nome dell’“ordine”, smette di essere violenza e diventa dovere.
I mandanti non stanno solo negli uffici operativi dell’ICE, nelle catene di comando, nei briefing blindati. Stanno più in alto, e più comodi. Stanno nei palazzi del potere che hanno trasformato la paura in programma politico, l’eccezione in metodo di governo, la crudeltà in segnale identitario. Parlano ossessivamente di “sicurezza” mentre moltiplicano i morti. Invocano l’“ordine” mentre producono terrore. È un lessico rovesciato, tipico di ogni deriva autoritaria: le parole buone vengono svuotate, quelle cattive normalizzate. E quando qualcuno muore, come Renee Nicole Good, il sistema si stringe a difesa di sé stesso, con la freddezza burocratica di chi considera il sangue un danno collaterale accettabile.
Continuare a chiamare tutto questo “applicazione della legge” è una menzogna che offende l’intelligenza prima ancora della coscienza. Qui siamo davanti a violenza di Stato, organizzata, giustificata, difesa a colpi di conferenze stampa e tweet presidenziali. È violenza che non chiede scusa, perché non si percepisce come tale. È violenza che si sente legittima, anzi necessaria. Ed è per questo che ogni protesta contro l’ICE non è solo comprensibile, ma moralmente obbligata. Finché quell’agenzia resterà intoccabile, finché verrà trattata come un totem sacro della sovranità, la disobbedienza non sarà un problema di ordine pubblico, ma un atto di igiene democratica.
E allora la domanda, inevitabile, ci riguarda. Potrebbe succedere da noi? Siamo un continente meno violento, certo. Abbiamo una storia diversa, istituzioni diverse, anticorpi diversi. Ma davvero possiamo permetterci l’arroganza di sentirci immuni? Ascoltiamo i discorsi che circolano quotidianamente. Osserviamo influencer di estrema destra che, con il sorriso e la battuta, allargano quanto basta la finestra di Overton per rendere dicibile l’indicibile. Guardiamo un partito di governo che costruisce consenso promettendo pugni sempre più duri contro gli immigrati: abbattere i barconi, deportare in Albania, moltiplicare i centri di detenzione, sdoganare slogan che fino a ieri sarebbero stati pronunciati solo nei peggiori bar. Non illudiamoci. Quando la disumanizzazione diventa linguaggio comune, il passaggio alla violenza è solo una questione di tempo e di contesto.
Renee Nicole Good non è morta perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. È morta perché viveva nel mondo sbagliato, quello costruito da chi ha deciso che la paura rende più della giustizia e che la forza, esibita senza vergogna, è un valore politico. Guardare altrove, minimizzare, relativizzare significa accettare quella visione. E io, da uomo di sinistra, da insegnante, da cittadino, non sono disposto ad accettarla. Perché quando lo Stato spara a una donna che filma, non sta difendendo la legge. Sta dichiarando guerra alla società. E una guerra così, prima o poi, arriva ovunque.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: A Minneapolis, ieri, l’Immigration and Customs Enforcement ha ucciso Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, mentre filmava un’operazione da cittadina impegnata nel “community defense”. Le hanno sparato quattro colpi in faccia mentre manovrava la sua auto, dopo che si era allontanata come intimato.
parte 1: Non è un “incidente”. Non è “legittima difesa”, come sostiene Trump. È la logica di un dispositivo ideologico che trasforma l’immigrazione in una minaccia da estirpare e le città in territori occupati. Gli agenti non agiscono come funzionari pubblici, ma come miliziani. Il loro linguaggio è militare, punitivo, disumanizzante.
parte 2: I mandanti di tutto questo non stanno solo negli uffici dell’ICE. Stanno nei palazzi del potere che hanno trasformato la paura in programma, l’eccezione in metodo, la crudeltà in segnale identitario. Parlano di “ordine” mentre seminano terrore, di “sicurezza” mentre moltiplicano i morti.
parte 3: Ogni volta che un agente ICE uccide, non fallisce una procedura: riesce una visione del mondo. Una visione in cui alcune vite non valgono nulla e l’uniforme assolve in anticipo.
parte 4: Continuare a chiamare tutto questo “applicazione della legge” è una menzogna. È violenza di Stato, organizzata e difesa a colpi di conferenze stampa. E finché l’ICE resterà intoccabile, ogni protesta sarà non solo legittima, ma necessaria.
parte 5: potrebbe succedere da noi? Beh, di sicuro siamo un continente meno violento. Tuttavia pensate bene ai discorsi che sentiamo quotidianamente intorno a noi, pensate ad influencer di estrema destra che riescono ad allargare quanto basta la nostra finestra di Hoverton, pensate un partito che riesce a formulare un pugno estremamente duro contro gli immigrati - abbattere i barconi, spedirli in Albania, costruire centri di detenzione ovunque, "basta i negri" - io credo che ne vedremmo delle brutte.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.
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