
È difficile fare analisi definitive sull’Iran, e chi finge il contrario o mente o sta vendendo un format. Il ritmo degli eventi è frenetico, le informazioni arrivano a ondate, spesso parziali, spesso interessate, quasi sempre gridate. Un rumore di fondo che rende complicato distinguere i fatti dalle speranze, i desideri dalle dinamiche reali del potere.
Detto questo, vale comunque la pena tentare una sintesi provvisoria. Imperfetta, fallace, ma onesta. Meglio una mappa incompleta che una bussola rotta.
Il sistema estrattivo: manuale di sopravvivenza dei regimi
Un regime si indebolisce quando diventa apertamente estrattivo: drena risorse, le concentra nelle mani di un’élite ristretta e lascia il resto del Paese a galleggiare nella precarietà. È un modello noto, studiato, replicato. Non è ideologia, è contabilità del potere.
L’Iran, da questo punto di vista, è un caso quasi scolastico. Economia asfissiata dalle sanzioni, inflazione che divora stipendi e risparmi, giovani istruiti senza prospettive, una classe media che scivola lentamente verso il basso. Il malcontento non è un’ipotesi, è un dato strutturale.
Ma — ed è qui che molti commentatori si fermano troppo presto — questo non basta. Se bastasse la povertà a far crollare i regimi, la Russia sarebbe già un ricordo e la Corea del Nord un capitolo di storia. La miseria, da sola, non abbatte il potere: lo logora, sì, ma spesso lo rende anche più cinico e più feroce.
Il vero pilastro: chi ha le armi
Il punto cruciale è sempre lo stesso, e non cambia da secoli: chi controlla la forza. Non il consenso, non le piazze, non i trending topic. La forza.
Finché un regime mantiene la lealtà dell’esercito e delle forze di sicurezza, può reprimere il dissenso quasi indefinitamente. Lo fa comprando fedeltà, distribuendo privilegi, creando un sistema di interessi incrociati che lega il destino dei comandanti a quello del potere politico.
In Iran questo pilastro regge. Le Guardie Rivoluzionarie non sono un corpo neutrale: sono parte integrante del sistema economico, politico e militare. I Basij non sono un’appendice folkloristica, ma una rete capillare di controllo e intimidazione. Non stiamo parlando di soldati esitanti davanti alla folla, ma di apparati cresciuti per reprimere.
Finché questo equilibrio resta intatto, le proteste — per quanto coraggiose, diffuse, moralmente ineccepibili — difficilmente possono produrre un cambio di regime. Possono incrinare, delegittimare, logorare. Ma non ribaltare.
L’ipotesi esterna: la variabile che tutti evocano e nessuno gestisce
Esiste una terza via nella storia dei cambi di regime: l’intervento esterno che distrugge l’apparato militare e amministrativo del potere. È successo in Europa e in Giappone durante la Seconda guerra mondiale. Non è una fantasia, è un precedente storico.
Nel caso iraniano, le minacce di Israele e degli Stati Uniti introducono una variabile instabile. Raid mirati, cyber-attacchi, sabotaggi: tutto questo esiste già e continuerà a esistere. Ma un intervento diretto, massiccio, risolutivo? No. Non ora.
I costi sarebbero enormi, le conseguenze regionali imprevedibili, il consenso internazionale fragile. Chi parla con leggerezza di “soluzione militare” dimostra di non aver capito né l’Iran né il Medio Oriente, ma solo di avere molta voglia di semplificare.
Tirando le somme (con cautela)
Abbiamo dunque un sistema estrattivo che impoverisce la popolazione, un apparato di sicurezza ancora fedele e nessun intervento esterno immediato in grado di spezzare l’equilibrio.
Sbaglierò — perché chi non sbaglia, di solito, non analizza — ma non la vedo bene. Non per il regime, che può sopravvivere ancora a lungo in questa forma, ma per chi spera in un cambiamento rapido. Le trasformazioni, se arriveranno, saranno lente, dolorose, probabilmente non lineari. E soprattutto non seguiranno il calendario emotivo dell’Occidente.
Una nota di colore (amaro)
In tutto questo, mi sorprende solo una cosa: che gli italiani non siano ancora scesi in piazza a favore degli ayatollah. Dopotutto, abbiamo una certa passione per le cause lontane, possibilmente raccontate in modo binario, possibilmente senza doverci fare troppe domande scomode.
Ma l’Iran non è un meme, né una bandiera da sventolare il sabato pomeriggio. È un Paese reale, con persone reali, intrappolate in un sistema che non cadrà per applauso, indignazione o hashtag. E fingere il contrario non è solidarietà: è autoassoluzione.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: è difficile fare analisi in qualche modo definitive sulla situazione iraniana, visto il ritmo con cui si susseguono gli eventi e l'overdose di informazioni parziali che piovono da ogni direzione. Voglio provare lo stesso a fare una provvisoria, imperfetta, fallace sintesi.
parte 1: Un regime si indebolisce quando drena le risorse del paese a favore di un'élite (è il cosiddetto "sistema estrattivo"), lasciando la popolazione nella povertà. Questo crea malcontento. L'Iran, con la sua economia in crisi e le sanzioni internazionali, è un caso da manuale. Ma da solo, questo fattore NON basta, pensiamo a Russia o Corea del Nord.
parte 2: Il vero nodo cruciale è il controllo dell'esercito e delle forze di sicurezza. Se il regime riesce a mantenere la loro lealtà (spesso "comprandola" con risorse estratte), può reprimere il dissenso quasi indefinitamente. In Iran, le Guardie Rivoluzionarie e i Basij rimangono saldamente fedeli al potere. Finché questo pilastro regge, è molto difficile che le proteste da sole riescano a scalzare il governo.
parte 3: La terza via per un cambio di regime è un intervento esterno decisivo che destrutturi l'apparato militare del regime. È successo con la Seconda Guerra Mondiale in Europa e Giappone. Oggi, per l'Iran, minacce come quelle di Israele e USA introducono una variabile imprevedibile, ma un intervento diretto su larga scala non è attualmente in corso.
parte 4: abbiamo quindi un sistema estrattivo che mantiene la lealtà delle forze di sicurezza e senza che si vedano interventi esterni all'orizzonte, per lo meno immediato. Sbaglierò, ma non la vedo bene.
parte 5: in tutto questo, mi sorprende solo che gli italiani non manifestino a favore degli ayatollah.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente, graffiante, ironico. Rendilo immersivo.
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