Riforma Giustizia: Rischi e Paure del Voto Popolare

Il prossimo marzo saremo chiamati a votare per il referendum sulla riforma della giustizia. E già qui, permettetemi una prima, sincera confessione: trovo profondamente assurdo che su una materia così tecnica, così densa di nodi giuridici, costituzionali, ordinamentali, si chieda un pronunciamento secco a milioni di cittadini che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno né il tempo né gli strumenti per orientarsi davvero. È una torsione plebiscitaria della democrazia che mi inquieta sempre, soprattutto quando si parla di poteri dello Stato e di equilibri delicatissimi.

La mia reazione istintiva, lo ammetto senza vergogna, è stata quella di pancia: visto chi spinge con entusiasmo per il “Sì”, la tentazione di votare “No” è stata immediata. Quasi un riflesso pavloviano. Ma questo è un lusso che non possiamo più permetterci. Votare per antipatia, per schieramento, per repulsione verso certi volti televisivi è un modo pigro – e sì, idiota – di esercitare un diritto che altri prima di noi hanno pagato caro. Così ho fatto quello che un vecchio professore di storia e filosofia dovrebbe sempre fare: mi sono fermato, ho studiato, ho provato a capire.

La riforma della giustizia che ci viene sottoposta promette, nelle intenzioni di chi la sostiene, di rendere il sistema più efficiente, più rapido, più “giusto”. Parole bellissime, irresistibili. Chi potrebbe essere contrario a una giustizia che funzioni meglio? Il cuore delle ragioni del “Sì” batte tutto qui: meno processi infiniti, meno carriere opache, meno commistioni pericolose tra potere giudiziario e dinamiche correntizie. C’è l’idea – legittima, non campata in aria – che la magistratura italiana abbia bisogno di una profonda autoriforma, che il CSM così com’è abbia mostrato crepe inquietanti, che il cittadino troppo spesso percepisca la giustizia come distante, arbitraria, quando non apertamente ostile.

E io queste critiche non le liquido con sufficienza. Sarebbe intellettualmente disonesto farlo. Gli scandali degli ultimi anni hanno mostrato un sistema che, in alcune sue parti, ha smarrito il senso del limite e dell’autocontrollo. Pensare che tutto vada bene solo perché la magistratura è un presidio costituzionale sarebbe un atto di fede, non di ragione. Il “Sì” intercetta dunque un malessere reale, una domanda diffusa di trasparenza e responsabilità. E questo è il suo punto di forza.

Ma poi c’è l’altra faccia della medaglia. E qui la mia inquietudine cresce. Perché le riforme della giustizia, soprattutto quando passano per referendum, raramente sono chirurgiche. Spesso sono rozze, semplificatrici, ideologiche. Il rischio concreto è che, nel tentativo di “mettere ordine”, si finisca per indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, cioè uno dei pilastri che tengono in piedi una democrazia già claudicante. Il “No” nasce da qui: dal timore che dietro il lessico della modernizzazione si nasconda una resa dei conti politica, una rivincita coltivata da anni contro un potere scomodo perché, talvolta, ha osato disturbare i manovratori.

C’è poi un altro elemento che non riesco a ignorare. La giustizia non è una macchina da rendere più veloce a tutti i costi. È un luogo di garanzie, di diritti, di equilibri fragili. Ridurla a un problema di efficienza rischia di tradire la sua funzione più profonda. E quando vedo chi applaude con più fervore a questa riforma – una certa destra che da anni soffia sul fuoco dell’antigiustizialismo quando conviene e invoca il pugno duro quando colpisce gli ultimi – non posso fare a meno di sospettare che l’obiettivo non sia il bene comune, ma il controllo.

Arriviamo dunque alla scelta. Dopo aver letto, discusso, riflettuto, la mia decisione è di votare No. Non con entusiasmo, non con spirito conservatore, ma con prudenza. Una prudenza che nasce dalla convinzione che la giustizia abbia certamente bisogno di riforme, ma di riforme profonde, meditate, costruite in Parlamento, nel confronto serio tra competenze diverse, non a colpi di quesiti referendari che semplificano ciò che semplice non è.

Voto “No” perché non mi fido delle scorciatoie. Voto “No” perché temo più un indebolimento dell’autonomia della magistratura che la persistenza dei suoi difetti attuali. Voto “No” perché la storia repubblicana ci insegna che quando si tocca l’equilibrio dei poteri dello Stato sotto la spinta del risentimento politico, raramente ne esce qualcosa di buono.

E voto “No” anche per coerenza con quella vecchia idea di sinistra che continuo ostinatamente a difendere: una sinistra che non si accoda agli umori, che non strizza l’occhio alla vendetta, che non sacrifica le garanzie sull’altare del consenso. Una sinistra che crede ancora che la giustizia non sia uno strumento, ma un valore. Anche – e soprattutto – quando è scomoda.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: il prossimo marzo saremo chiamati a votare per il referendum sulla riforma della giustizia, un argomento talmente complesso su cui onestamente trovo assurdo chiedere il parere di noi comuni mortali. Sinceramente, visto chi caldeggia per il "Sì", non sono molto entusiasta e mi verrebbe da votare "No". Ma mi rendo conto che è un ragionamento assolutamente idiota, e quindi ho fatto i compiti per capirci qualcosa di più.

parte 1: scrivi la tua approfondita opinione sul tema, sviscerando le ragioni del "Sì" e del "No", cosa di convince dell'uno e cosa dell'altro.

parte 2: esprimi infine la tua scelta, motivandola.

articolo: intro, parte 1, parte 2. Approfondisco dove ritengo necessario.

Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato.

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