L’arte di ascoltare (senza sentirsi in colpa)

Prima di essere sopraffatta dal canto e dall’Opera, l’Italia era la culla della musica strumentale. Violini, sonate, forme che hanno insegnato all’Europa come si organizza il suono nel tempo. E non è un caso se, ancora oggi, in tutto il mondo, per dire come va suonata la musica si usano parole nostre: largo, andante, allegro, presto. Come a dire che il tempo musicale, prima di diventare una questione metafisica, era una faccenda pratica, quasi domestica. Da qui possiamo partire per individuare due filosofie opposte di ascolto, che non sono solo musicali, ma antropologiche.

La prima è quella che potremmo chiamare, senza offesa, “alla tedesca”. È l’ascolto serio, sacrale, ieratico. La musica è un evento che esige preparazione, silenzio assoluto, concentrazione monastica. Si entra in sala come in chiesa: si spegne la vita, si accende l’opera. Questo modello, che ha influenzato profondamente la musica classica europea, ha prodotto capolavori immensi, ma anche un’idea dell’ascolto come dovere morale. Se tossisci sei un barbaro, se ti muovi sei un eretico, se ti distrai sei colpevole.
L’approccio “all’italiana”, invece, è quello che lasciò perplessi Stendhal e molti viaggiatori del Grand Tour. Alla Scala dell’Ottocento si parlava, si mangiava, si flirtava, si facevano affari. La musica c’era, eccome se c’era, ma conviveva con la vita. Poi, all’improvviso, arrivava un’aria bellissima: silenzio totale. Un silenzio non imposto, ma conquistato. Finita l’aria, si tornava a vivere. Nessun senso di colpa, nessuna liturgia violata.

Questa differenza non è un’invenzione romantica. L’antropologa e scrittrice Vernon Lee la studiò con attenzione nell’Italia del Settecento, osservando un dato che oggi farebbe inorridire molti melomani da platea numerata. Per noi, scriveva, la musica non era uno spettacolo da contemplare in religioso silenzio, ma un fatto quotidiano, sensoriale, poroso. Gli italiani non “udivano” la musica, la “traudivano”: la sentivano attraverso le cose, come se arrivasse da una stanza accanto mentre si faceva altro. Non distrazione, ma integrazione. La musica non sospendeva il mondo: ci scorreva dentro.

Certo, detta così sembra lo stereotipo perfetto: l’italiano ignorante ma passionale, quello che non capisce nulla ma “sente tutto”. E forse una parte di caricatura c’è. Ma dentro lo stereotipo si nasconde spesso un’intuizione vera. Per noi la musica non è solo un monumento da venerare in silenzio. È un compagno di vita, un sottofondo che a volte diventa protagonista, un piacere immediato che non ha bisogno di essere giustificato da note di sala o apparati critici. Non è meno profonda per questo: è semplicemente meno ansiosa di dimostrarlo.

Ed è qui che le cose si complicano. Perché oggi sembra che gli italiani che potremmo definire “ascoltatori forti” sentano il bisogno di rivendicare con orgoglio una filosofia di ascolto rigidamente “tedesca”. Silenzio, concentrazione, distinzione netta tra alto e basso, tra chi capisce e chi no. Come se ascoltare musica fosse diventato un esame universitario permanente. Nel frattempo, paradossalmente, l’approccio più disimpegnato, fluido e vitale si è spostato nel mondo angloamericano, dove le barriere tra cultura alta e popolare sono molto meno sorvegliate. Dove puoi ascoltare Bach mentre cucini o un disco jazz mentre parli con qualcuno, senza sentirti un traditore della causa.

Forse il vero paradosso è questo: abbiamo esportato nel mondo il vocabolario del tempo musicale, ma importato un’idea dell’ascolto come disciplina punitiva. E così rischiamo di perdere proprio ciò che avevamo di più prezioso: la capacità di vivere la musica senza chiederle il permesso. Perché, alla fine, la musica non nasce per essere messa sotto vetro. Nasce per stare tra le persone. E ogni tanto, quando è davvero grande, per farle tacere di colpo. Ma solo per il tempo necessario.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Prima di essere sopraffatta dal canto e dall’Opera, l’Italia era la culla della musica strumentale. E ancora oggi, in tutto il mondo, si usano le nostre parole per indicare il tempo: largo, andante, allegro, presto… Possiamo individuare due filosofie opposte di ascolto.

parte 1: L’ascolto “alla tedesca” (che ha influenzato tutta la musica classica): è serio, sacrale. La musica è un dovere, un evento che richiede silenzio assoluto e concentrazione. Sospende la vita. L’ascolto “all’italiana” (quello che ci osservarono Stendhal e altri viaggiatori): è empatico, naturale. La musica accompagna la vita, non la ferma. Alla Scala nell’800, il pubblico chiacchierava, mangiava, flirtava… e poi, all’improvviso, al presentarsi di un’aria bellissima, tutti in silenzio ad assaporarla. Poi si tornava alle chiacchiere.

parte 2: L’antropologa e scrittrice Vernon Lee lo studiò a fondo nell’Italia del Settecento. Notò che per noi la musica non è uno spettacolo da guardare in religioso silenzio, ma un fatto quotidiano, vissuto con i sensi. Gli italiani non “udivano” la musica, la “traudivano” – la sentivano “attraverso”, come se arrivasse da una stanza accanto mentre si faceva altro.

parte 3: Questa idea può sembrare uno stereotipo (quello dell’italiano ignorante ma passionale), e forse lo è in parte. Ma forse coglie anche qualcosa di vero: per noi la musica non è solo un monumento da venerare. È un compagno di vita, un sottofondo che a volte diventa protagonista, un piacere immediato che scorre nel quotidiano.

parte 4: è sempre così? Difficile a dirsi. Oggi sembra che gli italiani che possiamo definire "ascoltatori forti" ci tengano tantissimo a rivendicare una filosofia di ascolto "tedesca", mentre l'approccio più disimpegnato e "vivo" sia tipico del mondo angloamericano, dove le distinzioni "alto vs basso" sono molto meno praticate.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

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